Ho bisogno
di velocità!

 

di Antonio Lepre


Lo so, la velocità evoca pensieri molto seri e profondi. La vita frenetica, internet, i social, i whatsapp e via cantando, tutta roba che ci inonda di pseudoinformazioni e pseudosentimenti: un mordi e fuggi continuo. Per non parlare poi dei viaggi; il tempo lento dell’auto e dei regionali sostituito da questi treni superveloci, aerei supersonici. E i negozi di quartiere che tendono a scomparire e le quattro chiacchiere col bottegaio sotto casa sostituite da una fila alla cassa del supermercato dove tutti sono annoiati e pronti a scattare quando il vecchietto davanti perde quel millesimo di secondo in più per trovare i soldi e lo spicciolo preciso… Tutto vero, anzi verissimo.
Ma lo confesso: a me la velocità evoca altri pensieri, pensieri forse infantili, superficiali ma positivi. Non che mi sfugga la patina di malinconia e nostalgia di queste riflessioni sulla frenesia della modernità; ma d’istinto il mio pensiero va a una bella e liberatoria corsa in moto o in gommone oppure a quando da ragazzino, di nascosto da mio padre, andavo in bici sul monte Orlando a Gaeta, arrivavo in cima e poi scendevo a tutta velocità per la piccola montagna in attesa di arrivare agli ultimi tre mitici tornanti dove la strada si allargava e potevo col mio amico correre al massimo.

La velocità è anche il piacere che provo quando realizzo la voglia o la nevrosi – che la si chiami come si vuole – di placare un’ansia oppure soddisfare un desiderio: non so spiegare la soddisfazione che provo quando realizzo “tutto e subito”. Certo, dopo vi è sempre qualcos’altro che mi chiama, un altro bisogno, desiderio o ansia che reclama urgenza. Ma la vita a mio modo di vedere è la somma infinitesimale di micromomenti, occasioni, casualità che stravolgono progetti, programmi, obiettivi. Tirare il freno a mano con la speranza di poter godere meglio delle cose mi sembra un’illusione.
Ho inserito una specie di moviola alla mia vita quotidiana per godermi dei figli ogni vestizione, ogni andata a prenderli fuori scuola, ogni carezza e gioco, tutte cose magiche indissolubilmente legate a quando erano piccoli. Ricordo ancora un amico che chiamai la mattina presto per ragioni noiose e che mi rispose: “scusa Antonio ti chiamo dopo, ora sto accompagnando mia figlia a scuola ed è per me il momento migliore della giornata, a dopo”. Aveva ragione, ma è già tutto andato via.

Perché, pur con tutto l’impegno che possiamo metterci per rallentare la quotidianità, il risultato è che, per fortuna, i figli crescono e i genitori invecchiano: e ci si ritrova, o almeno capita a me, sempre impreparati e alla fine insoddisfatti, con la sensazione di non aver potuto godere a sufficienza di quel periodo della propria esistenza. E temo che questa insoddisfazione sia cronica perché legata ad un ostinato rifiuto del tempo che passa e va avanti. C’è sempre un passato andato via troppo velocemente per un bulimico della vita come me. E allora è un buon balsamo tentare di frantumare la quotidianità in tantissimi e velocissimi momenti di intensità emotiva di piacere, dolore, gioia.

Non è male gustarsi un buon whisky in poltrona per qualche minuto e poi mandare qualche decina di messaggi a persone che non senti da tempo e che almeno con Whatsapp riesci a salutare. Sarà anche nevrotico e triste ma bisogna pure essere sinceri con noi stessi: prima di questa messaggistica, quanto tempo ci si vedeva o sentiva per telefono col proprio amico o compagno di classe? Insomma, a me la velocità evoca il gioco, l’energia, la forza contagiosa della vita. Consentirci il lusso della libertà di dissolvere noi stessi in attimi tutti autonomi e concatenati che compongono faticosamente il nostro cammino: che senso poi abbia tutto questo e dove il cammino ci porterà ovviamente ancora non l’ho capito.

 
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