Dopo il carcere:
una colpevole indifferenza

 

di Donatella Ventre


Voglio condividere con voi un breve ricordo di una mia esperienza vissuta molti anni fa, che ha lasciato un segno nel mio percorso di vita professionale. N. era un detenuto con alle spalle una lunga storia di tossicodipendenza, il viso segnato e l’aria stanca di chi è invecchiato precocemente, e a dispetto dei suoi soli 25 anni, quando lo conobbi, aveva già inanellato una lunga serie di condanne per furti e altri reati contro il patrimonio commessi sin da quando era minorenne, necessari a procurarsi il danaro per l’acquisto delle dosi. Dopo un periodo di detenzione trascorso presso l’istituto penale minorile di Nisida, era stato trasferito presso l’ICATT di Lauro, un piccolo istituto destinato ad accogliere poco più di una cinquantina al massimo di reclusi, di cui io ero all’epoca il magistrato di sorveglianza referente.
Per chiarirlo ai non addetti ai lavori, gli ICATT sono istituti a custodia attenuata riservati ai detenuti tossicodipendenti; istituti di pena, cioè, dove ad una custodia appunto meno rigida di quella applicata negli istituti ordinari (i detenuti possono circolare liberamente nelle sezioni ad eccezione della fascia oraria notturna), si abbina in genere una maggiore offerta trattamentale, utile al loro recupero. Nei tossicodipendenti infatti, la devianza è strettamente collegata alla loro problematica, per cui il trattamento rieducativo previsto per questa categoria di detenuti è improntato ad un approccio essenzialmente di tipo terapeutico, destinato a culminare con l’ammissione all’affidamento in prova presso una Comunità terapeutica o presso il Sert. Accadde qualcosa di simile anche per N

Cresciuto in un quartiere di Napoli altamente degradato dove lo spaccio rappresentava e rappresenta praticamente il pane quotidiano, e abituato a vivere in una realtà molto dura, N. era uno di quei detenuti dotati di una vivace intelligenza e, ad onta dei reati commessi, anche di una spiccata sensibilità; le esperienze dolorose vissute non avevano del tutto reciso questa sua parte sensibile e quasi giocosa, che a volte si manifestava con un entusiasmo quasi infantile. Attraverso i colloqui in istituto si instaurò subito una buona comunicazione tra noi, ed io avvertii chiaramente la presenza di parti sane del suo io sulle quali poter lavorare per rafforzare la sua motivazione al cambiamento. Fu così che in quella piccola “oasi felice” che fu la casa circondariale di Lauro,- che oggi non esiste più come ICATT, ma è stata trasformata in un ICAM, cioè un istituto a custodia attenuata per detenute madri- anche grazie alla costante ed infaticabile opera della Direttrice e di tutto il gruppo degli educatori, N. riuscì a svolgere un eccellente percorso trattamentale impegnandosi con profitto in tutta una serie di attività rieducative, ed in particolare nel laboratorio teatrale, dove ebbe modo di sviluppare e migliorare le sue già innate capacità di attore.
Intanto il tempo passò, ed N. terminò di “pagare”, come si dice nel gergo carcerario, le condanne per i reati più gravi; e nel frattempo la pena residua, grazie alla liberazione anticipata costantemente ottenuta, scese al di sotto dei quattro anni; le relazioni del carcere attestavano buoni progressi, una presa di coscienza degli errori commessi e la maturazione di una forte volontà di cambiamento; insomma, i tempi erano maturi per poter finalmente accedere ad una misura alternativa alla detenzione, il “piccolo miracolo” era compiuto. Fu così che arrivò anche per lui la tanto agognata misura alternativa dell’affidamento in prova con un programma di recupero presso il Sert territorialmente competente. Durante l’udienza dinanzi al collegio, N. rimase per tutto il tempo accanto al suo avvocato in silenzio, ma attento. Era fatta, ed era arrivato il momento di raccogliere i frutti. Ed io ero così soddisfatta del lavoro svolto, che mai mi sarei immaginata l’amara sorpresa che mi attendeva, quando due giorni dopo, trovai sulla mia scrivania la nota con cui la Direzione dell’istituto mi comunicava che N, all’atto della notifica del provvedimento di concessione, aveva rinunciato alla misura. Ero incredula, e in fondo, umanamente delusa.

Rimasi un po’ di tempo a pensare, e non riuscivo proprio a spiegarmi come mai N., dopo aver tanto aspettato, sofferto e lottato per ottenere quel beneficio, sul più bello avesse gettato la spugna. Solo lui, io e gli operatori del carcere potevamo sapere quanta trepidante attesa lo aveva preceduto! Qualche giorno dopo, nella saletta dei colloqui del carcere di Lauro, N., di fronte a me a testa bassa, e con gli occhi umidi, mi spiegò: “…dottorè, io finché sto qua dentro sto tranquillo, ma fuori… no, fuori è un’altra cosa!.”. Scosse la testa, e seguì un interminabile minuto di silenzio, poi interrotto solo dal suo pianto. Quel “fuori è un’altra cosa” sintetizzava mirabilmente tutto. Compresi in quell’istante tutta la drammaticità della sua vicenda: N, vissuto per anni come un randagio e in preda alla tossicodipendenza, aveva trovato nel carcere di Lauro una vera e propria famiglia, quella che probabilmente gli era mancata, e all’interno della quale si sentiva protetto. Ma al tempo stesso, non era sicuro di avere definitivamente spezzato quelle catene interiori che lo tenevano legato; non sapeva come avrebbe reagito una volta libero e lontano dai controlli che un carcere, sia pure a custodia attenuata, è deputato a svolgere ed assicurare, a fronte di una realtà esterna molto buia. Mi sorpresi allora a pensare al carcere non come luogo di espiazione di una pena, ma, paradossalmente, come luogo di riparo. Riparo per i senza tetto e senza fissa dimora, per gli stranieri, i poveri, gli emarginati, i tossicodipendenti e i soggetti affetti da disturbi psichiatrici; per tutti coloro che fuori dal penitenziario non hanno alcuna possibilità di salvezza perché in luogo di una reale opportunità di recupero, trovano una società ostile, indifferente, rispetto alla quale il carcere diventa il minore dei mali, e talvolta, addirittura un riparo. Come scriveva una volta Albert Einstein, “il mondo è un posto pericoloso, non a causa di quelli che compiono azioni malvagie, ma per quelli che osservano senza fare nulla”.

La storia che vi ho appena raccontato mi induce a qualche breve riflessione sul tema di oggi, l’indifferenza; indifferenza in questo caso intesa come inerzia rispetto ad una problematica troppo spesso ignorata e sottovalutata, o peggio, vista erroneamente come qualcosa che riguardi solo altri e non noi stessi; come se le conseguenze negative di un cattivo funzionamento della giustizia nella sua fase saliente dell’esecuzione della pena non riguardasse alla fine tutti noi. Quanto poco si faccia per i detenuti che al termine della pena dovrebbero fare reingresso nella società libera e con quali presupposti, è purtroppo un tema assai dolente che riguarda tutta l’esecuzione penale, a causa dell’endemica carenza di risorse umane e materiali dedicate a questo settore, e della contraddittorietà degli scarni e frettolosi interventi normativi troppo spesso dettati sull’onda dell’emergenza; tuttavia il tema si aggrava quando l’esecuzione si affianca o addirittura scaturisce da problematiche come la tossicodipendenza o il disagio psichico, per i quali le possibilità offerte dalla normativa vigente suonano più come slogan propagandistici che come reali soluzioni concrete. Per i detenuti tossicodipendenti la soluzione più facilmente praticabile è quella del programma presso il Sert, dal momento che poche sono le Comunità Terapeutiche riconosciute ed accreditate ed ancor meno lo sono le Comunità c.d.“a doppia diagnosi”; destinate cioè ad accogliere soggetti che associano alla problematica tossicomanica anche un disturbo di personalità o un disturbo psicotico, come le paranoie e o le schizofrenie. Ma la più moderna letteratura scientifica è ricca di questi esempi e la realtà concreta altrettanto. Tuttavia il percorso presso il Sert, non sostenuto da un regime residenziale e conseguentemente da un più assiduo controllo sulla persona del condannato, è anche quello più “rischioso” e meno in linea con il principio di gradualità che dovrebbe ispirare il percorso trattamentale di un condannato ed il suo graduale progressivo affrancamento dal carcere.

I carceri oggi sono pieni di detenuti che associano alla tossicodipendenza dei disturbi mentali, ma le Articolazioni per La Tutela della salute mentale ad essi destinate sono pochissime e anch’esse con pochi posti disponibili, e con la riforma penitenziaria del 2018 si è persa un’ottima occasione per intervenire efficacemente su questo problema, che ad oggi resta in larghissima parte irrisolto. I disturbi mentali poi riguardano molto da vicino anche i soggetti destinatari di una misura di sicurezza in conseguenza di una assoluzione per vizio di mente. Si tratta di soggetti privi di una solida rete familiare di supporto; senza contare che quando poi ci sono, i familiari facilmente sono le stesse persone offese dai reati, per cui esistono relazioni conflittuali che impediscono una presa in carico da parte loro. E’ in questo tema che si inserisce la delicatissima problematica delle REMS. Introdotte nel 2014 con il dichiarato scopo di sostituirsi ai vecchi ed obsoleti OPG al fine di realizzare un approccio terapeutico anziché custodialistico degli infermi di mente così come esigono le più recenti acquisizioni scientifiche, sono in realtà rimaste un ibrido, e in ogni caso hanno pochissimi posti disponibili.

Ciò ha prodotto come risultato l’impossibilità di dare esecuzione alle ordinanze di ricovero o di aggravamento di libertà vigilate “psichiatriche”, e ciò che e più grave è che a volte tale impossibilità si protrae per mesi o addirittura anni, con intuibili gravissimi danni sia per la salute mentale dei destinatari che di fatto si trovano a circolare liberi senza una precisa collocazione e andando incontro ai rischi della c.d. “finestra terapeutica”, sia per la collettività che si trova esposta al rischio di subire le possibili condotte etero aggressive. Ora, personalmente io non credo, francamente, che le problematiche appena accennate- e sulle quali non mi dilungo per non tediarvi oltre, ma ognuna poi richiederebbe ben altro approfondimento!- possano essere affrontate e risolte senza un reale impegno ed un investimento concreto di risorse economiche. Senza un reale investimento dello Stato, le opportunità di cura, di recupero e di reinserimento sociale resteranno limitate. Ma penso anche che per arrivare ad una scelta “politica” di reale presa in carico dei problemi dell’esecuzione penale, occorra a monte lavorare per un mutamento culturale, in seguito al quale la pena con la sua funzione rieducativa possa finalmente riacquistare la sua centralità. I nostri Padri Costituenti lo avevano ben capito per primi inserendo nella Costituzione una norma quale è quella contenuta nell’art. 27 comma 3, in base al quale, “la pena non può essere contraria al senso di umanità e deve tendere alla rieducazione del condannato”; non ignorando peraltro, il carattere puramente programmatico di quel principio, e la necessità di darvi concreta attuazione con un preciso impegno e con chiara consapevolezza. Chiudo questi miei brevi appunti ricordando la splendida metafora con cui Piero Calamandrei, nel suo celebre discorso agli studenti milanesi, paragonò la nostra Costituzione ad una bellissima macchina, ma non in grado di camminare senza il necessario carburante, pensando che mai come in questi tempi difficili di pandemia che tutti stiamo vivendo, e che ha finito per mettere ancora più a nudo le molteplici criticità del sistema giustizia, sarebbe quanto mai necessaria una buona dose di carburante, morale e materiale…. Buona riflessione a tutti.
 
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