Geografie del
Desiderio


 

di Giuseppe Ambrosio


Quella del desiderio è una storia percorsa da innumerevoli geografie. C’è l’etimologia, innanzitutto, che per l’occasione fa sfoggio di una delle sue più ispirate archeologie: il “de” latino, ciò che indica un’assenza, una privazione, uno sguardo incompiuto, s’imbatte nel sidus, la stella, sussurrata e moltiplicata all’infinito: de-sidera. Non è, in realtà, un incontro, quanto lo stigma grammaticale del suo ricordo: le due radici rimangono lì, coesistenti e riconoscibili: nessuna crasi bonaria, nessun osmotico affidamento, nessuna proposta di fusione. La parola desiderio è l’istantanea notturna di due sentinelle ritte di guardia ai lembi estremi delle proprie Terre, separati da un ruscello esile e profondo, nel quale si riflette la memoria degli astri. De-siderio è, letteralmente, “mancanza di stelle”. “Mancanza”, si badi, non è mera assenza, o la pacifica certificazione di un non essere. Non può mancare ciò che non si è, in un luogo almeno del proprio vissuto, conosciuto come proprio, e sentito come perso. Desiderare è allora un simultaneo sporgersi dietro e oltre sé, è il prodotto di una mancanza per il ricordo di qualcosa. Di più: nel suo luogo più intimo l’altro desiderato e l’io che desidera non sono più distinguibili, l’appartenenza si fa esistenza, nostalgia di ciò che si è stati-assieme, sete di un originario comune. Desiderare equivale qui a domandare un nuovo incontro, progettare un nuovo cammino, ma sempre nella consapevolezza di un luogo infranto, i cui cocci fluttuano nel plumbeo cielo del ricordo.
Ne risulta un malaise difficile a decifrarsi, una malinconia d’essere che è assieme angoscia e disegno, stasi contemplativa e spinta performativa, insomma un’insofferenza capace di bruciare galassie o inchiodare al terreno a seconda della disposizione d’animo di ciascuno. Perché non è facile essere all’altezza dei propri desideri, specialmente quelli più puri, senza correre il rischio di rimanervi schiacciati. Così come non è mera assenza, il desiderio non è mero piacere, ma brucia di una qualità diversa per profondità ed origine. È forse per questo che chi scrive guarda con un certo sospetto alle tesi eccessivamente “creatrici” del desiderio. Che la tensione al desiderato, di qualsiasi cosa si tratti, sia essa stessa poietica (qualsiasi viaggio degno del termine lo è), può starci: meno convince che il desiderio “crei” in qualche modo l’oggetto desiderato. Vi preferiamo l’idea platonica di un ritorno, di un richiamo mistico a ciò cui, un tempo, si apparteneva.

Si diceva delle geografie molteplici. C’è la psicanalisi, con le riletture freudiane e quel desiderio che diviene, in Lacan, mancanza-ad-essere e al contempo irrinunciabile desiderio dell’Altro. E c’è la filosofia, quella della tarda modernità; a partire da Kant, che ebbe a conferirvi un ruolo sottile ed assieme rilevante, per cui se è vero che è la Ragione a guidarci nell’individuazione della Legge Morale, pure è ciascun individuo a desiderarne il raggiungimento. Hegel, nelle scure pagine della Fenomenologia, affiderà al desiderio (Begierde, ciò che pare rimandare all’appetito istintivo tanto più del nobile desìr) un compito per così dire duplice, permettendo alla coscienza di pretendere l’oggetto sensibile e di fare l’esperienza dell’alterità, riguadagnandosi come autocoscienza. Ma è con Marx che il desiderio acquisisce il marchio di fabbrica della modernità, e apre anzi alle falde speculative del contemporaneo: «La fame è fame, ma la fame che si soddisfa con carne cotta, mangiata con coltello e forchetta, è una fame diversa da quella che divora carne cruda, aiutandosi con mani, unghie e denti…la produzione produce il consumo, creando il modo determinato di consumo e, poi, creando lo stimolo al consumo, la capacità stessa di consumare sotto forma di bisogno». Nei Grundrisse il desiderio si depone (rapportato a categorie come “bisogno”, “consumo”, “stimolo”, “valore” ecc.) come realtà storico-economica, ed assieme come elemento tensivo essenziale nel passaggio da un’epoca di sfruttamento (ossia di dominio di desideri di una sola classe) ad una di eguaglianza. A partire da tale prospettiva si muoverà, anche criticamente, la filosofia della seconda metà del’900, proiettando l’analisi del desiderio dal piano individuale a quello collettivo, in un intreccio complesso e non sempre riuscito (lo stesso, più o meno, accadrà con la categoria della paranoia). Il desiderio sarà di volta in volta concepito come «desiderio di essere», presenza essenziale della coscienza di ciascuno (Sartre), o preda di un dispositivo di potere che lo costituisce e lo muove (Foucault), o ancora messa in relazione di altrettante macchine desideranti attraverso un flusso che imbriglia corpi, norme e comportamenti sociali (Deleuze ed il suo Anti-Edipo).

Soggetti di desiderio, Subjects of desire, come recita il titolo di un lavoro di Judith Butler, capaci di cercare, tra le macerie delle guerre, vie alternative dopo il tremendo distacco dallo specus del trascendente, ed assieme di radiografare l’ingestibile alterità dell’uomo contemporaneo dal diritto ai suoi desideri. Un’alterità lunga quasi un secolo, che va dalla presa d’atto di una sconfitta, quella dell’emersione dell’eroe che desidera gestire il mondo attraverso la tecnica (Junger) al programma di un ripiego, un arroccamento che si fa ben presto esistenza, ma anche assenza, dalle traiettorie del sé. Così si è rimasti, in una snervante guerra di posizione, un eterno deserto d’attese, fino all’abbandono per mancanza di frontiere e familiarizzazione bonaria con i Tartari. In data odierna il desiderio non fa più paura a nessuno; in quanto tale è meno nostalgico, meno eroico, addirittura meno politico; in una parola, meno desiderabile. Le stesse cornici metaforiche si annullano: se la carne dei Grundrisse è oggi disponibile non solo ben cotta, ma a qualsiasi ora del giorno, dove altro desiderare nuovi stimoli, nuovi valori, nuovi imperativi, nuove lotte? Soprattutto, perché farlo? Da una parte si assiste all’avvenuta fagocitazione della categoria proiettiva del desiderio in quella, inarrestabile, del bisogno, per cui ogni librarsi del soggetto desiderante nel cielo della libera possibilità (e perciò del tentativo, del coraggio ecc.) è privato d’ali e schiacciato giù, a terra, sul piano immanente della necessità e della pretesa. Dall’altro la tremenda velocizzazione degli stimoli al nuovo comporta una simmetrica decurtazione del tempo necessario a godere di ciò che, desiderato nell’attimo precedente, si è effettivamente ottenuto. Utilizzando, ribaltate, le grammatiche di Marx, diremmo che dinanzi al lavoro (sempre più esiguo) necessario al proprio soddisfacimento (sempre più facile), il lavoro essenziale del desiderio puro, non soddisfatto, si assottiglia vergognosamente, colpito da fatale, imperdonabile minusvalore.
Negli ultimi cinquant’anni la parabola individuale del desiderio disegna allora un progressivo distacco dal mondo dell’appetibile, perlomeno quel mondo che fu oggetto del soggetto-che-desidera. È magari altrove, nella musica, nelle immagini, nelle rivendicazioni politiche e ambientali, negli sguardi verso un Oriente sempre più occidentale, che la sua matrice proverà a ripartire e tradursi in opera, assumendo una veste talora cinematica e nobilmente sensoriale, talora magmatica ma possente (come nei grandi movimenti di rivendicazione dei diritti civili degli anni ‘50 e ‘70).

Quella che prima era malinconia, ossia assenza cosciente e consapevole, è oggi angoscia, ossia mancanza inconsapevole dell’oggetto e della causa di tale assenza, e conseguente deragliamento rispetto alle possibili direzioni da prendere. L’odierna struttura di pensiero del soggetto desiderante, tradendo la meraviglia della sua radice etimologica, vi sostituisce l’angoscia di un’assenza paradossale e duplice. Duplice perché le stelle (sidera) o sono già nel suo campo di utilizzo e di consumo, o al contrario troppo lontane per definire una traiettoria, e in quanto tali in-de-siderabili. Il de latino si ipostatizza, grecizzandosi nella più radicale delle privazioni: immobilizzati dalle necessità, sempre meno adatti al viaggio, congelati dall’abbondanza, trasformati da de-sideranti in a-siderati: sovrani impauriti e freddi, sempre meno capaci di scrutare in quel luogo segreto del tempo dove noi e le stelle fummo uno.

 
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