Cos'è lo sguardo critico


 

di Mario Fucito

Lo sguardo critico Cos’è, lo sguardo critico. La ricerca dell’essere nella realtà in cui viviamo presuppone come punto di partenza la ricerca nel dato linguistico della radice etimologica delle parole, la ricerca dell’area semantica ancestrale di un vocabolo, per comprendere davvero la significanza. Nessuno si spaventi, andando avanti tutto sarà più immediato. Lo “sguardo critico”, inteso come endiadi, è un punto di arrivo contenutistico e metodologico e di partenza pragmatica, allo stesso tempo. Un punto di arrivo rispetto al suo corretto significato e al metodo di esercizio della critica. Ma anche un punto di partenza per poter poi esercitare lo “sguardo critico”. Questa impostazione rifiuta evidentemente la deriva sofistica che arrivava a negare qualsiasi legge generale di valore assoluto e qualsiasi rappresentazione soggettiva che vorrebbe legittimare qualsiasi scelta valoriale asistemica.

Per cui se ritenete che “sguardo critico” possa lontanamente essere inteso che ciascuno sia aprioristicamente legittimato a confutare cose esprimendo opinioni personali, beh, una volta opportunamente irretiti da queste prime righe, andate oltre. Tornando alla radice etimologica, “criticare” viene dal greco antico “κρίνω” che significa: separare, distinguere, scegliere. L’area semantica evoca quindi una scelta che presuppone una distinzione, una separazione. Non a caso il giudice è Κριτής, colui che esercita il κρίνω, la scelta, previa separazione e distinzione dei fatti costitutivi dell’oggetto della scelta. La radice etimologica si è verosimilmente mantenuta nel latino “cerno", ossia discernere utilizzando elementi di differenziazione. Lo “sguardo critico” quindi è proprio di chi sceglie come approccio alla vita l’esercizio del libero arbitrio inteso come acquisizione di dati da separare, da apprezzare successivamente, per produrre poi una valutazione, una scelta. Tutto ciò determina senz’altro una scelta consapevole, frutto di una valutazione, per l’appunto, critica che, attenzione, non sarà necessariamente corretta e definitiva, perché il processo di acquisizione di fatti idonei ad incidere sulla valutazione effettuata deve essere continuo.

Chiaramente la propensione alla continua rivalutazione della scelta effettuata, mediante acquisizione di elementi di fatto, è frutto di un approccio orientato alla ricerca della natura delle cose e della sua essenza, di tipo speculativo, che non deve soffrire irrequietezze e ansie di ricerca di verità assolute. Né essere figlio di quella cultura materialista che tende a riprodurre la realtà secondo la propria rappresentazione soggettiva, rappresentazione solitamente postulante un valore dominante scelto dalla maggioranza di una certa epoca. La conoscenza dell’essere, quale percorso mai finito, presuppone quindi necessariamente un approccio serenamente dubitativo a qualsiasi scelta, approccio che deve tradursi nella più fedele acquisizione degli elementi oggettivi da distinguere, nonché nella più fedele acquisizione delle regole di perizia da applicare al caso concreto.

La critica, la conoscenza, produce, se così determinata, un pensiero autenticamente liberale, che non teme il mutamento di scelta perché esso è frutto di una migliore conoscenza della realtà e non di una scelta soggettiva intuitiva dalla quale il suo autore difficilmente riesce a separarsi. La critica, il pensiero liberale, non teme, infatti, la contraddizione perché il mutamento di scelta non dipende da un errore soggettivo bensì dall’acquisizione di nuovi elementi oggettivi di conoscenza. Questo è il punto di arrivo contenutistico dello “sguardo critico”, la natura, diremmo. Sovvengono, allora, più domande istintive di cui è giusto tenere conto. Ma questa tesi è compatibile con i tempi moderni dell’economia, dettati da regole di massimizzazione del profitto che impongono necessariamente all’attore quotidiano di avere certezze su cui operare? Sono poi davvero tutti interessati dalla ricerca dell’essere delle cose? Non è forse inutile come ha detto in questi giorni il Ministro della Repubblica studiare quattro volte le Guerre Puniche, o, come talvolta si sente, il greco ed il latino? Beh, qui lo sguardo critico deve diventare punto di partenza pragmatico, pena dare ragione a tutti i suoi detrattori e divenire essenzialmente artificio retorico. Lo sguardo critico, come metodo di conoscenza, è il fondamento che ha generato la filosofia pura, di cui la matematica è branca, oltre scienza che oggi presiede lo sviluppo dell’epoca moderna e che, insieme alla fisica, è considerata l’avanguardia per la conoscenza dell’essere.

Lo sguardo critico, allo stesso tempo, è il fondamento della politica intesa come scienza che si occupa di dirimere gli interessi sociali in conflitto, c.d. filosofia pratica. Lo sguardo critico è, infine, il generatore del diritto, scienza che si pone come cerniera tra la filosofia pura e filosofia pratica, là dove si pone il fine di divenire lo strumento con il quale dare certezza all’impianto di regole astratte che una data comunità si dà per coesistere. Certamente non tutti sono necessariamente chiamati ad interessarsi all’esercizio della “critica” come fin qua immaginata. Si deve prendere atto che, per dare ragione sempre al Ministro della Repubblica Cingolani, c’è sicuramente chi è votato esclusivamente alla tecnica pura, poco interessato ad orientarsi nel più ampio orizzonte costituito dall’essere nel suo insieme, e molto più orientato a perfezionare approcci esclusivamente materialistici e “finiti”, destinati a rappresentare un punto di certezza foriero di apparente stabilità e sicurezza. Ma l’una ha bisogno dell’altra. La critica acquisisce fatti, valuta, elabora modelli. La tecnica li sviluppa in concreto, li esaspera, produce errori che la critica è chiamata a recepire per adeguare i modelli e dare nuovi spunti alla tecnica. Se la sola critica fine a se stessa, il solo dubbio, è attività speculativa che va necessariamente coltivata nelle facoltà di filosofia, senza diventare una religione assoluta, la sola tecnica genera una deriva materialista che distoglie l’uomo dalla realtà in cui è immerso, dandogli la fallace convinzione che il dominio sulla materia possa conferirgli il controllo dell’essere. Mentre in realtà rende l’uomo schiavo della stessa materia (che sia essa plutocratico-capitalista o collettivo-marxista ovvero statuale-fascista).

Il pensiero che la critica debba prevalere sulla tecnica, o viceversa, va combattuto perché espressione della stessa cultura totalitaria e materialista, che impone la costruzione di un modello frutto non della conoscenza dell’essere, liberale e votato al dubbio, ma di una rappresentazione soggettiva del gruppo sociale dominante (volutamente non adopero la parola “classe”) Sebbene si debba osservare che questi descritti sono i grandi temi culturali dell’umanità da Socrate ad oggi, la disputa circa la necessità di avviare il giovane ad uno studio che ti fornisca come punto di partenza lo “sguardo critico”, piuttosto che delle “capacità tecniche” è anch’essa antica come l’uomo. Tuttavia, la ricostruzione della relazione critica-tecnica in termini conflittuali e non circolari, come pure si è brevemente dimostrato è possibile e doverosa, (mi si perdoni l’apparente contraddittoria argomentazione materialista di derivazione marxista) trova la sua causa nel fatto che i gruppi sociali dominanti delle varie epoche hanno sempre avuto la preoccupazione che la critica, intesa come valutazione consapevole e quindi determinativa della conoscenza, rimanesse patrimonio di pochi, proprio per la sua capacità di determinare i modelli da sviluppare con la tecnica. Il controllo delle fonti della conoscenza, impedendo il libero sviluppo del sapere, consente ai gruppi sociali dominanti il controllo della tecnica e l’orientamento del suo indirizzo e con esso delle masse. Chi detiene il potere, e poco importa che esso abbia fonte divina, militare, economica, se privo di una cultura “critica”, liberale, è portato all’esercizio del potere per il mantenimento del potere, limitando l’accesso libero alla conoscenza, perché resti patrimonio dello stesso gruppo dominante, ovvero di chi ne sposa i principi e può perciò ambire a farne parte, seppure con qualifiche inferiori, se proveniente da altri gruppi.

E’ indubbio che l’epoca in cui viviamo riflette fortemente la tensione tra critica e pensiero liberale contro tecnicismo e materialismo. La politica ha abdicato a rappresentare gli interessi sociali in conflitto tra loro, benché oggi più che mai le disparità appaiono intollerabili rispetto al livello di benessere medio raggiunto, in nome di una scelta corporativa volta a difendere se stessa, nel tentativo di resistere al potere finanziario che oramai detta l’agenda della burocrazia. Il dubbio, la critica, per meglio scegliere, sono obliterati da false comunanze valoriali genericamente enunciato: lo sviluppo, la transizione digitale, la transizione ecologica, la sicurezza. Senonché gli stessi, che oggi sono al potere, e che preconizzano le varie transizioni appartengono allo stesso potere economico che, stando dall’altra parte, nei decenni precedenti, hanno spinto per la cementificazione, la scelta di politiche energetiche inquinanti e poco produttive, la scelta di politiche infrastrutturali non orientate al riequilibrio tra nord e sud, ovvero che hanno consentito acquisizioni bancarie i cui effetti dannosi per il sistema sono oggi pagati con scelte onerose di finanza pubblica. Sono gli stessi che oramai praticano assunzioni di personale a carico della spesa pubblica con procedure di selezione ad hoc, in deroga ad ogni legislazione vigente ordinaria (si guardi alle modalità di formazione delle task force ministeriali per la gestione del PNRR) al fine di introdurre, perché vi restino, persone votate alla causa nella macchina del potere. Oggi più che mai, quindi, riaffermare la necessità perché vi sia la critica, ovvero lo sguardo critico sulla realtà, per una conoscenza più effettiva e consapevole è indispensabile per difendere il pensiero liberale e le libertà raggiunte. La fine delle varie epoche di libertà, non sempre necessariamente ed immediatamente contrassegnate da disordini e violenze, e per questo capace di essere apparentemente indolore per chi non se ne avvede, ci insegna che quando soccombe il pensiero critico, quando si consente ad uno dei gruppi sociali dominanti di inquinare il processo libero di conoscenza, tanto facile da declamare nella sua importanza quando difficile da difendere dagli attacchi surrettizi, ebbene, quando ciò accade, il processo di reversibilità non è più azionabile prima dell’esaurimento intrinseco della spinta totaliristica. E’ quindi non più rinviabile darsi da fare per promuovere il pensiero critico, divulgarne gli arresti, mettere in pratica gli insegnamenti, in modo intellegibile, per fare uscire definitivamente il pensiero liberale da una condizione di ontologica minoranza.
 
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