Il giudice e la carriera.

Un ossimoro

di Carla Musella

In un TED talk la scrittrice nigeriana Chimamanda Ngozi Adichie illustra il tema del pericolo di un’unica storia, vale a dire il pericolo di una visione e narrazione unica delle realtà siano esse letterarie, storiche o sociali. Si creano, in tal modo, degli stereotipi che non sono falsi ma incompleti. In questo talk, la scrittrice spiega, tra l’altro, come per parlare dell’Africa una cosa è partire dal fallimento dei governi locali, un’altra è partire dal colonialismo dell’occidente. Ogni medaglia ha due facce e spesso i sistemi complessi più che ad una medaglia somigliano ad un poliedro con molte facce. Nella narrazione unica della giustizia civile si parla quasi unicamente dei ritardi gravi, proponendo rimedi che puntano a premi/castighi per il giudice, a volte indicato come incapace/fannullone, altre come pigro. Premi per i giudici più efficienti, più meritevoli, disincentivi per i giudici peggiori, sorveglianza per i disorganizzati: rimedi per lo più aziendalistici perché a parlare di giustizia sono spesso i non addetti ai lavori, economisti focalizzati unicamente sulla carriera. E’ di qualche giorno fa un articolo sul blog di economisti la voce info, in cui l’autore propone di dare attuazione alla riforma dell’ordinamento giudiziario (legge 111/2007), inserendo criteri oggettivi che valorizzino il merito del giudice per far in modo che i più meritevoli facciano più carriera. Tra le sue proposte per migliorare i tempi della giustizia si consigliano vari rimedi e si punta, tra l’altro, su un criterio meritocratico (già in vigore formalmente dal 2007 e quindi da tredici anni) indicando, tra i vari criteri oggettivi per misurare il merito del giudice, un premio per la qualità inversamente correlato al numero dei casi decisi dal giudice che vengono riformati in appello. Peccato che il criterio già esista inutilmente nei moduli delle valutazioni quadriennali di professionalità, anche se sostanzialmente disatteso.

Infatti un giudice ottimo che fa una sentenza magnifica e magari tempestiva può vedersi riformato in appello, dopo anni, da un collegio di giudici incapaci, ma può anche vedere ribaltata la decisione di appello dalla Corte di cassazione. Una sentenza ingiusta di primo grado può diventare definitiva in mancanza della impugnativa delle parti. Del tutto semplicistico ed erroneo pensare di valutare il lavoro del giudice sulla base dell’esito delle impugnazioni. Il processo civile è un meccanismo complesso, a partecipazione multipla, la cui durata e qualità non dipende solo dal giudice, ma anche dalle parti, dai difensori, dai testimoni, dalla delicatezza della prova, dalla efficienza dei cancellieri e dei sistemi telematici. La narrazione dei ritardi della giustizia da rimediare con la meritocrazia è una narrazione unica incompleta che proprio perché concentrata solo sui ritardi propone ricette superate e, a mio modesto avviso, erronee, inidonee a risolvere i problemi. Essa parte da una visione sbagliata della giustizia che oblitera l’importanza e la delicatezza delle questioni che sono coinvolte nei procedimenti civili e si occupa solo dei tempi della giustizia, non della sua qualità e della importanza che ha nella vita delle persone e nel funzionamento dello stato democratico.

I ritardi gravi della giustizia, come ho già detto in un precedente articolo su questo stesso blog, dipendono da vari fattori. Richiamo alcuni dati: in Italia erano pendenti al 2019, 3.293.960 giudizi civili (dati statistici ufficiali del Ministero della Giustizia). Nel 1996 c’erano in Italia 86.939 avvocati, mentre nel 2020 sono 245.430, con una diminuzione della popolazione ed un oggettivo aumento vertiginoso degli avvocati. Ciascun cittadino misura sulla propria pelle la complessità e spesso oscurità delle fonti normative, ed il continuo legiferare che crea incertezza nel diritto, mentre a disposizione di tutti vi sono i dati sul numero delle fonti normative in Italia (oltre 150mila) molto maggiore di quelle che ci sono, ad esempio, in Germania (5500). Aggiungo che il caos normativo rende complesso l’individuazione del diritto per la parte che ha ragione in una causa civile e ciò lo si comprende facilmente soprattutto se un giudice ha un carico di lavoro eccessivo. L’avvio a risoluzione dei problemi dell’arretrato civile passa per un potenziamento del processo civile telematico (riforma fatta fino ad ora a costo zero) con attuali continui rallentamenti dovuti a computer obsoleti e alla “regolare” interruzione/ malfunzionamento del servizio telematico. La giustizia civile è fortemente rallentata da un processo telematico caratterizzato da atti di parte lunghissimi, a volte di centinaia di inutili pagine, senza che sia mai stata dettata una disciplina sulla “sinteticità” degli atti di parte pur prevista nella legge introduttiva del PCT. Occorre una semplificazione delle fonti normative, una regolamentazione più severa dell’accesso alla professione forense, una razionalizzazione delle piante organiche eliminando lo scandalo risalente di tribunali che funzionano con 300 cause a testa per un giudice e tribunali che funzionano con 3000 e più cause a testa per ciascun giudice. Si dovrebbe pensare ad una forma di regolarizzazione dei giudici onorari (precari della giustizia, regolarizzazione già adombrata in alcune decisioni giurisdizionali anche sovranazionali) e ad una implementazione di figure professionali a formazione scientifica (informatici e statistici) nei ruoli del Ministero della giustizia. La lentezza dei processi non dipende dalla scarsa meritocrazia, ma se mai è vero il contrario.

La valutazione meritocratica della professionalità del giudice è stata inserita già nella riforma del 2007; tra le griglie dei moduli di professionalità quadriennali sono previste varie voci sulla laboriosità/impegno tra cui proprio le eventuali anomalie tra i vari gradi di giudizio registrate sui provvedimenti emessi dal giudice sottoposto a valutazione. Vorrei chiarire all’ignaro lettore che ogni valutazione quadriennale di professionalità comporta un notevole carico di lavoro: a) per il presidente di sezione che redige il parere sulla professionalità; b) per il giudice sottoposto a valutazione che fa l’autorelazione e raccoglie il materiale da valutare (sentenze, verbali di udienza, eventuali pubblicazioni); c) per il personale amministrativo dei Tribunali che ricerca le sentenze e verbali di udienza scelti a campione per tutti i magistrati sottoposti a valutazione secondo le direttive del consiglio giudiziario; d) per il capo dell’ufficio che fa la valutazione; e) per il consiglio Giudiziario che fa delibere periodiche sulle modalità di raccolta dei provvedimenti a campione e deve poi concretamente esaminare le valutazioni stesse una ad una; f) per il CSM che sancisce l’avvenuto superamento delle valutazioni di professionalità da parte del giudice. Un numero di ore di lavoro notevole sottratto alle attività giurisdizionali ed amministrative per gli organi di autogoverno, tanto più che le valutazioni di professionalità, per come sono fatte concretamente, sono abbastanza standardizzate e poco rappresentative delle qualità dei giudici; qualità che invece sono normalmente conosciute, così come in tutti gli ambienti di lavoro. Si conosce il medico bravo e quello meno; gli insegnanti meritevoli e quelli sfaticati e così via. Lo stesso vale per i giudici. Il punto è che la meritocrazia è alla base già della riforma dell’ordinamento giudiziario del 2007 ma non ha migliorato né la velocità dei processi, né la qualità della giurisdizione ed ha portato a forti degenerazioni carrieristiche nonché agli scandali delle scelte del CSM di cui sono piene le cronache dei giornali da qualche anno e che sono culminate nell’affare Palamara. In una parola l’idea meritocratica/carrieristica del giudice è fallita del tutto lasciando una scia di conseguenze negative sul modello costituzionale del giudice indipendente che si distingue solo sulla base delle funzioni svolte.

Occorrono, dunque, più che mai, idee nuove che muovano proprio dal modello “costituzionale” del giudice. Occorre tornare al tema della professionalità tout court del giudice e occuparsi di cosa fa il magistrato e non di come è il magistrato. La strada è tornare alla costituzione che prevede che i giudici si distinguono tra loro solo per la diversità di funzioni (art. 107). La natura indipendente da ogni altro potere della magistratura (art. 104 della Costituzione) non impedisce, secondo me, lo studio di possibili valutazioni del servizio giustizia da parte dei cittadini e dei difensori, studiando un meccanismo che impedisca facili risposte negative/ritorsive nei confronti del giudice in caso di perdita della causa o di condanna penale e che sia sottoposto al vaglio del Consiglio giudiziario, che, grazie alla composizione territoriale, è informato di fatto delle qualità dei singoli giudici e del servizio che ciascuno offre alla collettività. L’ultima parola spetterebbe ovviamente al CSM. L’esperienza maturata dal 1981, quando sono entrata in magistratura, mi suggerisce inoltre che il criterio dell’anzianità nel conferimento delle posizioni di Presidente che poi corrisponde all’esperienza maturata sul campo, non era così malvagia e che potrebbe essere recuperata con dei correttivi quali la rotazione per evitare incarichi a vita. Certo negli anni ’80 il paese era al termine della stagione iniziata nel 1968 e proseguita negli anni ’70 che per brevità definirei stagione di fermenti ideologici anche violenti, ma caratterizzati dall’idea che si potesse e dovesse migliorare la società, aprirla a nuovi diritti. Scenari molto lontani da quelli odierni.
La funzione giudiziaria era allora vista come parte di questo cambiamento. Il lavoro di giudice era un mezzo per impegnarsi a rendere la società migliore attraverso l’affermazione della legge nel caso concreto. Rendere giustizia era dunque la missione del giudice, una finalità da realizzare attraverso il processo sia penale che civile. L’idea-modello di giudice era quella di curare al massimo, con impegno quotidiano. la preparazione professionale, vivendo con attenzione tutti i singoli processi; di coltivare la cultura delle regole, studiando il diritto in funzione del processo. Certamente c’erano le deviazioni perché la realtà non sempre rispecchia i modelli: ma l’idea di giudice era tutta concentrata sulla funzione giurisdizionale. Non vi era altro. Nella mia esperienza e crescita professionale i maestri, i colleghi più anziani sono stati autentiche guide. Negli anni ’80 non c’era quasi formazione teorica, tranne nel periodo dell’uditorato, prima della scelta della sede di lavoro. La vera formazione del giudice era sul terreno del processo e si imparava tantissimo sul campo perché l’attività giurisdizionale era al centro dell’idea- modello di giudice. Forse sono stata fortunata ma ho imparato tutto dai miei maestri durante l’uditorato, poi nel collegio penale e all’inizio dell’attività ma anche in seguito quando ho cambiato funzioni dal penale al settore lavoro all’inizio degli anni ’90.

Vorrei spendere qualche parola sul valore dell’esempio, sui maestri perché possono davvero segnare positivamente la vita professionale del giudice, più di cento corsi di formazione. Il primo maestro, durante l’uditorato generico, mi fece capire l’approccio al processo civile, l’importanza di tenerlo sotto il controllo del giudice e di non lasciare la guida di esso alle parti contrapposte, di evitare i rinvii. Del secondo, nel collegio penale durante l’uditorato mirato (così si chiamava all’epoca il tirocinio prima della presa di servizio) rammento l’insegnamento indelebile a leggere le carte del processo una ad una senza risparmiare energie. Nella mia prima sede di lavoro, il presidente del collegio penale ci insegnò ad approfondire ogni elemento di prova, senza fidarsi della istruttoria del PM. Conservo ancora gli appunti per un processo di sequestro di persona, i sopralluoghi fatti dal collegio per controllare le prove raccolte dal PM, e ricordo la tensione morale che ci impegnava nelle camere di consiglio anche nell’esame di ogni istanza di libertà provvisoria. Era lento ma accuratissimo, l’ideale per qualsiasi imputato. Gli anni presso la Pretura di Napoli-Barra hanno segnato per sempre il mio modo di concepire il lavoro di giudice con la presenza quasi quotidiana in ufficio, le istruttorie rigorose sugli infortuni sul lavoro, secondo modalità predisposte dai dirigenti dell’ufficio, il dibattimento penale che iniziava alle 8,30 del mattino, l’impegno collettivo di tutti i giudici, gli insegnamenti della collega giudice tutelare, altra maestra indimenticabile, in un territorio afflitto da tanti mali tra cui maltrattamenti di minori ed evasione scolastica. Pur essendo ciascuno di noi giudice monocratico, assegnato a varie materie, c’era uno scambio proficuo continuo ed un vivere il lavoro e l’ufficio in modo corale anche con i cancellieri fondato sull’idea di rendere l’ufficio giudiziario un punto di riferimento per il territorio. Il quarto infine, dirigente della sezione lavoro della pretura di Napoli, maestro di diritto e di vita insegnava a tutti l’arte dello ius dicere, ed era esemplare per cultura e dedizione al servizio e alla crescita professionale di tutti i magistrati del suo ufficio.

In queste esperienze svoltesi prima del nuovo millennio, nei miei primi dieci /quindici anni della vita professionale, il modello di giudice era concentrato sull’attività giurisdizionale, sul processo penale o civile, sulla delicatezza della professione, sulla centralità del processo come luogo ove occorreva rendere giustizia. Rendere giustizia attraverso il processo penale o civile, questo era il lavoro del giudice. Eventuale attività didattica, scientifica, svolte dal giudice, erano ai margini della professionalità e finanche l’attività associativa. Sarò stata fortunata ma i presidenti o dirigenti che ho incontrato sul mio cammino, scelti con il criterio di anzianità, erano persone eccellenti forse più di tanti che oggi ricoprono i posti di capi degli uffici e di presidenti di sezione scelti con criteri, in ipotesi, meritocratici. In quegli anni non c’era neppure il concetto della carriera del magistrato, perché l’idea centrale era il lavoro di giudice nel processo. E’ sul finire degli anni ’90 che si è progressivamente affermata di fatto la necessità di coltivare anche la immagine del giudice e si è progressivamente passati dalla considerazione di quello che fa il giudice a quello che deve essere il giudice. Dal finire degli anni ’90 sono cambiati progressivamente e, se si può dire, rovesciati i criteri di identificazione del buon giudice: le attività didattiche, fuori ruolo, scientifiche e associative sono diventate il cuore della professionalità del giudice, tutto proteso a corredare il suo curriculum di esperienze altre rispetto al lavoro giudiziario. Tutto questo mentre la riforma costituzionale dell’art. 111 Cost. con la introduzione del principio di ragionevole durata dei processi e la legge cd. Pinto del 2001 avrebbero richiesto, invece, un’attenzione esclusiva all’attività giurisdizionale. Il nuovo ordinamento giudiziario del 2006/2007 ha sancito definitivamente il tramonto dell’idea di giudice degli anni ’90 con risultati negativi proprio sulla efficienza del servizio giustizia e sulla pari importanza delle funzioni dei giudici. E’ intuitivo comprendere che se l’accento è posto sul cuore dell’attività giurisdizionale e non sulle attività collaterali, il concetto stesso di carriera si dissolve e il giudice davvero si differenzia solo per le diverse funzioni che svolge così come previsto dalla Costituzione. Al tempo stesso la centralità dell’attività giurisdizionale e la sua considerazione mettono in un cono d’ombra tutte le altre attività (didattiche, scientifiche, associative) con concreto beneficio per un migliore servizio della giustizia nell’interesse generale. La mia idea di giudice, concludendo, è quindi quella di andare avanti tornando un po’ indietro, lasciar perdere la meritocrazia, valutazioni di professionalità autoreferenziali, carriera del giudice, abbandonare la narrazione unica della velocità del processo e ripensare all’importanza del processo civile e penale, come luogo di realizzazione della democrazia e di attuazione dei principi costituzionali sulla giurisdizione.
 
 
Aprile 5, 2021

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