Di carcere,
chiavi e persone

 

di Fabio Gianfilippi


“…il movimento per liberarsi da questa trappola dovrebbe essere duplice. Bisognerebbe amare la vittima senza bisogno di sapere nulla di lei. Bisognerebbe sapere molto del carnefice per capire che la distanza che ci separa da lui è minore di quanto crediamo. Questo secondo movimento si impara, è frutto di una educazione. Il primo è assai più misterioso.” Nicola Lagioia, La città dei vivi, Einaudi, 2020

La nebbia nasconde, e sbianca tutto un po’. Precipita i viali e gli edifici in un indistinto lattiginoso, che porta fuori strada, persino quando stai ripercorrendo ancora una volta la stessa strada, dopo infinite altre. Mi si presenta così, sovente, il tragitto che, attraverso un’area di capannoni industriali, porta all’ingresso della Casa Circondariale di cui mi occupo. Parcheggio la macchina, raccolgo le carte che mi servono, calpesto rumorosamente l’erba anemica che prova a crescere nel piazzale, irrigidita dalla gelata mattutina. Ed entro. Scambio saluti e qualche commento sul tempo inclemente con gli agenti di polizia penitenziaria. In fondo al cortile il Cappellano, con il saio marrone e i calzettoni pesanti sugli immancabili sandali, scherza con un detenuto ammesso al lavoro nell’intercinta. Un’educatrice sale le scale in fretta verso gli uffici.
Ancora un cancello cigola e ancora una chiave è girata. Mi aspettano i colloqui con i detenuti. Li svolgo in una stanza di cui un condannato, molti anni fa, ha dipinto le pareti. Un improbabile paesaggio di montagne impervie e fiumi e cascate, e cavalli selvaggi in lontananza, e persino una città, ardita e traballante per posizione e strutture, appollaiata sopra un termosifone. Mi inquieta, e lo fisso di continuo. Ci passerò qualche ora, come ogni volta. Ascolterò le doglianze che mi sottopongono, raccoglierò le istanze che ritengono di presentare al magistrato di sorveglianza, metterò insieme, forse, qualche frammento delle loro storie. Quel che hanno voglia di raccontarmi, quel che sono capaci di ricostruire. I fascicoli, che ho studiato, nascondono persone. Le mura, affondate nella piana nebbiosa, custodiscono, non viste, tanta umanità reclusa, piena ancora di rabbia, spesso di incomprensione, di dolore, di speranza, a volte senza aderenza al piano di realtà, e soprattutto di domande, che sembrano aver bisogno più di ogni altra cosa di un ascoltatore. La risposta, se viene, è un di più.

Nel nostro paese l’attenzione alle vicende penali è in genere molto alta. I processi sono spesso seguiti con interesse, e una buona dose di morbosità, dalle comunità e dai media. Tutto si spegne, in un certo senso, alle porte del carcere. Quando la condanna è irrogata, sembra che la parola fine si possa pronunciare. Il condannato inizia l’espiazione della sua pena dietro le sbarre, e la società tira il fatidico sospiro di sollievo, allontanando da sé ogni riflessione su cosa sia effettivamente la detenzione. Nell’art. 27 comma 3 della nostra Costituzione, come è noto frutto dell’incredibile lungimiranza dei padri costituenti, che ben conoscevano le galere fasciste, sono contenute le inderogabili linee guida per l’esecuzione delle pene: mai possono consistere in trattamenti contrari al senso di umanità (e dunque occorre preservare i diritti fondamentali di chi sia privato della libertà personale) e sempre debbono tendere verso la rieducazione (oggi diciamo: il reinserimento sociale) delle persone condannate. Dal riferimento plurale alle pene deduciamo che il carcere non è l’unico modo di espiarle. Nel nostro ordinamento, quindi, sono previste da molti decenni le misure alternative, che si eseguono con grande profitto nei territori, accompagnando le persone mediante il contributo essenziale dei servizi sociali. Il carcere però è ancora una necessità, quando la pericolosità sociale di un condannato è tale da non poter essere altrimenti contenuta.
La reclusione, dunque, non può mai essere, nell’approccio costituzionale, soltanto tempo sottratto alla libertà, a prescindere dalle modalità di impiego. Non può limitarsi a contenere per un tempo dato, ma deve consentire una possibile evoluzione alla persona condannata, mediante un’offerta, il più possibile individualizzata, di opportunità di crescita personale, dalla scuola alla formazione professionale, alla riflessione critica sul reato e sulle sue conseguenze negative, per sé e per la società. Di recente la Corte Costituzionale ha ribadito, con parole che illuminano i difficili percorsi che si fanno in carcere, che “la personalità del condannato non resta segnata in maniera irrimediabile dal reato commesso in passato, foss’anche il più orribile; ma continua ad essere aperta alla prospettiva di un possibile cambiamento.” (cfr. Corte Cost. sent. 149/2018). A leggersi così, sembrerebbe che il tempo non basti mai. C’è tanto da fare. E invece, spesso, dentro le mura manca molto di quel che dovrebbe esserci, a cominciare dagli educatori, dagli psicologici e dai medici, e sovrabbondano le persone recluse, stipate ben oltre i limiti minimi dettati dalla giurisprudenza della Corte europea dei diritti dell’Uomo (3 mq procapite).

Tutto questo, però, non sembra essere un tema che affascina l’opinione pubblica. Nella bulimia di penalità, che si riscontra, la chiave delle celle serve a serrarle la prima volta, per poi essere, come si dice, gettata via. E questo anche quando, invece, le pene sono soltanto temporanee, e conoscere in che modo si stia lavorando per restituire alla società persone migliori, e maggiormente in grado di offrire un contributo positivo alla stessa, sarebbe fondamentale per capire se l’intero sistema penale che ha il suo cuore nel processo, sia in grado di raggiungere i risultati che si prefigge. D’altra parte è evidente che un condannato con cui si è lavorato proficuamente, consentendogli di leggere la realtà con strumenti per affrontarla diversi e migliori rispetto a quelli di cui disponeva quando ha offeso la società con il delinquere, è una persona che costituisce un minor rischio per la sicurezza della collettività, e dunque per ciascuno di noi. Si dice spesso che gli Italiani non hanno mai digerito il portato dell’art. 27 co. 3 della Costituzione. Mi pare ingeneroso generalizzare, perché sono molti, in realtà, i segnali di un impegno concreto di alcuni cittadini a sostegno del lavoro che si svolge in carcere. Il volontariato non manca, neppure in questo settore così complesso. Esistono associazioni che sostengono iniziative in favore delle persone detenute. C’è un dibattito illuminato in cui la dottrina penalistica e l’avvocatura fanno sentire la loro voce, consci che dall’umanità delle nostre carceri si misura la temperatura democratica della nostra società. Ci sono le istituzioni, naturalmente, e tra queste la magistratura di sorveglianza cui, progressivamente, si sono aggiunte l’autorità Garante Nazionale dei diritti delle persone private della libertà personale e i Garanti territoriali. C’è però qualcosa in più, che mi pare manchi, almeno nella gran parte dell’opinione pubblica. E, nonostante il tanto parlare di riforme, mai poi concretizzatesi, che riportino l’intero sistema penitenziario in un solco di maggior aderenza all’insegnamento costituzionale, a me pare che la sfida di interessare i cittadini ai destini degli autori dei reati resti ardua, pur non potendosi smettere di tentarla. Il carcere, poi, attraversa in questi tempi un’emergenza nell’emergenza. Si è chiuso su se stesso, rendendo più difficile quell’osmosi tra dentro e fuori, tra territori e detenzione, che è così importante per costruire percorsi di reinserimento. Si pensi alla scuola, sospesa senza che la didattica a distanza possa trovare modalità di attuazione efficaci, come si sta tendando di fare, non senza difficoltà, all’esterno. Ha dovuto farlo, a causa dell’emergenza epidemica, ma questo ha contribuito, pur senza che nessuno lo volesse, a renderlo ancor di più un contenitore di persone, per altro non esenti, a causa del sovraffollamento, dal rischio di dover permanere in spazi privi del distanziamento sociale che servirebbe a preservarsi dal virus, in cui nulla di rieducativo può accadere, salvo attendere l’azione del tempo, che può lenire o aiutare a sanare, ma può anche lavorare in senso opposto, approfondendo ferite difficili da rimarginare e scavando solchi troppo profondi da valicare.

Cosa rappresenta dunque il muro del carcere? Perché non si sente alcun bisogno di guardarci dentro? C’è senz’altro la difficoltà di percepire che si tratta di un luogo che ci appartiene, come collettività. Una istituzione dove si spende denaro nostro con uno scopo, che sarebbe nostro interesse verificare che sia perseguito. C’è però anche una simbolica separazione tra bene e male, tra me e quelli come me (buoni) e gli altri, i diversi da me (e cattivi), che trova infinite sponde nelle molteplici marginalità sociali che riempiono le nostre carceri. E’ vero, nel nostro paese ci sono un buon numero di detenuti per gravissimi reati di criminalità organizzata, ma sono comunque una minoranza nettissima, rispetto agli autori di altri reati, che spesso sono persone straniere, o affette da disagi psichici, o tossico-alcoldipendenti, o tutte queste ed altre cose insieme. Il carcere diventa allora necessario in una dimensione simbolica che si adatta benissimo, oggi, ad una società sempre più spinta a scartare (Bauman docet!), senza offrire dialogo e una possibile via alternativa di risoluzione del conflitto. Un mondo in cui è facile uscire dalla partita, senza che sia previsto un meccanismo per rimettersi in gioco. Una società che, in definitiva, è assai efficace nell’escludere, ma sembra aver smarrito la volontà di includere e la capacità di interrogarsi sulle ragioni dell’altro.Di queste ultime priorità, e di molto altro, si occupano paradigmi alternativi alla giustizia penale, per come noi la conosciamo, che pure si studiano con sempre maggior attenzione a livello internazionale, e che sono noti con il nome di “giustizia riparativa”, dove l’accento torna sulle persone: sulle vittime dei reati e sugli autori e sulla volontà di entrambe le parti, ove esista, di ricucire la ferita apertasi.

Entra in sala colloqui un giovane. Ha trentatré anni e occhi confusi. Parla male italiano, anche se è nato e cresciuto qui. E’ stato trasferito da poche settimane nel carcere di cui mi occupo, per “sfollamento”, come si dice in linguaggio penitenziario. Tra un mese finisce la sua pena: tre anni e due mesi di reclusione per violazione di domicilio. Qualche anno fa, non sapendo dove dormire, si è introdotto in un canile e, trovata vuota una delle casette di legno destinate ad ospitare gli animali, vi ha preso alloggio per qualche giorno, mangiandoci quel che ha trovato, e quindi imbrattandola. Non ha avuto attenuanti, perché annovera un precedente per furto. Mi racconta la sua storia, ma non sa dirla, né sa dove andrà a stare al fine pena. Nessuna misura alternativa si è potuta impostare in suo favore, proprio per questa carenza di riferimenti esterni e per i molti trasferimenti che, nel tempo, ha subito da un istituto penitenziario all’altro. Il magistrato di sorveglianza pone qualche domanda, tenta di capire le risposte. In questo caso non gli resta molto da fare, ma ha ascoltato. Ci sono anche persone così nelle nostre carceri. E questo nonostante spesso l’opinione pubblica creda che sia difficile, nel nostro paese, finirci. Claudia Mazzucato, studiosa esperta di giustizia riparativa, ha scritto che: “a cambiare i colpevoli sono stati – e sono tutt’ora – gli incontri, specialmente gli incontri con persone significative e <>. Persone, cioè, che hanno sovvertito la logica scontata della mimesi e del colpo restituito, e hanno invece innovato per prime la realtà, precisamente comportandosi all’opposto di ciò che ci si sarebbe attesi: rivolgersi agli autori dei delitto in modo imprevisto e insperato, riconoscendo in loro umanità e dignità dove tutti vedevano (e cercavano) mostruosità, pericolo e inimicizia” (Il libro dell’incontro, ilSaggiatore, 2015). Valicare le mura del carcere aiuta a diradare la nebbia fitta che c’è sulle persone che hanno commesso i reati. La conoscenza, l’ascolto, l’incontro, in questa progressione, fanno chiarezza sulla non sovrapponibilità del reato al suo autore. E’ su tutto ciò che non è reato che occorre lavorare, perché prenda il sopravvento sulle spinte a commetterlo, che in passato hanno prevalso. E’un cammino controcorrente, che richiede di voler sovvertire la logica dello scarto e dell’esclusione. La logica dell’indifferenza verso l’altro. Quando lascio la sala colloqui, sento la chiave dietro di me, che serra l’ultima porta del carcere, ritorno alla mia autovettura, e di solito la nebbia si è diradata. Il lavoro proseguirà altrove, e la Casa Circondariale continuerà la sua routine di nuovi ingressi, di detenuti che terminano la pena ed escono, con il loro carico di oggetti personali nel bustone, di lavoratori che in quel luogo spendono gran parte della giornata e poi tornano alla loro vita. Se non fosse così fuori città, mi dico, forse qualcuno in più potrebbe domandarsi come va la vita là dentro, o vedendo chi entra ed esce, potrebbe scoprire che ci somigliano più di quanto non ci spaventi immaginare, o persino interrogarsi su cosa si può fare perché il sistema funzioni meglio e ci consegni persone effettivamente cambiate (le statistiche segnalano che i detenuti che non accedono a misure alternative alla detenzione tornano a delinquere nel 70% dei casi). E’ una riflessione per gli urbanisti, ma forse la responsabilità non è soltanto loro, ma di ciascuno di noi.
 
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