Il discorso chiuso del Covid
e l'ideologia della paura

 

di Franco Cuomo


Sia nell’immaginario collettivo, che nelle teorizzazioni moderne, la paura è un sentimento irrazionale, epistemologicamente ‘opaco’, che blocca l’azione. Questa interpretazione ha le sue radici nel pensiero razionalista dell’Occidente, che va da Cartesio a Spinoza, e giunge fino a Kant, in cui emozioni, sentimenti e desideri vengono accomunati come passioni che la ragione deve tenere sotto controllo per poter orientare la volontà verso il bene, individuale o collettivo. La lunga tradizione che condanna le passioni come fattore di turbamento, instabilità, pericolo, contrapponendole alla limpida certezza della ragione, ha visto la paura o come un’emozione che acceca individui e folle e che deve essere superata con la forza fredda della ragione, o come una forza da imbrigliare per il controllo delle masse. Con il Covid la nostra già debole ragione post-moderna (a volerla confrontare con quella moderna dei pensatori citati), ha subito un tracollo che chi scrive non aveva mai visto prima nell’arco dei suoi 69 anni. In nome della paura siamo disposti a rinunciare alla speranza e ai sogni; siamo disposti a smettere di farci domande, a circondarci di filo spinato per delimitare il nostro IO così da sentirci sicuri ma inevitabilmente soli. Ho visto le migliori menti della mia generazione offuscate dal terrore del contagio, le ho viste silenti condividere decreti e norme che limitavano e tutt’ora limitano la libertà individuale, le ho viste come gregge spaurito instupidito da media aggressivi che non raccontano mai la verità, se non una versione confezionata per fare audience. In questo orizzonte di senso perduto nel terrore del contagio, il Covid è diventato la rappresentazione globale della condizione di instabilità e di incertezza, è diventato lo spettro della morte, uno dei quattro cavalieri dell’apocalisse, quasi che noi fossimo stati sempre immortali e improvvisamente ci fossimo accorti che possiamo anche morire. Così siamo diventati delatori del nostro prossimo, pronti ad additare chi non metteva la mascherina o a guardare con sospetto chi faceva e fa un piccolo colpo di tosse o un semplice starnuto. Così sono stati spacciati per responsabilità verso la collettività atteggiamenti aggressivi e repressivi contro chi si provava semplicemente a razionalizzare la paura, atteggiamenti delatori e infamanti contro chi si provava ad esternare un pensiero che non negava l’evidenza della pandemia ma, semplicemente, voleva controllare gli effetti devastanti della paura sul pensiero e su tutta la collettività: effetti paranoici, psicosi collettive e persecutorie, aberranti e contraddittorie ideologie sanitarie che mutavano da regione a regione, da Stato a Stato, ognuna con procedure diverse, spesso inutili e ingeneranti confusione.

Tutto questo purtroppo continua ancora, ed è sempre più difficile fare i conti con la paura del contagio che è null’altro che la paura della nostra finitudine, ovvero la paura della morte. Un qualcosa che subiamo, da cui veniamo dominati più di qualsiasi altra emozione, qualcosa che resta sopita spesso nelle nostre vite quotidiane, cui la nostra natura umana da un milione di anni ci ha abituato, altrimenti non avremmo creato né la religione, né l’arte, né il linguaggio stesso, ma che, se finisce con l’essere il motivo dominante nelle notizie di tutti i giorni, e diventa una sorta di memento mori giornaliero, può generare effetti devastanti sulla natura stessa del pensiero e delle nostre reazioni sociali, collettive e individuali. Diventa allora quanto mai necessario trovare un’euristica della paura, ovvero la risposta al terrore, che sia risposta alla diffidenza e alla stupida reazione di rifiuto di chi guarda all’altro come ad un possibile untore, elaborare risposte razionali che possano ridare forza al pensiero contro la cieca risposta emotiva spesso ignorante e becera di chi nascondendosi dietro il “non lo faccio per me, ma solo per chi mi sta vicino”, avalla comportamenti aggressivi e antisociali solo perché sta mascherando la “sua” di paura, ovvero quella di essere contagiato e quindi di morire.
Durante il lockdown sono finite molte mie amicizie che credevo solide e invece così non era, finite perché io venivo precipitato al rango di un negazionista - e così non era e non è- da chi ormai si riconosceva solo nel messaggio della paura. L’euristica della paura allora oggi più che mai deve essere uno strumento necessario di ricerca che permetta a noi tutti di scoprire, attraverso la minaccia di uno stravolgimento dell’identità umana, il bene da salvaguardare: «(…) soltanto il previsto stravolgimento dell’uomo ci aiuta a formulare il relativo concetto di umanità da salvaguardare; abbiamo bisogno della minaccia dell’identità umana – e di forme assolutamente specifiche di minaccia – per accertarci angosciati della reale identità dell’uomo» (H. JONAS, Il principio responsabilità, Torino, 1990).

La vera responsabilità allora (non quella che millantano come una responsabilità verso la salvaguardia di un gregge o di una umanità che si arrende alla paura) nasce da questa scoperta del valore dell’umanità pensante, come un dovere di preservarne e garantirne le condizioni di vita fisica, ma soprattutto quelle del pensiero. Non vi è quindi niente di sorprendente nel modo in cui alcuni critici hanno accolto l’euristica della paura. Il richiamo alla paura è stato infatti interpretato come l’inaugurazione di una nuova era della superstizione, fondata sul potere inibitore delle emozioni, piuttosto che come uno strumento razionale, necessario per l’elaborazione dei principi etici validi erga omnes. L’universo di discorso dominante è diventato il “discorso sul Covid” e su tutto ciò che a esso è collegato: sono spariti i migranti, sono sparite le difficoltà economiche, sono spariti gli allarmi ambientali. Il capitalismo globale sembra aver ridotto al silenzio le cause prime devastanti del suo operato, le sue responsabilità verso il mondo e si è barricato dietro la paura del virus, e dietro ideologie sanitarie che hanno inaugurato una nuova stagione di biopolitica e biopotere sui corpi (M. FOUCAULT, La volontà di sapere, Milano, 1978).

L’obiettivo sbandierato è quello del raggiungimento del benessere “per tutti”, che naturalmente fa gola al soggetto popolazione, o a ogni singolo che sa di avere davanti a sé un nemico sconosciuto, ma questo benessere come si raggiunge? Ed è davvero un benessere di tutti? Che prezzo paghiamo per questo raggiungimento che ci illude che potremo vincere quello che per noi umani sembra essere il male assoluto, ovvero, la nostra sparizione? Così più che promulgare leggi – che pure si fanno in suo nome, quello del Covid- il potere biopolitico agisce creando una “norma” che va seguita sempre se si vuole rientrare nei parametri di chi ha diritto al benessere, fornendo tecniche (come ad esempio quella medica) che permettano di rientrare in detti parametri.

Credo che questa pandemia ci stia facendo attraversare uno dei periodi più oscuri della storia relativamente al pensiero e alle tecniche di comunicazione di cui disponiamo. La resistenza a un simile tipo di potere è pressoché impossibile perché si rimane incastrati nella sua logica e anzi la si fomenta, semplificando, ma nello stesso tempo ampliandola: io sto bene, vedo chi sta male e non voglio assolutamente finire così, perciò ringrazio chi mi governa e seguo scrupolosamente le sue indicazioni normalizzatrici. In una situazione di crisi economica come quella attuale, la soglia di normalità è sempre più alta e gli esclusi sono sempre di più, perché diventano esclusi anche quelli che non lo sono mai stati. Si viene così a creare una situazione che socialmente può essere pericolosissima perché ognuno accanto a te può diventare il tuo nemico. Allora, quanto più il concetto di incertezza abbandona la prospettiva transitoria, ma si attesta come gestione della quotidianità veicolata dalla mitologia menzognera del benessere di tutti, ovvero la gestione dell’emergenza diventa una posizione stabile nelle scelte pubbliche, tanto più emerge la domanda di responsabilità etica, che spinge a dire che, così facendo, si sta contribuendo al mantenimento di una ideologia della paura. "La paura uccide, chi fugge è un disertore", dice Cacciari: chi fugge o si nasconde è un disertore. Bisogna tornare a lavoro, bisogna tornare a scuola e nelle università. Ogni assenza, per il terrore del virus, sarebbe una diserzione intollerabile. Non possiamo permetterci un altro lockdown. Sarebbe una catastrofe per l’economia e per lo spirito: "La paura è qualcosa di ragionevole, perché siamo in presenza di un’epidemia che non è passata e per la quale non abbiamo strumenti efficaci per combatterla. Ma la paura non può e non deve trasformarsi in fuga. Dobbiamo capire che, superata una fase di estrema emergenza che poteva anche consigliare il chiudersi in casa, questa non può essere una situazione che si ripete perché altrimenti non si trasforma neanche in fuga ma in morte. In auto-sepoltura" (M. CACCIARI, https://www.quotidiano.net/cronaca/cacciari-e-il-covid-ora-torniamo-a-vivere-la-paura-uccide-chi-fugge-%C3%A8-un-disertore-1.5480881). E’ in questo passaggio, nel passaggio da una società moderna, nata per dominare l’incertezza, ad una postmoderna, costruita e dominata dall’incertezza, che si va a ridefinire il concetto di responsabilità nel pensiero critico.

 
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