Il busto

che resta

 

di Eliana D'Ambrosio

Leggo della Szymborska queste righe circa un’antica statua greca: Della statua si è conservato il busto ed è come un respiro trattenuto nello sforzo poiché adesso deve attirare a sé tutta la grazia e la gravità di quanto si è perduto. E questo gli riesce, ancora gli riesce, riesce e affascina, affascina e dura. Mi ricordo allora che Rilke nella prima elegia che scrive a Duino dice: l’eroe si tiene, persino la sua rovina era per lui solo un pretesto a essere: la sua ultima nascita. Persino la rovina è bella per un eroe. Il poeta mette le cose subito in chiaro subito: il bello è solo l’inizio del tremendo che sopportiamo appena, e il bello lo ammiriamo così perché incurante disdegna di distruggerci.

Direbbe Barthes di questo rapporto con la Bellezza: un rapporto amoroso! E come Rilke, anche io ne ho bisogno come la freccia perdura nella corda per essere, concentrata nel lancio, più di se stessa? Non so se sono più di me stessa, ma mi sento centrata e contemporaneamente avverto un senso di appartenenza, o meglio una nostalgica appartenenza (in fondo la gravita è pur sempre una forza a distanza) e mi “commuovo” e letteralmente e fisicamente, mi trovo ad essere in movimento.

E’ un movimento piccolo e veloce, interno e invisibile, accompagnato da un’enorme euforia. L’euforia viene da un senso di libertà. Siamo liberi dalle frustrazioni, dalla rabbia che inconsciamente accumuliamo quando facciamo cose che non ci appartengono, di cui non abbiamo bisogno e di cui non ci importa nulla. Ho sempre pensato che bisogna essere esposti alla Bellezza per salvarsi. Dove sono “ le cose”, si interroga Barthes- nello spazio amoroso, lì dove vi si canta la noia, i dolori, le malinconie, la morte, l’ombra, il buio, insomma ciò che fa l’innamorato, oppure nello spazio mondano dove tutti gli altri parlano, cianciano, blaterano, passano in rassegna il mondo e le sue violenze, i suoi conflitti, i suoi rischi?

Accendo la tv dopo giorni, un canale vale l’altro (o quasi). Un intero pomeriggio su tre notizie: un ragazzo che ha ucciso i suoi genitori, una ragazza aggredita mentre si stava allenando con la corsa, un bambino di pochi mesi in ospedale con gravi ustioni subite da parte della madre. Dopo un po’ cambio canale: un ragazzo di 20 anni osannato dall’intero studio televisivo che racconta la sua giornata tipo. Riassumo: si cambia sette volte al giorno. Un abito per la colazione, uno per la mattina, uno per il pranzo, uno adatto al pomeriggio, quello per l’aperitivo, poi per la cena, uno per il dopocena e infine il pigiama per la notte. Mi dico: spero che almeno li sporchi buttandosi addosso qualcosa mentre mangia!

E’ questo quello a cui siamo esposti? Attenzione, qualcuno potrebbe pensare che il problema riguardi questo momento pandemico, dove sono chiusi teatri, cinema, musei, parchi, e ciò che ci rimane è la tv e internet che non sembrano proporci cose interessanti. Ma il problema secondo me non riguarda la chiusura dei luoghi che detengono la cosiddetta cultura, anche perché ci sono persone che non sono mai entrate in un museo o in un teatro anche quando erano aperti e disponibili per tutti gratuitamente.
Non nego l’importanza di crescere esposti alle Bellezze doc … ricordo ancora la sensazione che provai quando da piccola una sala del museo d’Orsay mi si aprì davanti con una parete enorme piena di ninfee. Fui sorpresa come fa una luce abbagliante che non ti aspetti: ti fa chiudere gli occhi per riaprirli gradualmente. Ero abituata a vedere quel quadro doppiamente confinato: un quadrato piccolo che giaceva in una rettangolo A4 del libro di storia dell’arte. Mentre lì era così grande che se stavo troppo vicino i miei occhi non lo contenevano tutto. Era certamente più grande di me ed io ero a lui esposta. Rimasi lì davanti per molto tempo. Mi sentivo illuminata. Non potrei mai negare l’importanza di tutto ciò.

Ma ora, la questione è prima di tutto questa: pensiamo mai di doverci salvare? E, se sì sappiamo dove sono le “nostre cose”? Nello spazio amoroso, o nello spazio mondano? Ora che ci sentiamo privati dei nostri centri di cultura certificata (schedata, organizzata, diciamola tutta: fino ad ora dalla maggior parte di noi dimenticata) ci preoccupiamo per noi e soprattutto per i nostri ragazzi, come se l’assenza momentanea di questa bellezza possa impedire loro di avere una crescita sana. Il tono è un po’ provocatorio, lo riconosco. Beh, anche il mio pensiero va ai giovani, ma non tutta la responsabilità può essere scaricata sui luoghi di cultura autorizzati. E penso anche che ci si dovrebbe preoccupare, e sempre, di quelli che non sono affascinati dalle bellezze raccomandate e non entreranno mai in uno di questi luoghi ora chiusi, loro come si salveranno?

Credo fermamente che se una catastrofe dovesse cancellare per sempre ogni testimonianza di una passata bellezza, o intelligenza, il mondo non sarebbe per questo meno bello e non saremmo per questo motivo spacciati. Cosa resterebbe? Resterebbe l’uomo. Prima di tutto: dovrebbe restare l’adulto. I giovani sono prima di tutto esposti a noi adulti. E sono le parole della Szymborska a mettersi come spada che trafigge e mi mostrano l’inutilità che talvolta siamo in confronto a quel busto greco: riusciamo noi ad essere belli come quel busto, riusciamo a trattenere la grazia nonostante le perdite, riusciamo ad affascinare gli altri con una grazia non scalfita? A fare della gravità una forza centripeta che attiri la vita oltre l’assenza e ci commuova e ci metta in moto? Riusciamo noi ad incarnare la bellezza che attraverso un gioco di sguardi, come un gioco di riflessioni, illuminerebbe e salverebbe ogni uomo?
 
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