Il pulcino
e il magistrato

 

di Giuseppe Sassone

Dicono che al momento della nascita il pulcino crei una memoria stabile delle caratteristiche visive dell’individuo da cui verrà allevato. L'imprinting determina una sorta di identificazione inconscia della giovane vita con il modello, tale che il primo mutuerà dal secondo ogni gesto, ogni atto, innestando in tal modo un processo educativo silenzioso e istintivo basato sul collegamento con il modello. Il mio imprinting di magistrato è nella frase che si è scolpita nella mia memoria, dove ancora è vivida, oltre trenta anni fa. Una frase pronunciata nel discorso di augurio che il presidente di commissione rivolse a tutti i candidati il giorno della prima prova scritta del concorso: “al magistrato non si chiede di tutto sapere, ma di tutto capire”.

Questa è stata la guida del mio processo educativo di formazione ed autoformazione come magistrato, dalla schiusa dell’uovo al bianco piumaggio odierno. Tutto capire più che conoscere è tensione perenne al tessuto economico, alle vicende umane, alle disgrazie, ai dolori, alle fratture sociali che un conflitto di interessi o la commissione di un fatto reato genera. E’ la ricerca di un orizzonte di senso, è rifuggire la mera tecnica, indispensabile presupposto che non esaurisce il buon decidere.

Questo imprinting mi ha accompagnato nei primi passi, quando entravo nelle camere di consiglio che avevano per me un’aura sacrale grazie all’abbinamento di quelle parole con il “segreto” e che si rivelavano realmente luoghi alchemici in cui si mescolavano prospettazioni, filosofie decisionali, possibilità e impossibilità e dove, davvero, ebbi modo di vedere che i miei maestri cercavano il senso che è la via della decisione giusta.

Poi ho incontrato il popolo dei magistrati e ho visto che tanti e diversi erano stati gli imprinting di ciascuno. E anche questo ho cercato di capire. E allora, forse, finalmente ho capito. Ho capito che dentro la toga c’è l’uomo, piccola cosa sotto il mantello nero. Ho scoperto che la toga è l’essere magistrato, perché annulla l’uomo e fa prevalere la funzione , funzione che ha la magia e la sacralità del rito. Rito significa “ordine stabilito” e si collega al greco  che significa “mettere in ordine”, le parole sanscrite rta e l’iranico arta evocano l’idea della armonica disposizione delle parti con il tutto e l’armonia restauratrice e la funzione terapeutica. Il rito, quindi, attua un ordinamento del cosmo e prescrive le azioni da compiere per rispettare l’ordine o restaurarlo.
Nella ritualizzazione umana si danno tre grandi ramificazioni: il rituale religioso, il rituale sociale (la politica, il processo), il rituale estetico (arte). Gli ultimi due tipi derivano dal primo, in quanto parziale espressione di elementi compresi nel rito religioso. Quest’ultimo può essere definito come un’azione sacra formalizzata e ripetitiva costituita sulla stretta congiunzione di azione/gestualità e parola/mito, ossia una performance totale volta alla realizzazione del mito, attraverso un gioco espressivo simbolico che fa riferimento a credenze in esseri o poteri mistici per finalità pragmatiche relative alle persone partecipanti al rito (la danza della pioggia).
L’azione rituale coinvolge l’interezza dell’uomo, i suoi gesti, i suoi pensieri le sue emozioni, le sue parole e l’intero mondo in cui vive, i suoi spazi, i suoi tempi. Nel rito l’uomo è se stesso in tutto il suo mondo. Satta diceva che il mistero del processo è il mistero della vita. Se noi contempliamo il corso della nostra esistenza, quella individuale o quella universale della umanità, esso ci appare come un susseguirsi, un intrecciarsi, un accavallarsi di azioni belle o brutte, buone o cattive. La vita stessa non è altro che l’immenso fiume dell’azione umana, che sembra procedere e svolgersi senza una sosta. Talora l’azione si arresta e si sottopone a giudizio. Questo è il giudizio: un atto del tutto contrario all’economia della vita, che è tutta movimento, volontà, azione. È un atto antiumano, inumano. È un atto che non ha scopo.

Esso svolge però una funzione simbolica fondamentale: trasforma in simbolo la violenza del conflitto. La violenza,”impura” e come tale inammissibile, della trasgressione, si confonde con quella “legale”, “pura”, del rito. I tedeschi con un unico termine, “Gewalt”, indicano allo stesso tempo violenza, potere, autorità. Tutto ciò per la forza simbolica e rigeneratrice del rito. Nel conflitto di interessi che è sempre alla base del processo, quest’ultimo, come insegna Antoine Garapon, si pone come agôn contrapposto al polemos. L’agôn è la razionalizzazione della violenza entro i confini di un quadro istituito, attraverso l’individuazione di una regola del gioco. Il polémos è la guerra, lo scontro diretto tra forze al di là di qualsivoglia regola. L’agôn rinvia all’idea di lotta regolata, civilizzata che, per quanto tempo dura, è pur sempre disciplinata da regole. Il polémos indica lo stato di guerra in cui bisogna temere e diffidare di ogni colpo.

Nella procedura medievale, il legame sociale che l’agôn vuole rafforzare è simboleggiato dal rito con il quale il difensore veniva insignito delle sue funzioni: il sergent tocca il difensore con un piccolo bastone che simboleggia l’accusa che, quindi, lo raggiunge attraverso la intermediazione del sergent e della bacchetta: ai rapporti sociali originari logorati dai conflitti si sostituisce un nuovo legame sociale costituito dalla procedura. Paradossalmente il processo riesce a rafforzare il legame sociale. L’appartenenza ad un comune mondo simbolico trasforma la violenza in linguaggio, l’emozione in razionalità, il disordine in ordine, la passione in simbolizzazione: rigenera la pace sociale a partire dalla discordia, riafferma la legge comune in occasione della trasgressione, ribadisce l’autorità del sovrano (oggi della Legge) non appena la si ponga in discussione. Oggi vorrei ritrovare il mio imprinter e dirgli quel che ho capito, riportargli la bellezza della funzione a cui mi ha aperto le porte e per la quale non cesserò mai di ringraziarlo.
 
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