Io mi oppongo


 

di Eduardo Savarese

Uno dei ricordi di bambino sul linguaggio materno ha a che fare col diritto di opporsi. Quando a mia madre non andava a genio qualcuno o qualcosa, o meglio qualche azione o qualche pensiero che urtavano il suo senso di libertà, o la sua visione del mondo, con le narici leggermente aperte e vibranti diceva (ma lo dice tuttora, sicché il ricordo qui si salda agli anni che son venuti e all’oggi): “Mi oppongo!”. Un po’ mi incuriosiva, un po’ mi inteneriva quella sua rivendicazione di opposizione. E mi faceva anche paura, perché ne percepivo la solitudine e, implicito, un destino di sconfitta, di isolamento. Penso che nel diritto di opporsi ci sia tutto questo.

Il dovere di opporsi esplicita con magniloquenza più certa alti ideali e valori, e implica una sua aderenza alle ragioni dell’etica meno visibili nel diritto di opporsi il quale, come ogni diritto, richiede che qualcuno, oltre il soggetto che lo rivendica, ne riconosca esistenza, contenuti ed esercizio. Devo confessare che la retorica dei doveri, forse perché evocativa di precettistica ora laica, socialisteggiante, ora religiosa, cattolicante, mi produce sempre un po’ di oppressione alle tempie e all’altezza dello sterno. Secondo me i doveri sono sopravvalutati. E i diritti sottovalutati.

Perché è vero che questa è l’epoca della rivendicazione dei diritti in lungo e in largo, e che questo processo sta producendo asfissie logiche e assiologiche di varia natura, ma è vero pure che i diritti di libertà sono uno dei componenti del sale nostro e del sale della Terra, per la semplice ragione che, naturalmente, direi istintualmente, ciascuno di noi sente in sé la pulsione della libertà di respirare, di muoversi, di esprimere idee, di incontrarsi e associarsi, di sposarsi e di amare, di fondare imprese e guardare verso nuovi orizzonti.

Accade però che in società sature di diritti, quei diritti per i quali tanto si è lottato, tanto si è perduto e sacrificato (almeno nella prospettiva della storia moderna del mondo occidentale), noi ci impigriamo talmente tanto da dimenticarci del sale di quei diritti, lasciandoli nella cantina delle buone opere forse pensate, ma poi mai attuate. Percepiamo insomma i diritti di libertà come l’ennesima portata di quei banchetti infiniti che ci hanno rimpinzato sino allo sfinimento, quando abbiamo ormai perduto il gusto dei cibi specifici, la maestria della loro preparazione, l’eleganza della presentazione del piatto sotto uno sguardo ormai opacizzato dalle fatiche di digestioni ottenebrate.

Accade insomma che, tra il richiamo moraleggiante all’etica dei doveri e l’abbuffata dei diritti, gli aneliti di libertà più semplici restino lì a boccheggiare nel fiato della frase più temibile: “chi me lo fa fare?”. Di andare a votare; di non astenermi se sono membro del Consiglio Superiore della Magistratura e dovrei pronunciarmi sempre nettamente pro o contro; di prendermi la briga di denunciare; di oppormi alle contingenze, al mare compatto e minaccioso delle prassi consolidate, alle formule rituali anche se vedo e comprendo perfettamente che sono svuotate. Chi me lo fa fare di oppormi al silenzio, di trapassare il silenzio con un mio gesto, con una mia parola di dissenso, di articolazione di un linguaggio diverso, di prospettazione di un punto di vista inusuale?

Gli esercizi dei diritti di libertà, forse, costano più dell’adempimento dei doveri in una società dalla spina dorsale incrinata da una doppia incapacità: della comunità, di essere solidale con i deboli, e dell’individuo, di essere forte nel rivendicare le proprie libertà per esercitarle davvero, ogni giorno. Oggi il diritto di opporsi – finché avremo sistemi politici e giuridici che ce lo consentiranno – è una grande, magnifica opportunità. Io cerco di non dimenticarne il sapore buono.

Cerco di praticarlo dentro la magistratura, quando mi sembra che continui l’incredibile silenzio dei più. Cerco di praticarlo da uomo di fede cristiana, quando vengo a sapere che l’ennesimo vescovo “suggerisce” di rimuovere i post di gruppi di azione cattolica a favore del disegno di legge Zan. Cerco di praticarlo quando assisto alla polarizzazione manichea nella gestione della pandemia, in relazione ai modi di intendere e praticare il diritto alla salute e la stessa scienza farmacologica e medica, che non posso non guardare sotto la lente del formidabile connubio tra medicina e potere politico nella costruzioni di dispostivi di sicurezza dei quali Foucault ha già detto tutto (sebbene in riferimento alla malattia mentale).

Io mi oppongo, come mia madre. A volte mi diverto, altre volte ho paura. E so che potrei restare solo, sempre più solo. Uno dei grandi doni della fede sta però in questo: che una voce ti ricorda che non sei mai solo, non più, fino alla fine dei giorni.
 
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