Il mare dà libertà e

libertà toglie
 

di Arcangelo Monaciliuni

Mettersi in pelago per affrontare, da piccioletta barca, un tema tanto affascinante, quanto vasto e difficile, quale “Mare e libertà” davvero fa tremar le vene e i polsi. Ognuna delle due parole evoca una miriade di immagini, di sensazioni, ad ognuna è legata larga parte della “canoscenza”, per seguir la quale fummo fatti. Offrirle insieme al vaglio ne allarga e nel contempo ne restringe i confini a dismisura, sì che nella mente di ciascuno i due concetti si materializzeranno immediatamente in forme diverse a seconda della diversa essenza di ciascuno.

Affastellate in rapida sequenza io vedo scorrere le immagini di “Augustine, Augustine, quid quaeris? Putasne brevi immittere vasculo mare totum?", del Gibraniano “vasto mare, materno e insonne, unica pace e libertà alla corrente e al fiume”, di Ulisse “trascinato dai venti funesti sul mare pescoso” e, pur rispettoso degli Dei, alla ricerca della sua strada, in libertà. E vedo infine, da ultimo ma non per ultimo perché fu amore giovanile, di quelli che rimangono vivi nell’animo, per quanta ragione tenti poi di ridimensionarlo, il grande Corso che dallo scoglio della sperduta isola dell’Atlantico scruta il mare, la vasta, incolmabile, distesa di acqua che un “inestinguibile odio” aveva frapposto fra l’Uomo cui due secoli si eran volti sommessi e la sua libertà.

Se il mare ha raffigurato da sempre il tramite fra l’uomo e l’ignoto, quel limite, le colonne di Ercole, che l’uomo vuol superare per appagare la sua sete di sapere, raggiungere la libertà, intesa nel più ampio dei suoi sensi, nella sua declinazione al plurale, i mari, ha(nno) rappresentato l’anello di congiungimento fra i popoli, favorito gli scambi culturali, se pur attraverso percorsi a volte discutibili, noi occidentali onusti del peso di “portare il fardello dell’uomo bianco” con quanta privazione delle libertà altrui ne son seguite nel corso della storia.

Era giusto? La privazione della libertà, delle libertà può dirsi compensata dal dato che i valori dell’Occidente son (divenuti) valori universali, appartengono oggi all’Uomo in quanto tale, sono solennemente proclamati, scolpiti in Dichiarazioni formali? Ma lo sono, poi, universali? Lo sono in concreto? E possono essere imposti, pur se taluno non ne riconoscesse la pregnanza, la universalità? Risposte definitive io non ho. Io navigo nel mare dei dubia, in un mare di relatività che non nega l’esistenza di valori assoluti, ma solo nega che possa esistere una gerarchia fra loro.

E’ ben possibile, e la storia è piena di esempi di tal fatta, che un valore assoluto in qualche circostanza ne contraddica un altro. La vita è certo un valore assoluto, la dignità della singola persona di certo è un valore assoluto e così via, ma anche singoli valori fondamentali possono dover essere sacrificati/limitati: in toto o in parte qua, per un dato tempo, in date evenienze. Sol chi pretende di possedere verità assolute/rivelate non ha dubbi e predica l’esistenza di una gerarchia fra valori, fra principi. Ma assoluto e rivelazioni appartengono alla sfera del trascendente, appartengono a color che han fede nelle divinità, a coloro che le colonne di Ercole non sentono il bisogno di varcare: perché han fede e da essa sono appagati.

Il cammino dell’uomo, pur guidato dalla lanterna di Diogene, non si snoda lungo una strada diritta, è tortuoso, i marosi son lì sempre in agguato e la lotta fra l’uomo e il mare è perenne, come perenne è l’amore fra loro. Il mare dà libertà e libertà toglie, ti mostra gli abissi e la loro insondabilità. Son le contraddizioni, che appiano connaturate alla vita stessa: del pianeta, dell’uomo sul pianeta, degli esseri viventi tutti sul pianeta. Ma forse, in ciò, in esse, è l’Uomo, goccia infinita in sconfinato mare, che rivolge l’eterna domanda alla Luna: “Che fai tu, luna, in ciel? dimmi, che fai, silenziosa luna?”.
 
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