Feti adulti nella logica “del mondo”
e nell’universo sublime

 

di Eliana D'Ambrosio


Un uomo è nudo seduto alla scrivania. La sua casa è cattedrale gotica abbandonata. E’ di mezza età o forse poco meno; un informatico, e sembra attendere, ansioliticamente, una telefonata importante. Tutto è surreale, l’antico decade e mal resiste ad una ipertecnologia “fantasiosa” come quella che sognava un bambino degli anni ‘60.

In strada, video nastri pubblicitari occupano facciate di grattacieli e scorrono come a voler inseguire il passante (è la versione tecnologica dell’insistente venditore ambulante). Uno recita: “viviamo in un mondo caotico che ci confonde, così poche possibilità così poco tempo. Di che cosa abbiamo bisogno? abbiamo bisogno di amore? cosa ci fa sentire bene? bisogna dare senso alle cose della vita. Chiama il numero…”. La risposta di pancia mentre guardo il film è: fottiti! L’uomo si chiama Qohen Leth e l’azienda per cui lavora è la Mencom (sembra richiamare la parola manicomio). Lo slogan aziendale è il seguente: “La perfezione è obiettivo che ognuno di noi ha il diritto e il dovere di perseguire, il nostro scopo è quello di aiutarvi a raggiungere il vostro obiettivo”.

Queste sono le prime scene del film The Zero Theorem di Terry Gilliam, regista acuto e visionario. Queste sono le raggelanti premesse del nostro presente: un passato che perde sempre di più il suo valore; le pubblicità che indicano la strada del “bene essere” ai dispersi e li illudono che tutto si possa comprare; una società che ci impone di inseguire la perfezione (secondo dei canoni da essa stabiliti) e che ci vorrebbe tutti uguali e tutti frustrati per poterci gestire e sfruttare. Il risultato è la solitudine, la depressione, l’angoscia e forse la pazzia dell’uomo. Qohen infatti pensa di essere prossimo alla morte, e per questo vuole lavorare da casa. Lui deve poter rispondere alla “chiamata”! Così decide di parlane con il suo datore di lavoro. Ah, ho dimenticato di dire che lui parla di se stesso in seconda persona plurale: “noi crediamo che lei sia un uomo che apprezza stare da solo, anche noi l’apprezziamo, rifuggiamo la logica del perdere tempo, dello stare in comunità, in uno spazio dove lavorare incubati, anche se in modo indipendente, in mezzo ad altri incubati a loro volta. Potremmo facilmente raddoppiare la produttività lavorando da casa e inoltre temiamo di perdere la nostra chiamata e lei sa che noi passiamo tutta la vita ad aspettare la nostra chiamata, essa servirà a dare uno scopo a tutto il tempo che abbiamo vissuto senza”.

Ma perché il protagonista dice “noi” anziché io? “noi” chi?… “ noi stessi!” L’io è stato soppiantato dal “noi stessi”. L’unicità della persona è andata perduta. Non è una frantumazione dell’io, ma un io disperso in una massa, una massa che si muove sottoposta a logiche esterne ben definite, e soprattutto una massa che non può scegliere. Qohen è un altro Truman, in uno show creato apposta per lui (e anche per tutti gli altri): sedute virtuali di psicoterapia con l’obiettivo di impedire al protagonista di prendere consapevolezza della situazione (e quindi allontanarlo dalla libertà di scelta); una ragazza pagata ad ore che gli darà attenzioni (esclusivamente del tipo“ telematico-tantrico”); abiti fatti di fibre ottiche che lavorano con le terminazioni nervose e se indossati permettono viaggi virtuali, e infine le immancabili telecamere nascoste: forte è l’immagine del Cristo con una telecamera al posto del capo.

Il protagonista lavora al teorema zero, ossia deve provare che materia ed energia si contrarranno fino a sprofondare in un buco nero, quindi anche lo spazio e il tempo non esisteranno più. Tutto deve tornare a zero, deve tornare al nulla da dove è venuto. Ma per Qohen il teorema è impossibile perché “il tutto non può essere per nulla”. Qohen cerca disperatamente la propria “storia”, e la storia si verifica solo quando il tempo si irradia di senso e gli eventi vengono sottratti alla casualità. La chiamata che il protagonista aspetta è l’adempimento di quanto gli è stato annunciato (almeno lui lo crede) e come in una perfetta visione giudaico cristiana è una attesa a promettere tale adempimento e l’uomo separato dall'entità che l’ha creato non ha in sé nessuna consistenza. Questo nichilismo è insito nell’atto stesso della creazione. L’uomo, senza la sua chiamata, rappresenterebbe la dimostrazione stessa della veridicità del teorema zero, almeno nel suo senso metaforico. Almeno secondo una interpretazione religiosa.

Ma quale è lo scopo di una società che ci vuole soli e schiacciati da un tale nichilismo? Perché il teorema vorrebbe dimostrare che siamo ad esso condannati? Il teorema prevede un finale forse emotivamente spaventoso ma molto elegante per un fisico: un finale “ordinato”. Il caos che oggi vive nell’universo convergerebbe all’ordine. L’ordine consiste in una materia non più sparpagliata ma tutta concentrata in un punto. Quel punto si contrae su se stesso e poi sovviene il nulla. Ma come si ordina il caos? Schrödinger, il famoso fisico con il gatto nella scatola, diceva che se si vuole cercare la vita, bisogna cercare qualcosa di ordinato. Insomma la funzione della vita, e quindi dell’uomo, sarebbe proprio quella di creare ordine. Purtroppo la logica dell’uomo è quella secondo cui ex inordinatio veni pecunia. E per usare le parole di Leopardi: ella rende piccoli e vili e da nulla tutti gli oggetti sopra i quali ella si esercita, annulla il grande, il bello, e per così dire la stessa esistenza, è vera madre e cagione del nulla. Leopardi parlava della Ragione. La ragione oggi è il denaro. Questa è la logica madre che schiaccia gli uomini e li rende soli.

Nel film una stupenda immagine mostra la visione di una paura del protagonista: lui immerso in un universo cattedralico, davanti a un buco nero, come davanti alla creazione, solo, nudo e in posizione fetale. Mi sono allora tornate alla mente alcune parole di una mia studente che mi raccontava di essere molto affascinata dalle immagini dell’universo. Che da bambina lo era ancora di più, e che tali visioni le infondevano grande entusiasmo. Oggi mi confessa che allo stesso tempo la terrorizzano. Penso allora che difficilmente da bambini siamo stati spaventati o ci siamo sentiti smarriti in un universo abitato dai suoi giganti gravitazionali. Tutti affascinati dai viaggi cosmici, molti a sognare di voler fare gli astronauti. Da adulti, no. Restiamo affascinati ma qualcosa ci atterrisce. Perché? Cosa è cambiato? La voglio vedere così: è possibile che da bambino ognuno si porti addosso ancora il senso di protezione del grembo materno. E tutto il resto non può far paura ma è gioia della scoperta. Man mano che cresciamo, allontanandoci temporalmente dalla nostra origine, dimentichiamo… e ci sentiamo più soli e spaventati nell’incapacità, accresciuta da logiche sociali, economiche e di potere, di riuscire a creare nuovi legami viscerali che ci aiutino a crescere (perché non si smette di crescere!) e che sostengano le nostre future scoperte. Così l’uomo adulto è solo e raggomitolato davanti alla bellezza.

Ma allora come si sovverte tutto ciò? Credo che la logica che ci attanaglia sfrutti questo nostro bisogno di sentirci ancora figli (magari i preferiti), di essere indirizzati e chiamati da qualcun altro. Qohen, come tutti noi, aspetta la sua personale chiamata, e sembra aver dimenticato che l’uomo è l’essere cosmico che non cerca di dare un senso solo alla propria vita ma anche a quella dell’umanità intera. Pertanto antiquata è la visione per cui basta l’attesa a promettere l’adempimento di una chiamata. Non basta essere vigili, bisogna essere operosi! E’ cosi che si esce da questo “show” e si riscopre la gioia della pienezza: l’uomo deve avere il coraggio della creazione. Bisogna essere madri e padri di qualcosa. Bisogna alzare il telefono e farsi chiamata. Dimenticarsi la propria storia per incontrare quella degli altri. A perdersi nella bellezza questa volta non si avrà paura, e non saremo soli, perché bellezza non sarebbe se non fosse condivisa con l’umanità incontrata.
 
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