Essere

magistrati

 

di Mario Fucito

Sono un magistrato e, mi dico, probabilmente dovrei avere un’idea di come vorrei essere. Poi i miei pensieri volano a ciò che dovrei essere e, lì, inizio a farmi molte domande. Già, in questa apparente aporia, vi è una delle mille facce dell’essere magistrato. E forse, all’interno, vi è anche la risposta alla domanda “come dovrebbe essere un magistrato”. Non vi è contraddizione, e non vi è aporia. L’apparenza della contraddizione è data dal presupposto errato dal quale tanto il cittadino quanto il magistrato muovono quando devono dare risposta alla domanda assegnata, ossia l’errata idea che il magistrato sia un predestinato alla realizzazione di una volontà eticizzante superiore e pertanto condannato al dover essere, e basta.

Si dice, il magistrato è soggetto alla legge, il magistrato conosce la legge, il magistrato esercitando l’arte dello Ius Dicere detta la regola nel caso concreto. In una democrazia il magistrato che si muove in questo senso realizza la volontà democratica espressa dalla legge, perché la legge a sua volta è deliberata dai rappresentanti eletti dai cittadini. E forse questo è il dover essere del magistrato, l’obiettivo ultimo che ne giustifica la sua istituzione, il limite esterno che contribuisce a dare forma alla volontà espressa in un provvedimento costituente esercizio di giurisdizione. Quando questo manca abbiamo fallito.

Ma c’è poi quello che ognuno di noi è, il proprio patrimonio culturale, i propri interessi, le proprie emozioni, le proprie paure. I propri nodi irrisolti di vita, i conflitti prodotti dal Super Io in assenza di una piena consapevolezza del proprio Sé. Quanto contano le proprie esperienze di vita, la propria scala dei valori, le proprie esperienze familiari ed amicali nella determinazione dei nostri processi cognitivi? Non esiste, e non può esistere nella realtà, il magistrato che deve solo essere e che sterilizza ciò che è. E d’altronde non è questo che voleva la Costituzione nel donare ai magistrati l’autonomia e l’indipendenza, ad uno per uno, attribuendo loro un potere diffuso in tanti quanti ne sono.

Quindi è possibile declinare ciò che dobbiamo essere, con ciò che siamo, con ciò che la Costituzione ha voluto? E quindi far coesistere l’essenza della funzione, con la soggettività del singolo, con la natura diffusa del potere? Ripeto, sì. Ricordiamolo, che la natura diffusa del potere giurisdizionale, e con essa l’autonomia e l’indipendenza, sono un presidio di libertà a tutela dei singoli che si imbattono nella Dea bendata. Questi attributi della giurisdizione assicurano che il cives avrà sempre davanti a sé, anche solo se in diversi gradi di giudizio, il suo giudice a “Berlino”. Perché anche nella peggiore delle previsioni non sarà mai possibile orientare intenzionalmente il corso di un giudizio se esso sarà vagliato da più teste, ciascuna con il proprio bagaglio personale e ciascuna libera di farlo valere. La libertà del consociato nel nostro ordinamento è nelle mani dell’autonomia e dell’indipendenza del magistrato che realizzerà il dover essere della giustizia.

Manca l’ultimo passaggio, il magistrato deve fare i conti con ciò che è. Ricordo un episodio del tirocinio da uditore giudiziario. Un magistrato di raro spessore intellettuale, sconfinata ampiezza di vedute e senso critico, dovendo assegnare tra più uditori lo studio di un fascicolo con oggetto la domanda per il riconoscimento del cambio di genere, fece precedere l’assegnazione da informale chiacchierata per verificare chi tra gli uditori, per suo portato culturale, avesse un approccio di maggiore coinvolgimento emotivo (a favore o contro la vicenda di fatto era chiaramente indifferente) dinanzi all’argomento e a questi affidò la redazione della bozza. Il collega scrisse come doveva, riconoscendo nel caso di specie il diritto al cambio di genere.
Il magistrato affidatario, a mo’ di parabola, ci fece capire come la nostra sensibilità non sarebbe mai stata tramortita, anche dinanzi a quelle vicende della vita che mai vorremmo avvenissero nel nostro intimo, perché siamo i garanti delle libertà dei singoli. E la missione bene impressa nelle nostre menti, di essere garanti delle libertà altrui là dove la legge ci imponga di intervenire, è quella che ci consente di utilizzare le nostre sensibilità culturali ed esistenziali per non diventare aridi interpreti di norme, riducendo la funzione ad un esercizio retorico di semiotica, ma ricordare a noi stessi che anche noi potremmo trovarci nella condizione di chiedere la tutela della nostra libertà, quale che sia il nostro patrimonio culturale personale.

Ecco, il magistrato che vorrei, garante della libertà di realizzare il diritto, ad ogni costo. Un giurista ha scritto nella pietra che i diritti soggettivi sono costituiti da libertà e forza. Questo perché l’ordinamento democratico e liberale riconosce a ciascuno la libertà, il libero arbitrio, di attivare o meno la tutela del diritto, ma una volta attivato, il diritto scatena la sua forza al fine di realizzare in capo al titolare l’utilità attribuita dal diritto.

Ed ecco sciolti tutti i nodi. Il magistrato è colui il quale ha sulle spalle lo zaino con il proprio bagaglio di vita, si augura sempre più intenso col passare degli anni, nella mente il rigore del dover attuare il comando della legge, nel cuore l’amore per la libertà. Questo sono i magistrati, questo sono chiamati a fare. Questa è la fiamma che deve guidarli in ogni momento, anche quando intorno è buio pesto.
 
Aprile 5, 2021

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