- FOR WHOM THE BELL TOLLS -

(A proposito di Autori e Lettori)

 

di Andrea R. Castaldo

1.Prologo

In una calda (secondo i canoni climatici tedeschi, tutto è relativo) giornata di agosto del 1984 partii da Staufen, insieme ad alcuni amici, per salutare Lucio Monaco, che si trovava presso l’Institut für die gesamten Strafrechtswissenschaften dell’Università di Monaco di Baviera per un soggiorno di studi e ricerca. In quegli anni la Germania era una meta obbligata per la nostra generazione e le tappe fondamentali erano Freiburg (per il Max-Planck-Institut für ausländisches und internationales Strafrecht, sotto la direzione di Hans-Heinrich Jescheck) e per l’appunto München (l’Istituto di Diritto Penale era retto da Claus Roxin). Ed era prassi consolidata trascorrere il periodo estivo presso la struttura universitaria. A pensarci bene, Lucio nel cognome aveva già segnato il proprio obiettivo e traguardo, dunque quella città apparteneva – per così dire – alla sua identità culturale. Una riflessione che non gli rivelai, tenendola per me… Bene, Lucio mi diede preziosi consigli su come intraprendere la ‘carriera’ accademica e mi spiegò le sue idee a proposito del trattamento punitivo (“Prospettive dell’idea dello ‘scopo’ nella teoria della pena”, Jovene editore, è del 1984). Qualche anno più tardi, dopo il canonico apprendistato al Max-Planck di Friburgo, ero approdato a Monaco, dove ritrovai Lucio, ormai di casa. Il quale fu, come di consueto, estremamente gentile e determinante nel percorso formativo che avevo intrapreso. Un giorno mi chiese la cortesia di accompagnarlo con l’auto che aveva appena comprato (un’Audi rossa, se non vado errato) e si allontanò per un disbrigo routinario, pregandomi di spostarla se fosse stato necessario. Ovviamente assentii. E altrettanto ovviamente la circostanza si verificò (del resto, non si può dire che fosse stata parcheggiata secondo il ‘modello’ tedesco!). Senonché, l’auto aveva il cambio automatico e io non avevo la minima idea di come risolvere la faccenda, inutilmente cercando il pedale della frizione, né lo avevo prima confessato. Il rombo del motore accelerato, lo stridio dei freni richiamarono il prof. Monaco e tutto si risolse più o meno bene. Se ho rivelato questo aneddoto, apparentemente insignificante, è perché da quell’esperienza ho imparato molto. Non soltanto la signorilità, l’ironia, il disincanto e la profonda cultura di Lucio Monaco, ma anche doti essenziali per il ‘mestiere’ di penalista, alle quali mi sono ispirato, cercando di metterle a frutto: umiltà, pazienza, originalità, temerarietà q.b. A proposito, l’auto la guidai senza problemi da Monaco a Urbino. E a Urbino ho avuto modo di cementare il rapporto con Lucio, al quale mi lega un’amicizia sincera e una stima profonda, apprezzate anche sotto il profilo professionale, nelle occasioni di incontro nelle aule di giustizia. Con lo spirito avventuroso dell’esperienza di quegli anni, lontani nel calendario ma vicini nel ricordo, dedico al prof. Lucio Monaco queste poche pagine.

2.La forma e la sostanza.

È tempo di modificare la tecnica di comunicazione. Non si può fingere che nulla sia mutato e che tutto continui allo stesso modo. In altri termini, la dottrina penalistica deve interrogarsi sulle modalità di scrittura. Cioè, lo strumento per consentire la conoscenza e la spiegazione. Vorrei provare a chiarire questi concetti in modo elementare, partendo da qualche riflessione persino banale. E con una domanda retorica: quando scriviamo, per chi scriviamo? Che ne comporta una successiva, di rimbalzo: per quali finalità? E vorrei quindi di seguito cercare di dimostrare come un modo diverso possa conseguire risultati migliori su temi caldi dell’attualità. Andiamo allora con ordine. Immaginiamo un qualsiasi contributo scientifico sotto forma di articolo, saggio, nota a sentenza (lasciamo stare per il momento la monografia): quanti li leggono? Purtroppo non esistono statistiche in grado di aiutarci e questo la dice lunga sull’importanza che viene riservata al ‘prodotto’ culturale. Non solo. Esistono dei ‘falsi positivi’. Non si può prendere come pietra di paragone il numero delle citazioni riportate, la cui attendibilità è influenzata dai richiami ‘di scuola’ e dagli automatismi bibliografici per fare volume. E ciò a prescindere dal tema di fondo, se la citazione dell’Autore equivalga alla reale lettura del testo (ma questo riguarda il problema delle note, di cui infra). A prima vista sembrerebbe più pertinente il dato – valido per la monografia – delle copie vendute, ma solo in apparenza. Poiché, in teorico difetto, non riesce a computare la piaga degli esemplari fotocopiati; in eccesso, al contrario, in quanto, almeno per i libri per i corsi di studio universitari, tiene conto dell’obbligatorio acquisto da parte dello studente. Senza considerare la novità dell’accesso in rete, che falsa ogni calcolo. Una stima, quindi, anche approssimativa, è di fatto impossibile. Possono però adoperarsi degli indici ‘sintomatici’, quale corredo informativo in grado di orientare la risposta.

a) La categoria dell’Autore.

Sotto il profilo soggettivo, il ‘chi’ scrive riveste una notevole importanza. Cambia innanzitutto l’approccio; da ‘dovere’ si trasforma in ‘piacere’ (o almeno così dovrebbe essere) in base alla carriera accademica. E infatti il borsista, l’assegnista, il ricercatore è obbligato a pubblicare e così anche per le varie tappe della docenza strutturata. Questo meccanismo è stato però rivoluzionato (in negativo) da una sciagurata riforma, che – come sappiamo – traduce in algoritmi pubblicazioni e citazioni, trasformando la verifica del merito (e incredibilmente della nomina a commissario esaminatore) in una spesa del supermercato, puntando sulla quantità e non sulla qualità. La vecchia regola mai scritta del percorso graduale articolato per indici di complessità crescente della nota a sentenza, dell’articolo, del saggio, delle due monografie (una di parte generale, l’altra di parte speciale) per ‘andare in cattedra’ è stata travolta da un eccesso di pubblicazioni, alimentate dall’obiettivo di non finire ‘sotto-soglia’. L’equilibrio e il rigore metodologico, inevitabilmente, hanno così perso di vigore, a discapito di una iperproduzione.

a.1) Il ‘brand – Who’s Who.

Nella verifica del pubblico è ovvio che una parte fondamentale viene giocata dal ‘nome’ dell’Autore. Un ‘brand’ conosciuto e apprezzato viene letto con più piacere, sia per l’autorevolezza dello scrittore, sia per lo stile e i contenuti che rappresentano il ‘marchio di fabbrica’.

a.2) L’inflazione degli Autori.

Il sistema ‘classico’ del reclutamento universitario era noto per una selettività genetica non espressione di una casta o di un’élite, ma di un senso di appartenenza e di una divisione dei ruoli. Mi spiego. La nostra generazione si è formata secondo un criterio di scelta e di concentrazione. Scelta e concentrazione quali cioè strade uniche per la carriera accademica, senza percorsi alternativi provati in contemporanea. Questo senso di esclusività, positivo perché incanalava le migliori energie, si è disperso nel nome di una finta democraticità, molto spesso scaduta nel populismo e nella demagogia, nella maliziosa illusione che l’Università dovesse (rectius, potesse) essere alla portata di tutti. Il che ha comportato un ulteriore impoverimento della qualità, a scapito della quantità. Se guardiamo fino agli anni ’80, per non parlare in precedenza, gli Autori sono poche decine e salvo pochissime eccezioni appartenenti all’Accademia. Il quadro cambia in seguito, si consolida e si amplifica: nel campo del diritto penale l’estrazione dello scrittore si estende ai magistrati (particolarmente prolifici), agli avvocati, in generale al ‘penalista’, una categoria francamente oscura intellettualmente quanto radiosa empiricamente.

3.La scrittura.

Al variopinto catalogo degli Autori si aggiunge e sovrappone il ricco catalogo delle fonti di pubblicazione. Il luogo ‘fisico’ consente infatti molteplici occasioni e sbocchi. Molti di noi hanno vinto il concorso per ordinario con due, massimo tre monografie, un numero con il quale oggi si partecipa a un bando di ricercatore. Con l’aggravante che l’ingabbiamento dei ‘lavori’ in griglie predefinite, conteggi numerici e calcoli aritmetici impedisce una valutazione profondamente libera, esposta come è alla censura tentacolare degli organi di giustizia amministrativa, quando non ai rischi immanenti del ‘placet’ della Procura della Repubblica. La moltiplicazione dei pani e dei pesci non produce però effetti miracolistici, ma l’impoverimento medio dei risultati e incentiva nell’inevitabile sequel di coazione a ripetere, sfornando pubblicazioni. La libertà di accesso e progressione, che è il totem dietro il quale si nasconde la finta politica egalitaria in tema di riforma universitaria, finisce per negare paradossalmente l’autentica libertà di scrivere quando e quanto piaccia.

a) Il sistema di blind review.

Apro una parentesi: il sistema di blind review è realmente efficace in termini di affidabilità del prodotto? Ora, come fatto meramente constatativo, accresce il numero dei contributi da leggere per il valutatore, con una distribuzione pertanto diversa delle finestre temporali da assegnare. Ma il vero problema è un altro ed è legato al consueto, delicato argomento dell’anonimato: necessario per garantire la serietà dell’indagine, senza protezione in caso di insuccesso. Il giudice senza volto è una figura nota e anzi sulla riservatezza e relativa tutela sono incentrati istituti rodati nell’esperienza penale sostanziale e processuale: le segnalazioni di operazioni sospette nell’antiriciclaggio, il whistleblower, l’infiltrato nell’anticorruzione, per citare alcuni esempi. Senza contare che la blind review non solo è una condanna senza appello e senza motivazione (tranne un facoltativo invito a migliorie), ma soprattutto è pronunciata in difetto di uno schema regolativo ‘legale’: nella mia modesta attività di valutatore mi sono sempre interrogato, a parte l’investitura di potere conferita, su quali parametri basarsi per giudicare originalità, padronanza del tema, etc. Senza contare che spesso appare presuntuoso giudicare su argomenti non conosciuti ex professo così come dall’Autore.

4.La comunicazione.

Tornando a noi, oggi esistono moltissime riviste. La generazione precedente contava su un loro numero ristretto e la pubblicazione su qualcuna di esse (inutile citarle, ognuno di noi le conosce a memoria) equivaleva a una nota di prestigio, indipendentemente dall’essere ‘in fascia A’ o dell’aver superato una prevalutazione che non fosse quella del proprio Maestro. E le riviste attuali sono di ogni genere, tradizionali, per iniziati, divulgative. Soprattutto digitali, il che incide sulla forma e sui tempi di pubblicazione (cfr. infra). A questo punto dovrebbe essere chiaro un primo bilancio: soggettivamente, si è allargata la platea di chi scrive; oggettivamente, identica conclusione vale per la crescita delle pubblicazioni; strumentalmente, nessun ‘collo di bottiglia’ a frenare l’incremento, poiché il luogo (fisico o dematerializzato) di produzione è parimenti aumentato. In relazione all’ultimo aspetto dobbiamo ricordare del resto che i costi di stampa sono mediamente diminuiti, specie per l’edizione digitale; al contempo si è registrato un ampliamento del numero dei docenti grazie alla creazione di nuove sedi universitarie, tra cui parecchie di natura privata, alla duplicazione/triplicazione dei corsi di diritto penale, all’attivazione di materie complementari afferenti a IUS/17. Ma resta sullo sfondo il lettore. Chi è? Cosa legge? Vorrei partire ancora una volta da premesse scontate, che proprio per essere sotto l’occhio di tutti finiscono per non essere considerate. Più c’è da leggere, più tempo occorre. E tuttavia meno tempo si ha a disposizione. È un dato esperienziale che non ha bisogno di accertamento e riscontro. Le attività sono frenetiche, molteplici e concomitanti. I millenials sono cresciuti sulla reazione e non sull’azione, la prima assumendo sempre più schemi ripetitivi e compulsivi, sull’onda dei videogames. Non è soltanto però il fattore tempo a disgregarsi, ma soprattutto la pazienza e la capacità di concentrazione. Il ragionamento è poco sviluppato, quasi infastidisce, si propende e si vuole la certezza del risultato. Un risultato che va altrettanto frequentemente per approssimazione, per trasformarsi surrettiziamente in pregiudizio, nutrendosi della scorciatoia offerta dalle fonti di Internet. Allora, la comunicazione del penalista scrittore di oggi si serve della tecnica adatta? Qui bisogna fare un raffronto in termini di

a) forma;

b) sostanza.

a) In termini di forma.

Prendiamo ad esempio un articolo e una monografia del periodo 1960-1990 dell’attuale classe di accademici del diritto penale: la lunghezza complessiva è sorprendentemente omogenea, il campione prescelto si rivela uniforme, quasi si trattasse di un ‘tipo istituzionale’ di pubblicazione. Lo stesso vale per le voci penalistiche dell’Enciclopedia del Diritto o del Digesto delle Discipline Penalistiche. In parole semplici, 20-30 pagine per un articolo (dieci circa per una nota a sentenza), circa 80 per un saggio, tra 200 e 300 per la monografia. Le varie scuole potevano variare qualcosa nell’ordito, ma l’intelaiatura era identica. Oggi, prendendo a campione la medesima rivista, il numero delle pagine per lavoro non è cambiato, anzi è leggermente aumentato. Così anche per le monografie. Ma il tempo a disposizione è diminuito. Una proporzione dunque non rispettata, che diventa sproporzione e rompe l’equilibrio.

b) In termini di sostanza.

Ma non si tratta soltanto di pagine e tempo. Perché un problema più serio concerne la modalità di comunicare, cioè la tecnica di scrittura. Riprendiamo il modello della monografia ‘classica’: l’analisi critica dell’istituto de iure condito, l’esperienza comparata (soprattutto rivolta ai Paesi di area tedesca), la prospettiva de iure condendo. Un metodo altrettanto ‘classico’ che permetteva una ‘strategia’ comunicativa omogenea, legata a pochi, basilari concetti e linee di indagine. Questo modello, più o meno, è rimasto inalterato, con limitate concessioni al novum: penso soprattutto alle fonti europee, al ruolo della CEDU, all’impoverimento della ricerca in Germania (i cui attuali professori di diritto penale non reggono il passo con l’eccellenza precedente) e al contrario l’attenzione altrettanto di moda per il sistema nordamericano e anglosassone, per finire con il richiamo, talvolta bulimico, all’orientamento giurisprudenziale. Tuttavia, nutro profondi dubbi su un simile schema. Perché oltre agli aspetti formali prima evidenziati, la tecnica di scrittura si è rivoluzionata. Guardando indietro, internet non esisteva, idem il telefonino, idem il fax; l’approfondimento di un argomento propedeutico alla pubblicazione avveniva a mezzo della consultazione diretta della fonte, con l’inevitabile, successiva ‘tecnica’ (talvolta avventurosa) della estrazione della fotocopia. Con ciò non esprimo un giudizio di valore, né una nota nostalgica: voglio dire semplicemente che indagine e risultato erano profondamente diversi. Ma se la tecnica di scrittura è – e deve essere – forma di comunicazione, non si può tacere che deve svecchiarsi per raggiungere il target predefinito, cioè il lettore. Un lettore pigro, che alla deprivazione del tempo associa modalità di esternazione (nuovamente di comunicazione) totalmente nuove, quali SMS, WhatsApp, canali di messaggistica, chat per ‘affiliati’. Una diffusione capillare, immediata, pervasiva e ingombrante, poco amante della privacy, criticabile ma che va inesorabilmente a segno. Così è, se vi pare… Ebbene, fingere l’inesistenza non è un favore reso all’Accademia. Si potrebbe replicare che la monografia ha un respiro diverso, che deve (quasi un principio immanente al sistema) assumere un respiro profondo, inconciliabile con il rantolo di un tweet. Il che forse ha un fondamento di verità. Ma per gli articoli incredibilmente lunghi? E soprattutto oggi ha senso una metodologia che ha il sapore dell’inutile rispetto di una liturgia tradizionale, quando non se ne avverte più la necessità? Mi riferisco al richiamo delle varie posizioni dottrinali, del pensiero di un Autore, riportandone considerevoli brani. O alla ancora più capillare indagine giurisprudenziale, con la citazione delle massime e il virgolettato dell’enunciato principio di diritto. Si tratta a ben vedere di un materiale prezioso nel passato, quando non si disponeva di un immediato riscontro conoscitivo, ma che ora appare ultroneo se non irrilevante, essendo a portata di un semplice click ed esponendosi così al sospetto di cercare di allungare il brodo. Tagliare il superfluo, pertanto, l’imperativo, dove il superfluo ha un’estensione da non sottovalutare.

5.Il problema delle note.

Tagliare implica necessariamente confrontarsi con il dibattuto problema della nota. Intesa come ‘classico’ richiamo a piè pagina. Ma è un richiamo indistinto, poiché non esiste un modello ‘specifico’ e ‘uniforme’ di nota, che resta un concetto indistinto. Diciamo che secondo natura dovrebbe riguardare la citazione di un Autore a conforto (o in dissenso) del pensiero espresso nel testo, oppure del precedente giurisprudenziale in argomento. Ma si tratta di un’indicazione (molto) di massima. Il catalogo dei contenuti in nota è infatti assai ricco: si va dalla elencazione di diverse correnti rilevanti nel tempo, alla specificazione di quanto descritto nel testo, alla copia integrale di sentenze, alla enunciazione di tutti coloro che si sono cimentati sul tema. Diciamo che per ragioni di bon ton istituzionale sarebbero da evitare le autocitazioni e il rinvio a un’opera complessiva, senza indicazione della pagina corrispondente. Inoltre, sia la quantità, sia la lunghezza delle note appesantiscono la lettura e rischiano di compromettere la fluidità dell’esposizione e la concentrazione per chi legge. Ma soprattutto la sobrietà della nota va a vantaggio dei contenuti e evita peccati di erudizione e autoreferenzialità. Penso che una regola di comportamento possa essere quella di eliminarla ogni volta che essa sia supplente di un esercizio di verifica che il lettore consapevole può autonomamente decidere se compiere con gli strumenti aggiornati di cui dispone; sono convinto che ne guadagnerebbe la comprensione del testo. Anche perché il controllo sulla correttezza di quanto scritto in nota suppongo non venga verificato da alcuno. Del resto mi sono sempre chiesto, quando la nota è ulteriore contenuto e approfondimento, quale sia la sottile linea di confine tra l’inserimento nel corpo principale o nel relegarla a un’attenzione minore al fondo della pagina. Adelante, Pedro, con juicio, allora, facendo ammenda delle tante note da me redatte in passato. Ovviamente, sarei in una splendida contraddizione se questo contributo avesse delle note; se qualche riferimento, suggestione o allusione è rintracciabile, il lettore curioso riuscirà agevolmente a scoprirli. Faccio un’eccezione, tuttavia, trascrivendo un breve scambio di mail tra Massimo Donini e me, avvenuto nel 2017, in argomento. Lo rendo pubblico, non essendoci peraltro profili di riservatezza, a testimonianza di quella tecnica corrente, ormai stringata, di comunicazione, nonché per arricchire la riflessione, prendendo a spunto il pensiero di Massimo, come sempre incisivo e interessante. Si trattava della mia risposta alla lettura di un saggio a sua firma inviatomi. Andrea Castaldo: «Una curiosità: le Tue note sono sempre ricche di citazioni, anche per argomenti ‘classici’; ma ormai hanno un senso (nella sconfinata letteratura esistente e nel mondo di Google) o dovremmo impegnarci per un cambio di rotta?». Massimo Donini: «Sulle citazioni, mah, è un po’ soggettivo. Non c’è obbligo di leggerle. Importante è che siano utili a chi vuole seguire percorsi che non ha già arato…. E Ti assicuro che molti sono costoro… Che poi le citazioni complete si trovino su Google è un’altra cosa. Google mi aiuta a trovare certi riferimenti, ma quelli che metto dentro sono il mio percorso, in genere, non centoni ricopiati. Ma si possono saltare… Per es. ho appena finito un lavoro denso di alcune note, anche di filosofia e storia in un paio di casi: a me sono servite per collaudare il mio pensiero. Ne do atto così. Il collaudo c’è stato».

6.Il lettore, dulcis in fundo.

Chi è, oggi, il lettore? E intendo il lettore non per obbligo, ma per piacere. Cosa si legge? Come si legge?

a) Cosa si legge.

Per le ragioni spiegate, è impossibile leggere tutto. Ognuno, volente o nolente, deve fare una scelta. Nell’incredibile mole di lavori che giungono sulla scrivania o sulla postazione da computer, la selezione (spietata) è inevitabilmente sottomessa all’interesse per il nome o per l’argomento. Per il nome, inteso come ‘marchio di fabbrica’ e quindi di sicuro appeal, ma anche – di riflesso – per curiosità nei confronti di un Autore ‘esordiente’, non ancora conosciuto, persino a volte per ragioni di contrapposizione. Per l’argomento, nuovamente sotto profili diversi. In quanto si conosce quel tema e allora si vuole vedere come è stato trattato, in un confronto dialettico; o, al contrario, poiché concerne aspetti che si desidera approfondire.

b) Come si legge.

Anche sul ‘come’ si legge mancano studi selettivi nel campo penalistico. Volendo azzardare un’ipotesi soggetta a verifica, si deve fare ‘di necessità virtù’. Vale a dire che, essendo impossibile leggere tutto, a una prima selezione quantitativa subentra una selezione qualitativa del campione prescelto. Privilegiando ciò che appare di più immediato interesse, concentrandosi sul tempo a disposizione e preferendo ultimare la lettura nella cornice temporale prefissata anziché suddividerla in periodi diversi. Naturalmente si tratta, ribadisco, di un’ipotesi empiricamente da controllare, che ha trovato una timida e settoriale conferma nella personale indagine condotta. Estesa anche al lettore ‘penalista’, risiedente in categoria contigua: l’avvocato, il magistrato, la Polizia Giudiziaria. Tutti con l’identico problema, tutti con l’identico espediente di leggere ‘per sottrazione’, soffermandosi su ciò che appare (si ritiene) maggiormente rilevante. Una teoria della ‘finzione’, che altrove ho cercato di tratteggiare, così evidente da rimanere sommersa, dove chi finge conoscenza si trincera e si assolve dietro l’alibi di un controllo successivo nella catena di responsabilità, che si può solo sperare che avvenga effettivamente. Una teoria della finzione che ha come postulato la facilità nella raccolta del materiale da offrire in lettura grazie alle straordinarie potenzialità tecnologiche in accesso e reperimento, ma dai costi culturali, sociali ed economici pressoché inesplorati.

7.Epilogo

Le mie riflessioni (dei cui limiti ho piena consapevolezza) aspirano unicamente a gettare il famoso sasso nello stagno. L’immobilismo nuoce allo sviluppo e, in ultima analisi, alla qualità della ricerca e al conseguente progresso. Se il mondo cambia e le dinamiche sono diverse, anche la scrittura del penalista deve adeguarsi e rinnovarsi per incontrare le legittime aspettative di un interlocutore mutato. Non so se si arriverà a pubblicazioni scientifiche che si avvarranno di emoticon. Di certo però l’obiettivo è una modalità di scrittura svecchiata, meno tradizionale, seria e non seriosa. Se ciascuno di noi farà la sua parte, il contributo di ‘chiarezza’ (in termini stilistici e di contenuto) gioverà ampiamente alla scienza del diritto penale. Mi sento di concludere, da un lato, ringraziando nuovamente Lucio Monaco per l’‘influenza formativa’ che ha esercitato in me e al quale dedico questo lavoro; dall’altro, chiedendomi retoricamente, in linea con le argomentazioni svolte, pessimisticamente quanti mi leggeranno.

“Papà, non saprei. Quello che sembra è che non ci siano differenze, dai risultati clinici, quanto ad efficacia e, parrebbe, neanche per quanto riguarda la sicurezza. Portano dei rischi, come tutti i vaccini, ma non credo uno sia più sicuro dell’altro. Personalmente ho fiducia nelle Autorità Sanitarie. Quando con la mia azienda sottomettiamo richieste di autorizzazione per studi clinici o alla commercializzazione, esse sono estremamente severe, vogliono evidenze sperimentali e dati a sostegno. Credo nessuno prenderebbe a cuor leggero l’autorizzazione di una terapia senza avere delle basi. Ci insegnano a lavorare con i più alti standard etici, e confido che come me lo facciano anche gli altri”. Si alza soddisfatto: “mi sono convinto, posso procedere con il vaccino. Poi Pippo, se hai tempo la prossima volta vorrei parlare del cancro”.

Mi congedo e salgo le scale per salutare mia nonna. Anche lei è attaccata al suo Palantir, l’occhio verde opaco e vivo che viaggia su tele Padre Pio. La sua forza di volontà è di gran lunga superiore a quella di qualunque Oscuro Signore dell’etere, sa dove guardare, sa già cosa troverà ed è serena.
 
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