Discariche
e il colabrodo dei rifiuti

 

di Alessandra Caputi


“Do Fast but Well” è lo slogan con cui si apre la “V Relazione semestrale” stilata nel 2019 dal Commissario Straordinario per la Bonifica delle Discariche Abusive. Ma cosa bisogna fare velocemente e bene, e perché? Per rispondere a questa domanda facciamo un passo indietro. La penisola italiana è disseminata di rifiuti da Nord a Sud. Da decenni migliaia di discariche costellano città e campagne; spesso percolano nei fiumi e nei mari, inquinano l’aria e le falde acquifere; minano la nostra salute, anche se non sempre fanno paura. Moltissime di queste sono illegali. Il 22 ottobre 2002 il Corpo Forestale dello Stato (CFS) pubblica un censimento delle discariche abusive presenti sul territorio nazionale, il “Rapporto sulle discariche illegali nei territori boschivi e montagnosi nelle Regioni a statuto ordinario”. L’obiettivo è quello di quantificare l’ampiezza del fenomeno degli sversamenti illegali di rifiuti, soprattutto nelle zone montane e boschive soggette a rischio idrogeologico. Ne emerge un quadro allarmante. In Italia vengono censite 6.286 discariche: 4.866 sono illegali (705 delle quali contengono anche rifiuti pericolosi), le restanti 1.420 sono autorizzate. Questi dati, anche se parziali, perché non contengono quelli delle Regioni a statuto speciale, bastano comunque a dare un’idea del disastro ambientale e sanitario in atto.

La pubblicazione del censimento CFS – insieme a diverse denunce, interrogazioni parlamentari e articoli di stampa – induce la Commissione delle Comunità europee a verificare l’osservanza da parte dell’Italia delle direttive sui rifiuti. A seguito dei controlli effettuati, nel 2003 viene aperta una procedura di infrazione contro l’Italia. Nel 2007 la Corte di Giustizia pronuncia una sentenza dichiarativa (Causa C-135/05, sentenza della Corte del 26 aprile 2007, Commissione delle Comunità europee contro Repubblica italiana) con cui accerta che l’Italia è venuta meno, “in maniera generale e persistente”, agli obblighi sanciti da tre direttive europee inerenti ai rifiuti, ai rifiuti pericolosi e alle discariche (dir. 75/442/CEE, artt. 4, 8 e 9; dir. 91/689/CEE, art. 2, par. 1; dir. 1999/31/CE, art. 14, lett. a e c). In particolare, secondo la Corte, il nostro Paese non ha adottato tutti i provvedimenti necessari “per assicurare che i rifiuti siano smaltiti senza pericolo per la salute dell’uomo e senza usare procedimenti o metodi che potrebbero recare pregiudizio all’ambiente”.
Nel 2008 il Ministero dell’Ambiente e della Tutela del Territorio e del Mare (MATTM) promuove un’indagine sui “Siti di Smaltimento Illecito dei Rifiuti – SSIR”, che comporta una “revisione” del numero delle discariche censite nel 2002. Questa revisione fa sì che le 4.866 discariche abusive individuate dal Corpo Forestale dello Stato si riducano drasticamente a 180. E tutte le altre 4.686 discariche, che fine fanno? Attraverso quel che sembra un gioco di parole, vengono classificate diversamente: “abbandono incontrollato”, “deposito incontrollato derivante da deposito temporaneo irregolare” ecc.

Nel 2014 la Corte di Giustizia emana una seconda sentenza, questa volta di condanna per inadempimento, nei confronti del nostro Paese (Causa C-196/13, sentenza della Corte del 2 dicembre 2014, Commissione europea contro Repubblica italiana). L’Italia – si legge – è venuta meno agli obblighi previsti dal Trattato sul Funzionamento dell’Unione Europea (TFUE, art. 260, par. 1), “non avendo adottato tutte le misure necessarie a dare esecuzione alla precedente sentenza”. Questa volta la Corte rileva un inadempimento specifico non più su 4.866 discariche, ma ‘soltanto’ su 200 (20 in più di quelle individuate dal Ministero dell’Ambiente nel 2008). Le sanzioni erogate sono astronomiche. L’Italia è condannata a versare alla Commissione europea, sul conto “Risorse proprie dell’Unione europea”, una somma forfettaria di 40 milioni di euro e una penalità semestrale di 42,8 milioni di euro (da versare fino all’esecuzione della sentenza del 2007). Quest’ultima sanzione, tuttavia, prevede due possibili detrazioni: la prima, pari a 400mila euro, per ciascuna discarica di rifiuti pericolosi messa a norma; la seconda, pari a 200mila euro, per ogni altra discarica messa a norma.

All’indomani della sentenza l’Italia avvia le bonifiche e i provvedimenti necessari per l’adempimento. Nel 2017 il Consiglio dei Ministri nomina un Commissario Straordinario, il Generale di Brigata Giuseppe Vadalà dell’Arma dei Carabinieri, per realizzare tutti gli interventi necessari alla bonifica delle discariche abusive. L’importo delle risorse stanziate dallo Stato è pari a 110 milioni di euro (http://www.commissariobonificadiscariche.governo.it/it/relazione-semestrale/anno-2019/v-relazione-giugno-dicembre-2019/). Dopo dieci semestralità, dal 2 dicembre 2014 al 2 dicembre 2019, delle 200 discariche abusive, 156 sono state messe in sicurezza e sono fuoriuscite dalla infrazione. Altre 44 discariche sono ancora abusive. In totale, le sanzioni versate finora all’Europa ammontano a 275,4 milioni di euro (235,4 milioni di penalità semestrali e 40 milioni di sanzione forfettaria).

Ma è lecito chiedersi perché l’Italia ha dovuto aspettare la condanna della Corte di Giustizia, invece di destinare tempestivamente alla bonifica del territorio oltre agli stessi fondi gestiti dal Commissario, anche le somme pagate all’Europa a titolo di sanzione? Anche altre domande restano in cerca di risposta. Se nel 2007 la Corte di Giustizia accerta che vi sono 4.866 discariche abusive, e nel 2014 la stessa Corte condanna lo Stato italiano per la presenza sul suo territorio di ‘sole’ 200 discariche, che fine hanno fatto, nei sette anni intercorsi tra le sentenze, le restanti 4.686 discariche abusive che oggi sembrano svanite per un gioco di parole? Dopo aver quantificato i costi delle sanzioni e delle bonifiche, non potremo quantificare quelli dei danni ambientali. Possiamo dire di aver agito rapidamente e bene?

 
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