Il tempo
e la comunità

 

di Dario Raffone

Non mi sono mai troppo preoccupato, nei lunghi anni del mio percorso lavorativo, di sapere quale considerazione “gli altri” potessero avere di me o dei giudici in genere. Ho fatto in tempo a vivere e a metabolizzare una stagione, alquanto remota, in cui il giudice era un essere lontano, appartato, fuori dai “giochi” e a cui si prestava rispetto quasi fosse un sacerdote. E questo valeva per tutti, sia per i magistrati “di punta” e sia per i semplici pretori di provincia come il sottoscritto. Quel che ricordo, in particolare, era il clima, mite, rassicurante, per me e anche per gli altri colleghi dell’Ufficio in cui lavoravo.

Non era ancora giunta l’epoca delle performances statisticamente misurabili e richiedibili ma, più che altro, si pretendeva il “buon senso”. Espressione, questa, forse banale e semanticamente non molto precisa, ma che rendeva bene l’idea di cosa il cittadino si aspettasse e che rendeva accettabile anche la decisione non favorevole, se coerente con questo canone.

A quei tempi, si sa, nella provincia la modernità arrivava sempre dopo. Oggi non è più così perché siamo tutti parte di Tecnopoli, a dispetto di ogni luogo. Ma, allora, il giudice che stava sul territorio, come il prete, il professore possedeva, se non necessariamente un elevato merito professionale, un certo carisma. Le persone si affidavano, forse anche in modo improprio. Era anche il tempo dell’eroina à gogo e dell’Aids e dei tanti genitori che salivano, disperati, le scale della Pretura per invocare un intervento, conoscere un luogo dove far curare i propri figli o anche solo per il conforto di un consiglio, di un ascolto.

Era il tempo dei manicomi, civili e giudiziari, del dramma dei TSO con infermieri e medici in scarsissimo numero, ecc. Il tempo in cui non passava giorno senza processi per direttissima a carico di giovani tossicodipendenti che rubavano quanto capitava loro a tiro, dalle biciclette, alle ruote di scorta, alle autoradio ed altri beni di tal rilevante valore.

Ci si trovava a fare di tutto, anche ad essere coinvolti in estenuanti riunioni per sigillare beni ereditari con congiunti vocianti che, a dispetto del cadavere non ancora raggelato del de cuius, piombavano in Pretura per “avere giustizia”. Il tutto insieme all’ordinario lavoro, alla montagna di esposti e segnalazioni che ogni giorno chiamavano ad una “modesta” fatica: quella di sgomberare la scrivania dalle carte.
Era il tempo della comunità e, forse proprio per questo, sentivo, in quei miei giorni intensi e partecipati, una sorta di armonia, una semplice identificazione di me stesso con la comunità circostante, senza tutte quelle incertezze che oggi mi porto appresso nonostante il mio attuale bagaglio professionale, chiaramente accresciuto per via degli anni e delle diverse esperienze nel frattempo maturate. La comunità voleva, e forse vorrebbe ancora adesso, la vicinanza, lo sguardo di prossimità. Complice un tempo non ancora dominato dall’ “efficienza”, vi era l’agio di pensare, leggere e, più che altro, di ascoltare. Tutte cose che oggi possiamo delegare ai raffinati strumenti che la modernità ci mette a disposizione per risparmiare fatica ma, soprattutto, “tempo”.

A sua volta, il tempo sembra, oggi, dominato dalla tecnica, svuotato, nella sua diversità, da una sorta di coazione a ripetere. Accorsati filosofi si affacciano da patinati inserti settimanali per informarci sull’irreversibilità di tale tendenza. Non senza avvertirci che la tecnica si presenta sempre col suo fedele compagno, il nichilismo, insofferente ad ogni valore che non sia l’impossibilità di credere in alcun valore. In questa deriva, tutti saremmo dei semplici funzionari di un sistema. Né mancano interessati apologeti, anche nella magistratura, di questo stato di cose. Inconsapevoli burocrati che aderiscono al senso comune come spesso è successo nella storia, fedeli interpreti, in sedicesimo, della c.d “banalità del male”. Inconsapevoli ma numerosi e di numero crescente man mano che il conformismo acritico apre la via a questo nuovo paradigma. Secondo questo mainstream, il giudice del terzo millennio non dovrebbe avere valori che non siano l’essere performante ed anche l’interpretazione può essere ammessa solo se confinata dentro le precise direttive della dittatura del “politicamente corretto” o delle “aspettative dei mercati”.

Non sono un filosofo. Faccio un altro mestiere ma so, dai banchi di scuola, che, in realtà, la Storia non si ferma a dispetto degli apologeti del tempo presente. C’è, quindi, in ballo una responsabilità. Quella di opporci a queste tendenze. Responsabilità verso noi stessi ma, soprattutto, verso quella comunità che si attende, da noi, il "buon senso” delle decisioni. E senza la quale anche il nostro mestiere diventa un soliloquio privo di senso.
 
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