Il treno e il tempo

 

di Dario Raffone


Mi è sempre piaciuto viaggiare in treno. Sin da bambino ero affascinato da un trenino locale che, costeggiando il mare, portava dalla città dove sono nato, al di là del mare, verso altre località periferiche. Devo dire che viaggiare mi dà, da sempre, sempre un po’ d’ansia. L’aeroporto, in particolare, mi appare come un luogo ostile, lontano, freddo.
Tutto ciò non mi succede col treno. Quando mi reco presso la casa al mare, spesso prendo il treno. Mi piace questo treno, uno di quei regionali così scalcagnati ma in cui, in qualche modo, fra i passeggeri, ci si riconosce come umanità normale.

Una volta era così anche sui treni di più lunga percorrenza, i c.d. espressi. Ricordo certi lunghi e a volte monotoni viaggi in Sicilia o nel profondo Nord. Ma, in ogni caso, non mi sentivo, là dentro, un estraneo. Oggi, coll’alta velocità, il clima è cambiato. Ci insediamo in questi abitacoli quasi fantascientifici dove ad ogni secondo veniamo informati dell’elevata andatura del convoglio. Non ci sono gli scompartimenti e nonostante ciò (o forse proprio per l’eliminazione di quell’ambiente raccolto) rimaniamo estranei gli uni agli altri.

Il viaggio scivola via, così, lesto, ma senza emozioni, senza particolari incroci di sguardi, sorrisi, parole. Siamo presi dalle nostre cose, dalla nostra quotidianità, non turbata dallo spostamento del nostro baricentro geografico. La nostra quotidianità rimane frenetica così come la velocità del treno o forse proprio a causa di essa.

La super velocità ferroviaria ci induce ad esser efficienti e veloci anche nelle nostre cose e a non perdere tempo neanche durante il viaggio. Le conversazioni che si sentono sono quelle con i nostri cellulari, le protesi che abbiamo adottato per restare in qualche modo presenti in un mondo che non frequentiamo più grazie anche alla pervasività della tecnica. La tecnica ci risolve tanti problemi. Anche questo mio scrivervi, rapido, diretto, immediato, è possibile grazie alla tecnica. Anche la nostra solitudine è figlia della tecnica come il lento e continuo banalizzarsi delle conversazioni quotidiane. Ma rimangono le stazioni ferroviarie, quelle piccole, un po’ di campagna, un po’ abbandonate a se stesse. Il loro silenzio non mi isola. In questi scorci di mondi così appartati mi sento a mio agio. Si risveglia una capacità di sentire un po’ persa nella quotidianità meccanica. Le stazioni mi parlano e io parlo con loro ma, più di tutto, con me stesso.
 
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