Io so tutto (alla ricerca dello sguardo critico)


 

di Dario Raffone

Chi ha la ventura di frequentare liste di discussioni, forum, chat e via dicendo, si accorge della febbre da cui queste sono attraversate. Febbre correlata a discussioni animate su argomenti di ritenuta attualità. Discussioni molto lontane dai dialoghi dal tono socratico o di attenzione rispettosa delle opinioni altrui. In particolare, vibranti sono le discussioni e le polemiche circa la questione della pandemia in corso nel mondo, delle verità o non verità che circolano al riguardo. In tali tenzoni da tastiera si consumano amicizie, si creano incomprensioni, rancori, si affollano gli insulti.

Sulla questione virus, ognuno ha da dire qualcosa. Ma, in realtà, credo che nessuno sappia, allo stato, quale sia la verità e ciò perché, paradossalmente, non esiste una verità al riguardo. Questo virus è una cosa nuova, si approcciano le varie soluzioni per gradi, si ipotizzano misure vecchie o nuove. E questo è il procedere della scienza, per tentativi, per aggiustamenti progressivi. Non da oggi. Da Galilei in avanti, ma oggi tutto ciò ci scombussola, ci innervosisce perché non ci fornisce subito la risposta che in genere dovrebbe coincidere con ciò che auspichiamo. E, più che altro, ci sconvolge il fatto di essere costretti a limitazioni, a precauzioni prima impensabili, senza aver alcuna capacità critica sulla precarietà e sulla non immutabilità di tanti nostri “diritti”.

E’ come se ci fosse, al fondo di ognuno di noi, qualcosa che ci spinge a pensare che, in realtà, ci siano verità non dette, scopi ultronei rispetto alle misure attuate; prove generali finalizzate al controllo sociale di noi disarmati cittadini. Chiusi nelle nostre stanze, in compagnia delle nostre protesi elettroniche, ipotizziamo complotti e non riusciamo a capire che da molto tempo, ormai, queste stesse protesi, di cui non sapremmo oggi fare a meno, ci hanno venduti ai migliori offerenti, comunicando loro i nostri pensieri, gusti, preferenze, in tutti i campi, come tutti ben sappiamo.

Siamo delle res nullius e ogni giorno, cliccando a destra e a sinistra, ci regaliamo, felici, ai suadenti padroni degli scaffali elettronici che consultiamo con inesausta ingordigia. E non ci viene in mente che la società del grande fratello non è nata a Wuan. E‘ nata molto prima, forse nella Silicon Valley a dispetto dell’ideologia libertaria dei suoi iniziali frequentatori. Certi di poter essere informati su tutto, su tutto vogliamo prendere posizione. Affollate sono ormai le nostre menti, intossicate da un incessante flusso di notizie, le più disparate, dai fatti vicini a noi, a quelli lontani, dalla cronaca politica a quella giudiziaria, dalle crisi economiche alle diatribe sugli orientamenti sessuali, dalle emergenze ambientali ai timori per invasioni di moltitudini provenienti da luoghi stremati da carestie, povertà e privazioni di ogni genere.

E’ come se un rullo continuo di notizie, avvenimenti, opinioni ci inondasse, stressandoci e costringendoci a vivere con un senso di precarietà e di inadeguatezza sentito come superiore alle reali difficoltà di ogni vita vissuta. Almeno alle nostre latitudini. Ma, in fondo, tutto ciò ci serve. A evitare di misurarci con quelle domande che ritornano implacabili appena si fa largo, anche accidentalmente, il silenzio che svuota la mente e ci rende dimentichi di tutto il frastuono che abitualmente ci circonda. Quelle domande che interrogano il (non)senso del nostro trascinarci quotidiano. Che sollecitano un “metron”, una misura, un limite a noi stessi. Che invitano a confrontarci con quel buco dell’anima che è il nostro narcisismo a cui è difficile sfuggire e che costituisce un segno evidente della nostra stanca civiltà occidentale.

Che fare? E senza che queste due parole evochino fallite palingenesi sociali, esse ripropongono interrogativi sulle nostre piccole esistenze, a cui, forse, dovremmo rispondere imparando a guardare gli altri, a vederci insieme agli altri, senza dover chiedere alla vita molto di più di quello che abbiamo. Senza troppo angustiarci con le tristezze e i crucci che ci portiamo abitualmente sulle spalle. Oggi non è stato peggio di ieri e domani non sarà peggio di oggi. Sembrano banalità ma forse sono solo la ineludibile evocazione di una semplicità smarrita. Dovrebbe, perciò, cambiare lo sguardo con cui intendiamo stare al mondo. Uno sguardo senza sensi di colpa ma consapevole delle piccole responsabilità a cui siamo chiamati. Ci vorrebbe una cosa semplice e difficile al tempo: uno sguardo non da supereroi ma da uomini capaci di discernere e di decidere. Uno sguardo critico.
 
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