Il disegno di legge sull'omofobia:
dall'indifferenza alla differenza

 

di Stefano Chinotti


Nella seduta del 4 novembre 2020 la Camera dei Deputati ha approvato un disegno di legge contro la violenza e la discriminazione commesse per ragioni di sesso, genere, orientamento sessuale, identità di genere e disabilità e che diverrà legge solamente quando sarà licenziato anche dal Senato della Repubblica; cosa tutt’altro che scontata posto che in quella camera del nostro parlamento l’equilibrio fra le forze politiche di maggioranza ed opposizione cambia sensibilmente. La scelta adottata dal legislatore è stata quella di estendere a queste nuove fattispecie l’applicazione del disposto di due articoli del codice penale, i numeri 604 bis e ter, che già apprestano tutela contro la violenza e la discriminazione commesse per ragioni di razza, origine etnica e religione. Il percorso verso un ampliamento della protezione penale nei confronti della misoginia, dell’omo-bi-lesbo-transfobia e dell’abilismo si inserisce in un contesto di salvaguardia che, anche a livello sovranazionale, possiamo definire incardinato su un binario uniforme. Il nostro ordinamento, così come quello di moltissimi altri paesi, ha intrapreso la via dell’accordare una tutela rafforzata contro i crimini e, in una certa parte, anche i discorsi d’odio commessi nei confronti di persone di razza, origine etnica, appartenenza religiosa differenti da quelli della maggioranza o legati a motivi di sesso, genere, orientamento sessuale, identità di genere ed abilismo.
La ragione di tale tutela rafforzata risiede nella natura, diremo, dilatata degli effetti dei reati commessi nei confronti di talune categorie sociali se consumati in ragione proprio delle loro caratteristiche personali: usare violenza ad una persona omosessuale proprio in ragione della manifestazione pubblica del proprio orientamento sessuale sortirà, ad esempio, l’effetto consequenziale del disincentivare tutte le altre dall’adottare la medesima condotta per il ragionevole timore di poter subire lo stesso trattamento. Il dibattito sviluppatosi intorno all’approvazione di un disegno di legge che, in un qualsivoglia ordinamento democratico, avrebbe potuto essere dato per scontato segna invece il grado di arretratezza culturale che pervade se non la realtà sociale del paese quantomeno quella della sua rappresentanza politica.

Nel dibattito antecedente l’approdo in aula ed in quello più prettamente parlamentare si sono alzate voci che hanno strumentalmente confuso i piani delle pratiche sessuali con quelli dell’orientamento sessuale e dell’identità di genere giungendo a sostenere tesi che fanno poco onore a coloro che le hanno propugnate quali, ad esempio, l’accusa del voler approntare una tutela al masochismo, al sadismo ed alla pedofilia; perché intendiamoci le critiche piovute sul disegno di legge si sono esclusivamente focalizzate sulla parte di esso relativa alla omo-bi-lesbo-transfobia: come se la misoginia e l’abilismo non fossero contemplati. C’è da dire che nelle proposte di legge originarie la tutela era limitata alle differenze sessuali e che la protezione nei confronti della disabilità è stata introdotta in fase di discussione in aula e, a detta di qualcuno, in maniera utilitaristica posto che già la legge n. 104 del 1992, all’art. 36, prevede una specifica aggravante per i delitti commessi in danno di una persona portatrice di disabilità. La singolarità del dibattito sollevatosi sul disegno di legge in questione, nel caratterizzarsi certamente per i toni aspri utilizzati da coloro i quali s’oppongono all’introduzione della novella, si rinviene, in verità, più sul ritardo con il quale esso ha avuto inizio. E’ questa una peculiarità non certo riconducibile al solo periodo pandemico che ha segnato la prima fase dei lavori parlamentari.
Ad uno strano silenzio mantenuto dai detrattori del disegno di legge ha fatto eco quello dell’associazionismo LGBTIQ+ che, certamente, avrebbe avuto interesse invece ad intervenire. Una sorta di indifferenza caratterizzata, quanto ai primi, dal disinteresse di fondo alla promozione di una politica di parità e, quanto ai secondi da un atteggiamento ambivalente e rinunciatario e, forse, si spera perché sarebbe meno grave, determinato dal timore che un’azione più incisiva avrebbe potuto comportare una contro-reazione.

L’assenza di dibattito politico e sociale, però, ha finito per rappresentare quel che è la realtà di un sentire diffuso nella gran parte dei cittadini e delle cittadine: il disinteresse alla tutela delle minoranze, la convinzione che accordare un diritto a qualcuno possa risolversi in una privazione per altri e l’idea che, allorquando si deve affrontare un tema che non ci coinvolge in prima persona, vi sia sempre un’altra priorità. Come se una cosa togliesse linfa vitale all’altra. Il disinteresse al confronto e quel che potremmo definire il “benaltrismo” hanno fatto emergere la diffusa ignoranza sulla consapevolezza della necessità di muoversi con un approccio sistemico in una prospettiva in cui è l’interazione fra i fattori a condurre allo sviluppo di una società democratica.

A fronte di un tale iniziale silenzio è iniziata, poi, un’indecorosa gazzarra in aula priva di evidente autenticità ed animata solo per il compiacimento del proprio elettorato di riferimento. Pur tuttavia, a valle dell’indifferenza iniziale, il percorso di questa prima fase si è concluso con l’approvazione di un disegno di legge che, se licenziato definitivamente, potrà segnare una differenza per molte persone.

La violenza e la discriminazione nei confronti delle persone LGBTIQ+ costituiscono una tristissima realtà non esattamente fotografata dalle stime ufficiali che rilevano esclusivamente gli episodi oggetto di formale denuncia. Chi legge per abitudine un quotidiano sa che è così. Le pagine della cronaca riportano ogni giorno casi di violenza e discriminazione in famiglia, sul lavoro e nella vita quotidiana. Gli episodi di odio omo-lesbo-bi-transfobico riportati in un report offerto dal settimanale “L’Espresso” sono stati ben 57 nei soli primi sei mesi del 2020. Approntare una tutela penale non servirà probabilmente ad abbassare i numeri ma sarà utile a recare giustizia alle vittime ed a fare emergere il sommerso.

Vi è da ricordare che il disegno di legge in discussione non si occupa solo di intervenire sulla normativa penalistica ma prevede, dall’art. 7 al 10, l’introduzione di strumenti per un’attività di prevenzione. L’istituzione della giornata nazionale contro l’omofobia, la lesbofobia, la bifobia e la transfobia (art. 7) con l’organizzazione di cerimonie ed altre iniziative sarà utile a promuovere la cultura del rispetto e dell’inclusione ed a contrastare i pregiudizi, le discriminazioni e le violenze nei confronti della comunità LGBTIQ+. Medesima funzione avrà la formalizzazione dell’ampliamento dello spazio di operatività dell’ufficio nazionale contro le discriminazioni razziali (art. 8). Un sistema di raccolta dei dati organico servirà a fornire il quadro della situazione reale e ad apprestare strumenti per un’azione più efficace contro le discriminazioni e le violenze (art. 10). E’ forse questo il cuore pulsante della legge ed è la parte più a rischio nel futuro dibattito parlamentare.
 
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