Il sonno dell'anima
e della coscienza

 

di Nicola Camerlingo

Ogni giorno, tutti i giorni della nostra vita, siamo posti di fronte a delle scelte. Quando studiavo filosofia, il binomio determinismo e libero arbitrio mi sembrava un contrasto insanabile, che imponeva una scelta di campo, quasi fideistica, perché mi sembrava che tutte e due le visioni dell’uomo avessero una loro ragione. Ed, in effetti, l’avevano. Negli anni, però, ho maturato la personalissima idea che ogni uomo ha in sé il libero arbitrio, perché fin quando un uomo ha una scelta è libero, infinitamente libero. Ciò non significa che l’alternativa sia sempre equa, facile, giusta. “A costo zero”. Alle volte è una scelta distruttiva, spaventosa, che mina il terreno sotto i nostri piedi. Tuttavia, è pur sempre una scelta, che noi possiamo percorrere, liberamente.

Sant’Ignazio insegnava ai monaci dell’ordine da lui creato - lui che era stato soldato e conosceva il male e la paura, ma anche il coraggio e gli slanci dell’anima - che alle volte proprio l’anima cade in un sonno, in una sorta di apatia, di cono d’ombra, che egli chiamava “la notte oscura”. Un limbo in cui ci si sente sospesi, indifferenti, in una parola “aridi”. Un limbo che, paradossalmente, tocca tanto più spesso a chi è abituato ai grandi slanci, alla grande fede, alla grande carità, alla visione grande delle cose del mondo. Uno stato profondo, quasi un profondo respiro, necessario – a tanti grandi santi – per penetrare la profondità della propria anima e della propria fede. La necessità di conoscere il buio, per conoscere veramente, intimamente, la Luce. Un labirinto intricato dal quale non si sa come uscire e che impone una ricerca dura, aspra, una sorta di montagna da scalare, prima di arrivare alla vetta.

Il sonno dell’anima, alla fine, impone una scelta, che siamo liberi o meno di fare: quando la Luce non c’è più, quando la notte è così profonda, da farcela dimenticare e da farci dubitare che esista, sia esistita e, soprattutto, esisterà di nuovo, la scelta è se perdere la speranza, oppure continuare a cercare e cercare ancora.

Tutto ciò, in fin dei conti, parla molto del modo in cui noi percepiamo noi stessi in relazione al mondo che ci circonda e, spesso, si traduce più banalmente (o forse non banalmente) in una scelta concreta: come rispondere alla nostra coscienza. Perché se la notte oscura dell’anima ci fa entrare nell’area delle nostre paure e insicurezze, ovvero ci spinge giù, verso un abbraccio a questa oscurità, così nelle scelte di ogni giorno il rischio è quello di sprofondare nel buio della nostra coscienza. Sembrano due condizioni slegate ed, invece, non lo sono, perché per i più la notte dell’anima è qualcosa di inconsapevole, mentre quella della coscienza ne è un riflesso concreto, che si può toccare con mano.

A chi non è capitato di porsi quotidianamente di fronte alla domanda di come comportarsi rispetto ad una data situazione scomoda? E non parliamo delle grandi scelte, delle situazioni pericolose, delle pesanti responsabilità. Parliamo delle piccole cose, che spesso ci impongono di esprimere un nostro pensiero, di affermare ciò che dentro di noi è giusto, ma che ci mette in cattiva luce, o ci espone alla malevolenza altrui. E la domanda che spesso poniamo a noi stessi è: “chi me lo fa fare?”. Già, chi me lo fa fare! Chi me lo fa fare di assumere una responsabilità che non mi porta alcun beneficio, alcuna utilità. È così che tante volte ognuno di noi sostituisce la categoria della giustizia a quella dell’utilità. Dell’umanità alla funzione. Agiamo in funzione di qualcosa, ma così noi stessi diventiamo funzione di qualcosa. Essere funzionali è tranquillizzante, pacificante, ma, chissà perché, ci lascia una sorta di inquietudine, una sorta di retrogusto amaro.

Nel mio lavoro in particolare il rischio è quello di fare della toga il dato funzionale del nostro essere, di sostituire la toga a noi stessi. Di sostituire l’utilità, o in modo politicamente corretto “l’opportunità”, a quella giustizia dentro di noi che, soprattutto per noi, dovrebbe essere la spinta delle nostre azioni, dentro e fuori dai palazzi di giustizia. Dico questo perché è il riflesso della mia quotidianità, ma – alla fin fine – è un affare che riguarda tutti gli esseri umani, qualsiasi mestiere facciano.

La paura, quella di non essere capiti, accettati, supportati, diventa l’alibi morale per tacere – ripeto – non di fronte alle grandi questioni, ma a quelle piccole, quelle della porta accanto. E qui torna l’insegnamento di Sant’Ignazio: “agere contra”. È umano, troppo umano, avere paura e timidezza, che sono la conseguenza dell’istinto di conservazione. Ma mi piace pensare che siamo qualcosa di più, ovvero che, come dice il Santo Padre Francesco, siamo i portatori di sogni grandi. Noi possiamo scegliere, ogni giorno, di sognare ancora una volta, di combattere le spinte a tacere, a far dormire la nostra anima, “agendo al contrario”. Mi viene l’immagine del maratoneta che di fronte all’ultimo chilometro vede il traguardo più lontano, le forze mancano, la vista si annebbia ed il sudore cola, ma che, con lo slancio del cuore, fa un profondo respiro e si dimentica di acido lattico e tendini che bruciano, arrivando al traguardo.

Stasera, mi piace pensare che dentro ogni uomo c’è questo lungo, profondo, respiro. Stasera mi piace pensare che la risposta al “chi me lo fa fare”, sia ancora una volta la percezione di noi stessi come concentrato di umanità e non come una funzione di qualcosa o qualcuno, fosse anche funzione di sé. Stasera mi piace pensare che dal sonno dell’anima e della coscienza possa farci svegliare la brezza fresca del coraggio di una semplice, umanissima, scelta. Un umile uomo in ricerca.
 
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