Il desiderio, i diritti e un nuovo eroismo politico

 

di Eduardo Savarese


Il desiderio, inteso come richiamo a una realtà altra, ulteriore, alla possibilità di mutamento, all’estensione di ciò che è verso ciò che ancora non è, ha a che fare con le forze creatrici dell’uomo. Senza forti desideri condivisi, una società cessa di espandersi, né si dà in essa una politica lungimirante. Non sempre i desideri, nella vita sociale e politica, hanno portato cose buone: il Terzo Reich e l’Unione Sovietica erano animati da grandi, pervasivi desideri. Sebbene il desiderio non sia in sé una cosa buona, la spinta del desiderio provoca un movimento. In Italia, oggi, questa spinta è languente. E non mi riferisco a molti buoni desideri individuali oppure a quelli, per così dire, parcellizzati, sparsi nelle varie realtà territoriali del paese, ma appunto a un desiderio comune, a un desiderio di patria, di giustizia, di verità e di libertà.

Basti pensare che si avvicendano da nove anni presidenti del consiglio che poco o nulla hanno a che fare con un’espressione efficace della volontà popolare. Della magistratura parleremo in un numero dedicato, ma resta un problema fondamentale e irrisolto. Il divario tra Nord e Sud pare aggravarsi. La scuola è mortificata anno dopo anno, le università sono spesso in cerca di identità, e le idee nuove, i pensieri nuovi faticano a trovare strada oltre le strutture consolidate, private o pubbliche che siano, dell’esistente.

La dimensione del desiderio del bene, individuale e comune, sembra spenta, non trova modi e momenti di espressione, di esercizio, di individuazione: o meglio, non ritrova più una sua dimensione politica accentrata, perché è decentrata in miriadi di iniziative desiderose e desiderabili, ma deboli. Non c’è una forza d’insieme in questi desideri. Non credo che ciò dipenda, o dipenda soltanto, da un eccesso di individualismo: piuttosto, siamo a digiuno dell’esercizio difficile e responsabile delle nostre libertà, e siamo assuefatti a un assottigliarsi inesorabile di vero senso critico.
 

In tutto questo, la dinamica dei diritti individuali potrebbe apparire come un lusso a fronte dell’oblio di gravissime iniquità sociali, economiche e culturali. A me però pare che il desiderio che muove l’insorgere di certi diritti individuali non sia incompatibile col desiderio “sociale” verso il miglioramento di certe condizioni insopportabili di degrado economico, politico, economico e, più in generale, esistenziale: il diritto a celebrare l’unione civile è stata una conquista, mossa dal desiderio di uguaglianza e dignità del movimento LGBT. Il diritto a andarsene, a certe condizioni, discende da un desiderio di morte, del quale è ancora proibito parlare in questo Paese (in Canada, la Corte Suprema ha ritenuto non potersi più nemmeno parlare di “suicidio” perché il suicidio descrive un fenomeno differente). Il diritto – non ad avere figli – ma a realizzare un progetto genitoriale voluto, condiviso e rispettoso delle dignità di tutti i protagonisti (penso alla gestazione per altri, al vaglio della Corte Costituzionale), senza incorrere in divieti generali e astratti sostanzialmente castranti e indifferenti al cuore dell’uomo, deriva da un desiderio di amore verso una propria discendenza.


 

Spesso si tratta di diritti aventi un’incidenza minima (o riducibile al minimo) sul bilancio pubblico: dunque, il problema non sono i diritti umani individuali, ma lo smarrimento del senso di appartenenza a progetti più vasti della nostra vita, della nostra famiglia, del nostro lavoro. Tuttavia, il bisogno di una stagione di sano “eroismo politico”, anzi il desiderio di esso, sta sorgendo di valle in valle: questo è il mio sentimento, e spero di non sbagliare.


Un desiderio che esige grande volontà, grande fede, e grande generosità: esige il tempo gratuitamente speso di tutti.

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