Indifferenza e libertà

 

di Dario Raffone


Come presumo capiti a tutti, anche a me tornano spesso alla mente letture di tempi trascorsi, pagine che, ripensate oggi, suggeriscono riflessioni, suscitano emozioni affatto diverse da quelle della prima volta. E’ quanto mi è successo quando mi si è presentato, del tutto inaspettatamente, il ricordo di una pagina di un celeberrimo libro di Piero Calamandrei, “Elogio di un giudice scritto da un avvocato”. E, precisamente, quella in cui si racconta di un anziano pretore di una piccola cittadina, presumibilmente toscana o umbra, che, essendo gravemente infermo, teneva udienza nella sua camera da letto e che, al momento della decisione, si copriva con il lenzuolo come se si fosse ritirato in camera di consiglio.
Non so se questo episodio sia vero o sia solo un parto letterario dell’Autore, ma certamente oggi mi sollecita, forse per il lungo percorso lavorativo nel frattempo compiuto, una riflessione forte, addirittura commossa. Si potrebbe dire che sono gli scherzi di una non meglio definita nostalgia che spesso induce, del passato, a vedere più le luci che le ombre e, comunque, di queste ultime immagini più edulcorate

Ma, in realtà, l’episodio narrato da Calamandrei molto ci dice del nostro presente. La siderale distanza tra esso e le pratiche dell’odierna giustizia è la medesima che passa tra i rapporti umani e i costumi di una società passata, ancora legata alla terra, e quelli di una modernità cibernetica e tecnocratica come la nostra. Una modernità che sembra voler fare a meno del dialogo, della prossimità invece così presente nel talamo giudiziale sopra ricordato. Oggi è l’epoca degli scambi senza accordi, dei formulari prestabiliti, del prendere o lasciare, della possibilità di procurarci tutto senza incontrare nessuno come già quindici anni fa spiegava Natalino Irti, grande maestro del diritto civile.
Tutto, quindi, sembra propizio per instaurare il regno dell’attenzione prestata solo a ciò che è di nostro interesse, o forse, a ciò che ci fanno credere essere tale.

Una riflessione compiuta sulla distruzione del legame sociale implicherebbe sforzi e capacità ben superiori a quelle di un modesto pratico del diritto. Basti dire, senza alcuna velleità filosofica, che sembra inverarsi, in modo completo, il dispositivo contenuto nel progetto illuministico che pure tanto progresso ha creato all’umanità

La liberazione dagli ottusi impacci dell’ancien régime sembra oggi imprigionarci nell’esaltazione dell’individualismo. Si delinea una libertà solipsistica, parente stretta dell’indifferenza e di una frattura dell’anima. Per dirla con le parole di una bella canzone di Iannacci, siamo uomini a metà.

Le storie degli altri, dai più lontani fino a quelli raggiungibili dal nostro WiFi, sono lì ad attenderci, a fornirci, forse, il collante per ricucire i pezzi delle lacerazioni provocate da noi stessi.

Il pretore infermo tutte queste cose non le conosceva. Semplicemente, le praticava. Ma i pretori erano figure troppo eccentriche ed imprevedibili. Obsolete, quindi. E, per questo, inevitabilmente soppresse.
 
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