Il nomadismo del
desiderio


 

di Gennaro Pagano


“Perché divento irrequieto dopo un mese nello stesso posto, insopportabile dopo due?”. Così scrive Bruce Chatwin nel febbraio del 1969 in una lettera al suo editore Tom Maschler. Ho incontrato l’amante del nomadismo attraverso i suoi libri ricevuti in dono da un amico, oramai circa venti anni fa e da allora la sua “anatomia dell’irrequietezza” è parte di una lente più vasta attraverso cui sono solito guardare il mondo, quello che si agita dentro come quello che continuamente muta al di fuori. Il nomadismo di Chatwin, quello che lo spinge a viaggiare, scrivere, raccontarsi e raccontare è il sintomo di una potente inquietudine che abita il cuore umano e lo spostarsi continuamente da un luogo all’altro, al di la di ogni logica motivazione culturale, è frutto del desiderio insopprimibile di trovare un luogo che sia casa, definitivamente casa. Un mio maestro, il professor Vittorio Luigi Castellazzi, chiamerebbe questa casa la “stanza della felicità”, riferendosi (da grande psicanalista qual è) al desiderio inconscio di tornare a quell’unione primordiale con l’utero che abbiamo abitato senza mancanza alcuna e senza tracce percepibili di reali separazioni.
Siamo in un viaggio caratterizzato da una costante mutazione, in cerca di una casa, mendicanti distratti di una pienezza mai del tutto posseduta. Tutti camminatori, spesso nostro malgrado e ancor più sovente senza saperlo. Tutti vagabondi, pellegrini, nomadi.

Senza disquisizioni lessicali e sociologiche credo che la differenza tra questi tre termini non risieda nell’azione che descrivono – il camminare, il muoversi, lo spostarsi – ma piuttosto nel livello di consapevolezza con cui la compiono gli attori: il vagabondo cammina e erra ma senza essere conscio del suo status, delle sue motivazioni e della sua meta; il pellegrino ha chiara la direzione e il perché del suo viaggio, sperando con tutto se stesso di arrivare al luogo agognato per poter finalmente mutar vita appagando la propria mancanza; il nomade fa pace con i propri vuoti, consapevole che sempre e comunque gli mancherà qualcosa o qualcuno e pertanto pone le fondamenta della propria casa nell’atto stesso del camminare, senza scelte di radicamento. Il nomade certamente non potrebbe mai rispettare il voto di stabilità richiesto ai monaci benedettini. Eppure ho il sospetto che tra lo status di “stabile” e quello di “nomade” vi sia una celata amicizia: forse il vero monaco ha fatto voto di stabilizzarsi nell’accettazione di un nomadismo interiore mosso dal desiderio.

Mario Luzi, in Sotto specie umana, poetizza: Di che è mancanza questa mancanza, cuore, che a un tratto ne sei pieno? di che? Rotta la diga t’inonda e ti sommerge la piena della tua indigenza. Tutti ogni giorno facciamo i conti con questa mancanza e la felicità forse consiste nell’accettarla con una leggerezza non superficiale, rapportandoci ad essa come al motore della vita. In fondo è questa la logica del desiderio che pone l’umano in continuo muoversi dal luogo della mancanza a quello della pienezza. Viviamo in un tempo inedito, forse come ogni tempo, ma nel quale l’unica certezza che abbiamo è quella che consiste nel sapere che nulla è graniticamente certo se non il mutamento e ciò che lo muove: l’amore.

Quell’amore caldo e assoluto che abbiamo sperimentato nel grembo di nostra madre e che cerchiamo e ricerchiamo nei nostri incontri, nei nostri possessi, nei nostri doni. Le lettere dell’amore compongono così l’alfabeto del desiderio, declinando i suoi verbi ora al passato, ora al futuro, descrivendolo come appagamento o come mancanza, ma senza mai poterlo inquadrare con chiarezza in una formula scientifica, filosofica, teologica. Siamo tutti camminatori. E dalla consapevolezza del nostro desiderio dipende il nostro status di vagabondi, pellegrini o nomadi. Nessuno di noi tuttavia, pena l’inganno, riuscirà mai a sopperire allo scarto radicale tra la propria mancanza e la conoscenza di quella realtà totalizzante e appagante che la produce. Una realtà che per qualcuno è la radice dell’Io, per qualcun altro è il volto di Dio. Per me è entrambi.

 
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