Il confine tra libertà e solitudine


 

di Giannicola Paladino

“Mare mare mare voglio annegare…Portami lontano a naufragare…Via via via da queste sponde Portami lontano sulle onde…”. I menzionati versi del Maestro Battiato, di recente scomparso, ci catapultano con incipiente eleganza nel tema pulsante di questa breve riflessione. Il mare è nell’immaginario collettivo la più viva espressione di libertà, ma, al contempo, anche la forma più sottile di abbandono, che scivola nel dramma della solitudine. Ed ecco lo spunto che il simulacro dell’estate ci sventola sotto agli occhi: quale è il confine tra libertà e solitudine?

Sì, perché l’estate è la culla delle prime volte, dell’acceleratore della crescita di ogni fanciullo, la ragnatela dei ricordi dove per essere felici bastava molto meno. Tuttavia, dietro le prime libertà si celano, come una caramella avvelenata, gli spauracchi della solitudine e dell’abbandono. Quel mare che può accogliere ciurme di giovani anime, che si sfidano a gare di funambolici tuffi, ma che può anche essere l’unico compagno di confidenze, l’unico disposto ad ascoltare le tue paure.

Ed ecco che in tale dicotomia si estrinseca l’essenza del mare, che assiste l’uomo quando si rapporta all’altro e quando è da solo. Così inteso, il mare assurge a strumento di estrema libertà: quella della condivisione e quella della solitudine. Quante estati di pura solitudine ricordo, quando piccolo Peter Pan vivevo incompreso dagli adulti, perché ogni bambino che si rispetti al mare è un sognatore irraggiungibile. Proprio in quelle estati, al mare, mi piaceva osservare gli altri, sedermi sulla panchina dello stabilimento balneare e guardare il passeggio altrui immaginando chissà cosa. Sullo sfondo, il mare a tenermi compagnia.

Numerose sono le estati in cui, da piccolo scugnizzo con la pelle bruciata dal sole, mi lanciavo dallo scoglione di Marechiaro e il mare era la rete che impattava il mio gesto, misurando il mio coraggio e la mia incoscienza. Quante estati da adolescente, senza una comitiva di riferimento, il mare ha ascoltato le mie preghiere disperate volte a cercare l’amore di chi non si è mai accorta di me. Mi affiorano alla mente, parimenti, le estati in cui il mare non volevo neppure vederlo, o perché avevo messo su qualche chilo, oppure perché mi comportava uno stato di agitazione che smuoveva i miei apparenti equilibri.

E quante volte, nell’età della gioventù più matura, il mare mi ha regalato dei momenti di non trascurabile felicità, quando con un amico abbiamo rincorso le onde del mare di Rio o quando, sempre in sua compagnia, mi sono tuffato al tramonto nel mar dei Caraibi dopo un lungo spostamento in auto ed ho appoggiato la maglia macchiata di sudore sulla pietra bianca. Crescendo, sono sempre più convinto che il ritmo delle estati segua l’andamento delle nostre vite, talvolta rapido, bruciante, altre volte lento, quasi soffocante; in alcuni casi colmo di persone, incontri, esperienze, altre, invece, solitario, desolante, quasi fastidioso. A sorvegliare questo pendolo ci sarà, sempre, il mare, che, a seconda dei periodi, accoglierà i nostri incontri o la nostra solitudine, concedendoci, altresì, l’effimero gusto dell’abbandono.
 
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