La bellezza

di Fiamma Pintacuda

 

di Alessandra Caputi

Fiamma Pintacuda è stata un’ambientalista italiana. È venuta a mancare all’età di 89 anni il 23 gennaio scorso. Era una donna stupenda e aveva un piglio carismatico fuori del comune. Nel suo amato Cilento ha contribuito in maniera decisiva a salvare dalla speculazione edilizia la Masseta, una tra le coste più belle e incontaminate d’Italia. Animata da un forte impegno civile, ha sempre lottato per difendere la bellezza, il paesaggio e la salute pubblica. Siciliana di origini, nipote di un matematico illustre che collaborava con Tomasi di Lampedusa, aveva vissuto a lungo a Milano, dove aveva fondato la prima sezione locale di Italia Nostra. Nel 1955, quando Umberto Zanotti Bianco diede vita all’associazione ambientalista insieme a Elena Croce e ad altri intellettuali, Fiamma Pintacuda lo sollecitò a fondare una costellazione di sezioni locali nella penisola: “Dobbiamo diventare i cent’occhi di Argo”! Nel giro di un anno i soci della sezione milanese diventarono milleseicento, grazie al suo impulso. “Milleseicento persone a cui ho rotto l’anima, ho rotto l’anima al mondo intero”, ci raccontò quando andammo a trovarla nella sua casa cilentana insieme ad alcuni amici. A Milano iniziò a organizzare regolarmente delle riunioni pubbliche su problemi specifici, alla fine delle quali chiedeva al pubblico di iscriversi a Italia Nostra. Presto si rese conto che i soldi delle quote associative servivano a ben poco, se le persone non si impegnavano concretamente nella difesa del territorio. Serviva, invece, che fossero attive. Serviva una riunione al mese con i soci per parlare con loro dell’argomento più scottante del momento, per creare legami, intessere amicizie e alleanze. Si rivolse al direttore del Teatro di Palazzo Durini, che le mise a disposizione la sala una volta al mese per ospitare le riunioni dell’associazione. Per fornire un quadro esaustivo delle problematiche affrontate, Fiamma Pintacuda invitava sempre a intervenire sia i ‘favorevoli’ che i ‘contrari’, coinvolgendo spesso anche gli assessori affinché il pubblico potesse avere un confronto diretto con loro. Spesso le telefonavano “anche di notte” per denunciare pericoli e minacce per l’ambiente.

Negli anni Sessanta, la contattò un socio del vicino Comune di Zelo Buon Persico, che l’avvisò della costruzione imminente di una raffineria della Sarni-Gulf. L’impianto che si voleva realizzare nel basso milanese, sulla riva del fiume Adda, avrebbe occupato una superficie di un milione di metri quadrati e avrebbe lavorato ogni anno tre milioni di tonnellate di petrolio greggio. Giulio Andreotti, da ministro dell’Industria, aveva concesso il placet all’impianto. Fiamma riunì d’urgenza il consiglio direttivo. Era consapevole di avere davanti un colosso statunitense, ma era convinta che bisognasse provare a impedire in ogni modo la costruzione della raffineria. Si scontrò però con un muro di gomma: la maggioranza dei soci riteneva che fosse una battaglia persa e che perciò fosse inutile spendere energie in quella direzione. Fiamma Pintacuda li mandò al diavolo: “Voglio le vostre dimissioni! Iscrivetevi alla canasta o al club del tennis, ma non potete stare qui e dire che la battaglia non si può fare!”.

Intraprese da sola quella battaglia con l’aiuto di un giovane ingegnere e dell’avvocato Achille Cutrera. Intanto, una decina di Comuni si oppose alla costruzione della raffineria. Furono fatte diverse interrogazioni parlamentari. Alla fine vi fu un’insurrezione generale contro la Sarni-Gulf. In un’interrogazione parlamentare del 1968, dopo aver riferito delle proteste dell’opinione pubblica, l’onorevole Gombi evidenziò l’assurdità di installare l’impianto in una zona verde “che piaceva tanto al Manzoni e che ora piace a Italia Nostra”. Tra i vari aspetti da valutare ai fini dell’autorizzazione c’era la situazione atmosferica, con particolare riguardo ai venti. Con un escamotage Fiamma Pintacuda andò a trovare il meteorologo che aveva appena firmato il parere necessario per l’ubicazione della raffineria a Zelo Buon Persico. Dopo aver discusso a lungo dei calcoli astronomici di Tomasi di Lampedusa e del nonno, di cui il tecnico era appassionato, gli sottrasse con l’astuzia il fascicolo della raffineria dalla scrivania. Nel parere il meteorologo aveva dichiarato che la zona era priva di nebbia, mentre “lì la nebbia c’è 800 giorni all’anno”. Nel ricordare quell’episodio, ci raccontò: “Non vi dico come ho fatto quelle scale con le gambe che mi tremavano, era più facile andare lì con un fucile che andare a rubare i documenti, ma con quel documento abbiamo vinto”. Il progetto della raffineria naufragò.

In anni recenti Fiamma Pintacuda si era trasferita in Toscana insieme al suo inseparabile cane lupo, in una cascina immersa nelle Cerbaie, un bosco di querce secolari lungo la via Francigena. Lì ha denunciato i danni ambientali derivanti dall’uso del glifosato in agricoltura e la crescente diffusione di patologie tumorali anche in zone apparentemente incontaminate. All’età di circa 80 anni organizzò un sopralluogo a Orentano per mostrare ai soci di Italia Nostra le vaste distese di terreni di color arancione o marrone, che parevano bruciati a causa dell’utilizzo del micidiale erbicida. “C’è un grande business in tutto il mondo legato ai diserbanti – spiegò alla stampa – e in Italia non c’è una legge che ne vieti l’utilizzo”. Ma aggiunse che nel Parco Nazionale del Cilento era stato vietato l’uso del glifosato, grazie a una delibera del consiglio direttivo dell’Ente parco. “Un dettaglio non da poco è che il presidente del Parco è un medico e sembra conoscerne bene gli effetti potenzialmente cancerogeni”.

Ma la sua battaglia più importante Fiamma l’ha vinta in Cilento alla fine degli anni Settanta, bloccando la costruzione di una strada abusiva che aveva aperto il varco alla cementificazione della Masseta (la costa tra Scario e Marina di Camerota). A San Giovanni a Piro, il paese natío di suo marito, era solita trascorrere i mesi estivi. Risiedeva in un palazzo ‘agricolo-residenziale’, un raro esempio di architettura cilentana non manomessa – al piano terra c’erano la cantina con i tini, il frantoio, la stanza dei cassoni del grano, il locale degli orci di terracotta, il pavimento in discesa verso il centro col buco quadrato (per recuperare l’olio in caso di rottura di un orcio); al primo piano c’era invece la parte residenziale con una cucina maiolicata ferma almeno al XIX secolo. “Quel tratto di golfo è magico – raccontava – anche allora (prima della istituzione del Parco) non si poteva fare neanche una capanna”. Ancora oggi quella costa è percorribile a piedi in pochi tratti, seguendo il tracciato di antichi sentieri e mulattiere. “Inizia da Scario – scrisse ad Antonio Iannello di Italia Nostra – quella meravigliosa scogliera vergine, senza strada, senza ferrovia, senza costruzioni. Vi si arriva solo via mare, l’andamento della costa è molto frastagliato, sono circa 10-15 miglia intatte, fino a Marina di Camerota, comprendenti anche il Golfo degli Infreschi ancora intatto, forse uno dei posti più belli che si possano vedere in Italia”.
Nel 1976, tuttavia, l’Ispettorato delle Foreste di Salerno propose un progetto di rimboschimento della costa della Masseta, sostenendo che vi fosse la necessità di incrementare il verde in quella zona. Le ruspe entrarono in azione tra Scario e l’incontaminato litorale. “Signò, stanno scavando per fare la strada”, l’avvisarono i pescatori e i pastori della zona, “che non possiedono terreni immensi, ma possiedono il territorio, ne hanno cura e non vogliono vederlo rovinato”. Non solo i lavori erano stati intrapresi abusivamente, ma si scoprì che un giudice del Tar aveva comprato un fondo agricolo accanto alla futura strada per lottizzare i terreni panoramici e ricoprirli di villette. Per scongiurare la distruzione della Masseta, Fiamma scrisse a Italia Nostra, al Ministero, alla Soprintendenza, al Wwf. Inviò una lettera al ministro dell’Agricoltura e delle Foreste Giovanni Marcora per segnalargli il «grave misfatto che viene compiuto proprio in nome e per conto del Ministero dell’Agricoltura!».

Organizzò le proteste con i pescatori e gli abitanti della zona. Alcuni giornalisti pubblicarono una serie di articoli sulla stampa locale. Anche Elena Croce scrisse un articolo per dare risalto alla battaglia cilentana. La strada fu bloccata dalla Soprintendenza nell’estate 1977. Ma, temendo che il futuro potesse riservare altri scempi, Fiamma Pintacuda decise di fare qualcosa che mettesse definitivamente al riparo quel tratto di costa dalla speculazione edilizia. Nel 1975, su impulso di Giulia Maria Crespi, Elena Croce e Renato Bazzoni, era nato il Fondo Ambiente Italiano (Fai). Pochi anni dopo, Fiamma Pintacuda donò al Fai un fondo agricolo di sua proprietà: alcuni ettari di oliveti e macchia mediterranea situati in posizione strategica lungo la costa della Masseta, tra il mare e il paese, nel punto in cui avrebbe dovuto passare la strada abusiva. Se avessero riprovato a costruirla, pensò, sarebbe stato più difficile espropriare i terreni a un ente come il Fai: “l’ho fatto sperando che possa servire a salvare altri luoghi, a indurre altri proprietari a fare donazioni per salvare altre miglia di costa”.

Fino a pochi mesi fa, ha continuato a fare denunce contro la privatizzazione della costa, contro la guardia costiera (che non interveniva per allontanare le barche ormeggiate sulle spiagge, nonostante le ripetute segnalazioni), contro la speculazione edilizia. Le sue battaglie ambientali le valsero più di una minaccia. Una mattina, un uomo si presentò a casa sua per intimorirla: “O la smette di intralciare le mie attività o gliela faremo pagare”, le disse con aria tronfia e supponente. “In quella frazione piccolissima di tempo ho pensato: devo io aggredire lui”. I pastori le regalavano spesso i bastoni per scacciare le vipere, sapendo che era solita camminare nei boschi e nella macchia mediterranea. Li conservava all’ingresso di casa. Quel giorno afferrò un bastone e inseguì l’imprenditore per le scale gridando: “Ti spacco il bastone sulla testa, farabutto, delinquente! Perché la legnata te la ricordi per tutta la vita! Ricordati che non ti darò pace un minuto!”. Poi aggiunse, rivolgendosi a noi: “Non vi posso dire quanta rabbia ho con me stessa, che l’ho minacciato, ma non gliel’ho tirato in testa”. In paese gli abitanti erano soliti chiamarla ‘Fiamma la guerriera’. Ci ha insegnato, per dirla con Salvatore Settis, che “la bellezza non può salvarci, siamo noi che, invece, dobbiamo salvare il paesaggio, dobbiamo salvare la bellezza”.
 
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