Il viale delle acacie non profuma più

 

di Antonio Lepre


La scuola è per me il profumo dei fiori del viale delle acacie che percorrevo da ragazzo per raggiungerla; l’ansia dell’interrogazione e del compito; il luogo dove per la prima volta la nostra persona perde la centralità e protezione cui è stata abituata in famiglia per disperdersi nella collettività e nel concetto di classe. La scuola è in realtà tante cose e tutte molto importanti ma è anche argomento su cui troppo spesso si esibisce una facile retorica agrodolce di tipo sentimentale; retorica che spesso non è altro se non il velo rassicurante e un poco ruffiano dietro il quale si nasconde una sostanziale indifferenza. Eppure è sotto gli occhi di tutti l’ultradecennale situazione disastrosa del mondo scolastico in Italia; mondo fatto di edilizia mal messa, insegnanti troppe volte mortificati e letteralmente sepolti da un mare di scartoffie e burocrazia.

Tra corsi di aggiornamento tenuti da superformatori che devono formare i formatori, riunioni pomeridiane, progetti dei più svariati, mi pare ci si stia dimenticando che la scuola vive soprattutto del rapporto inafferrabile che si crea tra professore e studente e tra quest’ultimo e la “sua” scuola e che di certo non può essere ghettizzato in mille o più circolari. La scuola è un momento essenziale della socializzazione, ma prima di tutto nasce come il luogo dell’incontro coi maestri e i professori, il luogo dove apprendere come metodo di vita quello del senso critico e della libertà di pensiero.

È il passaggio necessario perché il bambino-adolescente-ragazzo diventi consapevole dell’importanza della cultura così che da individuo passivo diventi protagonista positivamente attivo della società e ancora prima della sua vita interiore. La socializzazione, le emozioni e le esperienze dei primi anni di vita diventano ancora più preziose se rappresentano il completamento quotidiano di un altrettanto quotidiano percorso effettivo di crescita culturale.
Senza consapevolezza di sé non penso sia possibile essere anche sereni attori sociali. E la cultura è il solo strumento per incanalare sul sentiero della ragione e della riflessione le proprie emozioni e contraddizioni interiori fatalmente provocate dall’incontro/scontro con la realtà. E allora investire sui professori e la scuola è un passaggio ineludibile per un Paese che veramente voglia costruire un mondo più sereno ed opporsi all’incessante crescere di tante piccole caste sociali, templi celebranti una felicità tanto evanescente quanto legata alla materialità delle cose e alla soddisfazione frustrante dei propri impulsi egoistici.

Intendiamoci: i professori e la scuola non devono essere dei maestri di vita o una specie di santoni che indichino la via. Non dico affatto questo. Dico una cosa più semplice e forse anche banale: posto che nessuno può insegnarci a vivere, la scuola però è fondamentale per dotarci degli strumenti per percorrere questo nostro tragitto così misteriosamente e indissolubilmente legato al rapporto con gli altri.

E se queste riflessioni sono vere, mi farebbe allora piacere vivere in un Paese dove la valorizzazione dei professori sia posta come ineludibile punto di partenza per la rinascita di un’Italia avviata verso un declino che pare inarrestabile; un Paese dove le strutture scolastiche non siano abbandonate in gran parte a se stesse; un Paese che, liberatosi dall’ipocrita retorica dell’insegnamento come missione, riconosca che la gratificazione economica è necessaria perché ciascuno di noi sia stimolato a fare meglio e di più e perché tutti sappiamo bene che anche quando esiste la passione non sempre dura per sempre, in specie quando puntualmente mortificata dall’indifferenza generale.
Un Paese che incentivi con strumenti meritocratici gli insegnanti disposti a trattenersi nelle scuole ove il disagio sociale ed economico è più intenso e troppe volte situate in quei quartieri e quelle città dove vive solo chi ha avuto la ventura di nascerci. In sintesi, un Paese che ponga tra gli obiettivi assolutamente prioritari un grande progetto di rilancio della scuola e dei suoi protagonisti. E invece assistiamo a polemiche sterili, tutte ripiegate sull’oggi e cioè sul se sia giusto o meno chiudere le scuole. Ma la domanda vera mi pare sia un’altra: come si è potuti arrivare a questo punto così avvilente? Come si può essere giunti a considerare il sacrificio della scuola come qualcosa di sostanzialmente tollerabile se non addirittura surrogabile dagli strumenti informatici? La risposta mi pare purtroppo semplice: l’indifferenza delle classi dirigenti verso il problema della scuola. La scuola non occupa praticamente mai le prime o le secondo o terze o quarte pagine dei principali quotidiani nazionali e delle principali trasmissioni televisive di approfondimento; ci vuole qualche tragedia perché il problema dell’edilizia scolastica venga alla ribalta oppure una situazione eccezionale come quella di questo strano 2020: ma anche in queste occasioni tutto si risolve in un dibattito apparente, mai veramente indirizzato a proporre soluzioni di sistema e progetti concreti. E’ un’indifferenza grave che mortifica il diritto naturale dei giovani ad un futuro migliore e condanna il Paese ad un’inesorabile morte civile: e non v’è forse peggior crimine morale di questo.
 
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