Esiste il tempo?


 

di Dario Raffone

Che cos’è il tempo? Alzi la mano chi, almeno una volta, non si è posto tale domanda. Domanda implacabilmente connessa ad un’altra: esiste il tempo? Il tempo è un enigma ma solo perché è diverso per ciascun essere umano in quanto legato ai suoi particolari momenti di vita, alle sue esperienze. Credo che sia difficile pensarlo altrimenti. Anche la storia, in realtà, è un qualcosa che esiste perché è stata pensata (e scritta) da qualcuno, chi in un modo, chi in un altro.

Il più delle volte, il tempo ci induce a guardare al passato ma, certamente, è anche pensato come futuro. Progetti, speranze, aneliti, ecc.: tutto viene collocato in una cornice temporale. Difficilmente, quasi mai, il tempo è pensato come presente. Ma, forse, il presente è l’unica dimensione in cui il tempo vive. E ciò perché noi esistiamo nel modo in cui siamo nel nostro presente. Dopo siamo altro anche se apparentemente così non sembra. Il mio presente mentre scrivo queste righe è diverso dal mio presente di domani.

Non sono un filosofo e non conosco la fisica quantistica o le equazioni di Einstein, se non per i riferimenti alla relatività che sembra essere connessa ad ogni sistema e, quindi, non mi addentro su questi scivolosi percorsi. E’ vero, però, che abbiamo licenziato Dio e ci siamo persi la maestosità del suo tempo che dava un senso certo a tutto.

Navighiamo a vista e il succedersi dei giorni e delle notti ci costringe a cercare un senso in tutto ciò che facciamo. Restiamo muti innanzi all’alternarsi delle stagioni senza il quale non ci sarebbe vita ma di ciò non siamo troppo consapevoli, incalzati dal nostro tempo, il tempo delle nostre piccole cose, dei nostri modesti progetti. Verrebbe da dire che esiste un tempo da serie A e un tempo da tornei dilettantistici, i nostri.

Non vogliamo più sporgerci nell’infinito e ci acconciamo ad “utilizzare” al meglio il nostro tempo da serie inferiore. Ed è un tempo che riempiamo inesorabilmente di cose da fare, di pensieri troppo veloci per avere una salda connessione, perché possano segnalarci un sentiero.

Abbiamo sempre qualcosa con cui sfuggire al tempo, quello vero, quello della serie A: oltre al lavoro, sempre più gravoso e minaccioso nelle sue incalzanti richieste performanti, ci sono tanti stimoli, tante suggestioni. Ci sono i social, c’è l’obbligo di essere informati, adeguati, veloci. Siamo invitati a prendere posizione su tutto.

Ma il tempo, quello serio, si vendica: non siamo più capaci di restare concentrati a lungo, di leggere un romanzo poderoso come, ad esempio, quelli dell’ottocento che fanno del tempo un alleato nell’indagine sull’animo umano. Leggere questi romanzi o anche altri, del secolo scorso, di pari vastità e rilievo, è impresa che non possiamo più affrontare e che è, forse, riservata a pochi eletti. Schiera a cui non appartengo. E questo perché non sappiamo più non pensare a quello che faremo appena avremo finito di fare quello che facciamo.

In una bellissima canzone di Ivano Fossati, si dice che c’è un tempo in cui ci si può perdere ma che poi il tempo prima o poi ci riprende. “C’è un tempo perfetto per fare silenzio, guardare il passaggio del sole d’estate” ed ancora “un tempo sognato che bisognava sognare”. Ed ecco il miracolo che solo la poesia lascia intravedere: è nella magia delle sue parole che ritorna il tempo come armonia di tutti, come luogo comune ed inevitabile del nostro (spesso accidentato) passaggio su questa terra.
 
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