Il desiderio tra nuovi diritti e bisogni dimenticati

 

di Antonio Lepre


Il desiderio di una vita piena e soddisfacente si fa sempre più strada nel dibattito attuale e ciò che un tempo era visto come un lusso oppure un dono oggi non di rado è considerato, invece, un diritto. Si pensi alle vacanze oppure al desiderio di un figlio da parte di chi non può averne oppure alla scelta di quando e come porre fine alla propria esistenza. Questioni enormi che animano il dibattito pubblico; dibattito sempre appassionato, spesso ideologico, quindi polemico e talvolta anche verbalmente violento. Non so cosa sia giusto o cosa non lo sia e lascio ad altri il privilegio della verità.

Confesso, piuttosto, il grave peccato di provare un certo disagio nel constatare l’enorme impiego di energie intellettuali, materiali e mediatiche profuse su questi argomenti, a fronte invece di una crescente indifferenza per le gravissime lacerazioni sociali che oggi segnano la nostra società. Pare proprio che, a furia di occuparci del diritto ad avere diritti, ci si sia dimenticati di quelli fondamentali che consentono alle persone di essere protagonisti attivi e consapevoli della società. Le periferie degradate, le case popolari e le famiglie senza un tetto, l’analfabetismo imperante, le scuole abbandonate e gli insegnanti umiliati sembrano oramai vecchi arnesi concettuali del secolo scorso, roba vecchia da archiviare come noiosa, polverosa, insopportabilmente legata alla dura realtà.

Su questa lunga onda della dimenticanza dell’odierna disperazione sociale, ci si infervora per desideri che oggi vengono, invece, visti come necessità esistenziali, senza però mai chiedersi quale sia il prezzo da pagare per renderle effettive. Domina la grande ipocrisia di far finta che le risorse della società siano infinite e che l’espansione di queste nuove frontiere giuridiche non determini surrettiziamente un ritorno a uno Stato sempre più autoritario.
1. Ma come si è arrivati a questo punto? Perché le nuove povertà e disperazioni sociali non hanno la medesima dignità riconosciuta alle accennate problematiche di tipo più individualistico? Perché, insomma, il conflitto sociale è sostanzialmente ignorato insieme con la sua dimensione collettiva e predominano, invece, esigenze che di norma hanno un carattere spiccatamente individuale? La risposta penso la si rinvenga constatando che solo la classe dirigente di un Paese, che di norma beneficia di rassicuranti certezze economiche, ha il potere di realizzare i propri desideri e di proporli come modelli individuali essenziali per assicurare una migliore qualità della vita. E questo non è affatto un male in sé; anzi, può essere fattore di evoluzione dei costumi sociali e spinta formidabile verso la diffusione anche in favore di soggetti meno benestanti di beni un tempo elitari. Ma, prima o poi, ci si dovrebbe pur chiedere quale prezzo si sta pagando perché la collettività si faccia carico di queste nuove aspettative. Al netto degli sperperi e delle patologie nell’uso delle risorse pubbliche sempre da combattere, quanti posti letto in meno negli ospedali, quante scuole abbandonate, quante imprese fallite, quante cause civili, quante persone senza tetto e quante perdite di posti di lavoro si producono anche per agevolare la diffusione di questi nuovi diritti imponendoli nel dibattito pubblico come prioritari?
 

L’aver indotto l’indifferenza nei confronti della povertà e della marginalità sociale ha purtroppo determinato, a livello politico, anche un appannarsi sempre più crescente dell’interesse e volontà di proporre soluzioni a situazioni di degrado umano e collettivo francamente intollerabili per una società che voglia definirsi veramente civile e democratica. E ciò anche per la banale ragione che è molto più agevole legiferare su questi nuovi diritti che non provare ad incidere su bubboni sociali la cui eliminazione presupporrebbe lunghe e radicali riforme tali da determinare fatali attriti con consolidati centri di interesse se non di potere. Di certo, l’indifferenza verso gli emarginati della società non può imputarsi solo ed esclusivamente all’aver reso prevalente l’idea che oggi la vera evoluzione della società passi attraverso soprattutto il riconoscimento di questi nuovi diritti. Ma certo tale idea ha contribuito in modo significativo a ulteriormente obliterare veri e propri drammi sociali, la cui soluzione, invece, rappresenta, a mio avviso, la precondizione per un’effettiva diffusione della libertà morale e materiale.


 

Si spiega così come mai l’oramai evanescente diritto allo studio sia ora come ora un problema ipocritamente considerato risolto con la pantomima dell’obbligo scolastico della cui attuazione nessuno si cura; perché le periferie delle città siano sempre più fatiscenti e orribili e il diritto ad avere un tetto sia questione definitivamente dimenticata. Il punto non è, allora, urlare e litigare sul fatto se sia giusto o meno favorire la realizzazione di questo o quel desiderio individualistico divenuto nel tempo un nuovo diritto, ma uscire dall’ipocrisia di non voler identificare le priorità che una società deve darsi per essere formata da uomini e donne liberi dal bisogno e dalla servitù dell’ignoranza. E’ tempo di dedicare altrettante energie per assicurare panorami urbanistici belli e non deprimenti non solo agli abitanti dei centri opulenti delle città, ma anche a chi vive nelle periferie; per essere implacabili nella guerra all’ignoranza e all’analfabetismo; per destinare le limitate risorse esistenti del servizio sanitario nazionale in favore dei più poveri e delle cure delle malattie più letali; per assicurare una giustizia civile veramente veloce per i lavoratori e per gli imprenditori; per consentire che l’adozione diventi finalmente un circuito veloce, sereno e affidabile perché innumerevoli orfani possano incontrare in tempi ristretti altrettanti innumerevoli aspiranti genitori desiderosi di donare il proprio bisogno di amare..


I deboli, i poveri, il diritto all’istruzione e al bene primario della casa e della salute, lo sviluppo dell’impresa e del lavoro devono tornare ad essere i veri protagonisti del dibattito pubblico: ciò che un tempo era un mero desiderio può e spesso deve diventare un diritto. Ma non tutti i diritti, non tutti i bisogni hanno la medesima importanza: non dimenticarlo mi sembra oggi l’unica, vera questione morale.

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