Coraggio, generosità e speranza


 

di Natalia Ceccarelli

Sto leggendo un testo interessante, scritto da uno psichiatra, che affronta il tema dell’uso politico della malattia mentale. Corrado De Rosa (Italian Psycho - La follia tra crimini, ideologia e politica – Ed. Minimum Fax - 2021) affronta l’argomento scomodo del collateralismo tra scienza psichiatrica deviata e regimi totalitari, e spiega, con encomiabile onestà intellettuale, quanto abbia contribuito l’uso politico della psichiatria alla repressione di ogni forma di dissenso rispetto al sistema di potere, agevolmente neutralizzandolo mediante la diagnosi di disturbo della personalità.

E già.

Perché il dissenso, nel quale si manifesta il concreto esercizio della propensione all’opposizione, è sempre pericolosamente eversivo dell’ordine costituito. Fin troppo banale, perciò, è dire che uno degli elementi costitutivi della propensione all’opposizione è il coraggio. Ma non è l’unico. Il germe dell’opposizione è connaturato alla natura umana. Ci si oppone alla nascita, resistendo all’espulsione dal grembo materno. Ci si oppone alla struttura parentale, duellando con l’archetipo genitoriale omologo e seducendo quello antagonista, nel fisiologico percorso di crescita che ci conduce al distacco verso l’autosufficienza emotiva. Ci si oppone a se stessi, nel faticoso cammino di realizzazione del “vero sé”.

Può, in verità, affermarsi che, fino a che non si completa il processo individuale di crescita interiore di ogni individuo, quello ad opporsi è un desiderio, un bisogno, un “diritto”, la rivendicazione, cioè, di una prerogativa, finalisticamente protesa alla delimitazione dei propri confini, prima, e alla loro difesa, dopo.

Una volta compiuto il faticoso percorso di delimitazione del sé possiamo reputarci finalmente pronti a posizionarci nel mondo. E nel mondo scopriamo pregiudizi, contraddizioni, ingiustizie, a vari livelli percepibili e percepite. La scelta di posizionarsi nel mondo rispetto a queste deviazioni dall’ordine naturale delle cose non dipende, a mio avviso, dal grado più o meno elevato di percezione delle stesse. Tutti le percepiamo più o meno allo stesso modo, ne avvertiamo l’esistenza, ove non ne patiamo gli effetti in prima persona.

La scelta di posizionarsi nel mondo rispetto a queste deviazioni dall’ordine naturale delle cose dipende, oltre che dal coraggio, di cui si è detto sopra, da un altro elemento che potrà sembrare, forse, frutto di un pensiero eccentrico, del quale, peraltro, sono fortemente convinta. Dipende dal grado di generosità che ciascuno di noi è stato in grado di coltivare nel proprio intimo.

In questa dimensione, per così dire, sociale e collettiva della nostra propensione all’opposizione (rispetto alla quale hanno, senz’altro, giocato fattori sia esterni che interni alla nostra formazione), alzarsi in piedi sul banco e gridare “Oh capitano, mio capitano!” è scelta coraggiosa, che implica non solo e non tanto una limpida percezione della propria forza di carattere, bensì un quantomeno sufficiente grado di generosità, di amore per il prossimo, di empatia, di consapevolezza della propria universalità.

Nella più nobile forma di esercizio della propensione all’opposizione, quella che si esprime contro le ingiustizie che colpiscono l’altro da sé, l’esigenza (quella sì, del tutto personale ed intima) di prendere una posizione visibile contro una situazione consolidata, sfidando le leggi del conformismo e della convenienza, non può che germogliare da una condivisione, da una compartecipazione ad una dimensione universale del dolore, nella quale il sentimento di empatia guida l’inclinazione etica all’individuazione della regola giusta per tutti. “L'ingiustizia in qualsiasi luogo è una minaccia alla giustizia ovunque” diceva Martin Luther King, a significare, appunto, che nessuna ingiustizia, ovunque si realizzi, è sufficientemente lontana da noi da tenerci al riparo dal pericolo che, un giorno, essa possa minacciare la Giustizia proprio nel mondo in cui viviamo.

Perciò ogni forma di ingiustizia, per quanto possa apparire remota, è occasione di verifica della nostra capacità di azione e reazione. C’è, infine, un ulteriore elemento costitutivo. Per introdurlo mi viene in soccorso il bel film (“Just Mercy”, in italiano “Il diritto di opporsi” – USA 2019), che narra la biografia dell’avvocato Bryan Stevenson, una vita spesa in difesa dei detenuti nel Braccio della Morte - fondatore e direttore esecutivo di "Equal Justice Initiative" – che, con il suo impegno e la sua tenacia, ha contribuito all’emersione di innumerevoli errori giudiziari, commessi in danno di membri della comunità povera afro-americana, la cui innocenza è stata, talvolta, riconosciuta proprio a un passo dalla sedia elettrica. “L’assenza di speranza è nemica della giustizia” dice l’avvocato Stevenson. “La speranza ci consente di andare avanti anche quando la verità viene distorta da chi ha il potere. Ci consente di alzarci quando ci dicono di stare seduti, e di parlare quando ci dicono di rimanere in silenzio”. Ci si oppone perché si è coraggiosi, perché si è generosi, perché si crede nella Giustizia. Ma ci si oppone, soprattutto, perché si conserva, nel proprio cuore, la speranza che il mondo possa diventare un posto migliore anche grazie alle nostre azioni, e a cominciare dalle nostre piccole azioni. Per questo cerco di insegnare a mia figlia la speranza, oltre a darle esempio, per ciò che posso, di generosità. Date queste basi, confido che il coraggio, poi, verrà da sé. Perché il coraggio, in fin dei conti, è la parte più semplice di tutte. Ci scopriamo coraggiosi senza aver fatto nulla per diventarlo. E meno male.
 
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