Il pezzo di carta

e il ruolo del giudice

 

di Luca Caputo

Un giorno una signora è entrata nella mia stanza, alla fine dell’udienza. Erano trascorsi circa tre anni da quando avevo iniziato a fare questo lavoro. “Signor giudice, vi devo parlare” disse. Le spiegai che non potevo parlare dei procedimenti in corso e che, eventualmente, avrebbe dovuto presentare un’istanza attraverso il suo avvocato. “Signor giudice, io vi devo parlare” insistette, chiarendomi che non si trattava di un processo in corso. La feci entrare nella stanza e accomodare su una sedia. Stringeva tra le dita un pezzo di carta. Lo stringeva forte, come fosse qualcosa di prezioso. Quel pezzo di carta era una mia sentenza.

Me la porse affinché la leggessi: era la sentenza con la quale avevo deciso, oltre un anno e mezzo prima, il processo in cui era attrice. Le avevo dato ragione, riconoscendole il diritto a rimuovere un muro costruito illegittimamente che, a quanto leggevo, impediva alla sua abitazione di prendere luce e sole, rendendole la vita, letteralmente, più buia. Le chiesi cosa volesse da me.

Mi rispose che non capiva: aveva vinto la causa, il suo avvocato le aveva detto che la decisione era diventata definitiva, ma nulla di quello che c’era scritto nella sentenza si era realizzato. “Com’è possibile?” mi domandò. Le spiegai che il mio lavoro terminava con l’emissione della sentenza, che un altro giudice si sarebbe occupato di far realizzare quello che era stato deciso e le consigliai di rivolgersi al suo avvocato.

Lei mi disse che tutto questo era già stato fatto e che non si poteva fare nulla: avrebbe trascorso gli ultimi anni della sua vita con quell’orribile muro davanti alla finestra di casa. “Com’è possibile?” mi domandò di nuovo. La accompagnai alla porta dopo averle spiegato che ero in camera di consiglio e avevo ancora tanti provvedimenti da scrivere. Ma continuai a pensare, per tutto il giorno e per quelli immediatamente successivi, alla domanda che mi aveva fatto. Per quanto mi sforzassi, non riuscivo a trovare una riposta. Perché non la avevo.

Ci volle del tempo prima che arrivasse. Sono passati molti anni da quel giorno. Ho continuato a fare il giudice civile, occupandomi di diversi settori, dal diritto di famiglia, alla contrattualistica. Ho preso migliaia di decisioni, perché è per questo che lo Stato mi paga ed è questo il compito che sono chiamato a svolgere: prendere la decisione giusta nel minor tempo possibile. Decidere. Decidere. Decidere.
In un mondo in cui è possibile che una coppia di genitori separati deleghi a un estraneo anche la scelta dei giorni e degli orari in cui è possibile vedere i figli, c’è, evidentemente, bisogno di qualcuno che decida. C’è disperatamente bisogno di qualcuno che decida. Da poco più di due anni faccio il giudice del lavoro. Mi occupo della tutela di un diritto “nobile”. Di un diritto che, nelle intenzioni dei padri costituenti, dovrebbe essere il pilastro di questa nostra povera Patria, ma che, sempre più spesso, è concretamente irrealizzabile perché, semplicemente, drammaticamente, non c’è, proprio come la famosa isola di Peter Pan.

E così, a furia di decidere e di constatare - per fortuna non sempre, ma spesso - l’inutilità di tante decisioni, ho trovato la risposta, a quella domanda. E la risposta è nel ruolo del giudice, nella sua essenza: perché il giudice è qualcuno che, per definizione, deve portare giustizia.

Ma che deve farlo in un mondo che diventa - ogni secondo ogni minuto ogni ora che passa - sempre più profondamente, irrimediabilmente, intrinsecamente, ingiusto. E così quello che può fare è, nel migliore dei casi, mettere una toppa sopra una voragine, curare un malato grave con l’omeopatia, applicare un cerotto su ferite così profonde che difficilmente si rimargineranno, probabilmente mai. “Com’è possibile?” Già, com’è possibile?
 
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