E’ necessaria una commissione
d’inchiesta bicamerale.


 

di Eduardo Savarese


La pandemia in corso si è introdotta nel corpo vitale dell’umanità e ha inferto ferite esterne, emorragie interne. Le prime sono i malati, i morti e i limiti alla libertà di essere e sentirsi vivi. Le seconde lavorano in modo più insidioso, ne proviamo il malessere, ma sarà il tempo a rivelarne gli effetti: recessione e povertà aumentate, in economia, e terrore della morte quale radice dei dispositivi di potere e delle relazioni esistenziali. Potremmo dire: le ferite attengono alla Fase 1, le emorragie interne alla Fase 2. E ora che siamo nella Fase 3, è tempo di bilanci.

Entrambe – le ferite e le emorragie - incombono su di noi, di entrambe tocca occuparsi. E ci vorrebbe una nuova enciclopedia per trovare una bussola e andare avanti: certe volte, di notte, sono oppresso dall’ignoranza troppo grande in cui verso. Per affrontare gli effetti delle emorragie, non posso però lasciare aperte le ferite esterne. Devo fare in modo che si cicatrizzino, devo quindi trattarle e curarle. Serpeggia in sordina, a questo riguardo, un sentiero di idee che si ostinano a chiedersi: perché tanti morti in Italia? In questo sentiero, si fa strada l’opinione che, tra i fattori rilevanti nella causazione dei decessi, ci siano le insufficienze del sistema sanitario.

Mi si obietterà: bella scoperta! Ma pare proprio che sia una bella scoperta, invece. O meglio: un’ipotesi di inchiesta, che deve essere rapidamente avviata e conclusa.

1. Il dibattito si è aperto a livello internazionale. Un contributo di Kassner (Università di Magdeburg Otto-von-Guericke) reperibile online, Quality of health care systems based on COVID-19 case counts?, dà risposta positiva, a seguito di un’analisi di diversi Paesi europei. Così anche lo studio, concentrato sulla sola Corea del Sud, a firma di Son, Lee, Hwang, pubblicato il 7 aprile sul Bollettino OMS: Does the health system’s response matter to cope with the COVID-19 outbreak? Recent evidence from South Korea.
2. In un articolo apparso il 2 aprile su lavoce.info a firma di Favero, Ichino e Rustichini (Perché è così alta la mortalità da coronavirus in Lombardia?), il modello matematico di contagio Seir (“Susceptible, Exposed, Infected, Removed”) viene esteso in modo da rendere la mortalità dipendente dal vincolo imposto dalla capienza dei reparti di terapia intensiva. Gli autori deducono: “Con il vincolo attivo, il modello simula molto bene il numero elevato e crescente della mortalità osservata. Il secondo scenario, invece, mostra che il numero di decessi avrebbe potuto essere largamente inferiore. La differenza verticale tra i due misura il numero considerevole di vite umane che avremmo potuto salvare se il vincolo dei posti in terapia intensiva non fosse stato rilevante”.
3. Sul Giornale.it il 7 aprile appare un articolo di De Lorenzo (che cita lo studio riportato su infovoce.it), il quale denuncia: “In generale, tutta Italia aveva una "preparedness" (capacità di fronteggiare un'emergenza) per il coronavirus inferiore ad altri Paesi Ue, dove la letalità appare più bassa. Secondo i dati Eurostat, nel 2017 la Germania vantava 6,0 posti ogni mille abitanti per la cura dei casi acuti, contro il 2,6 italiano. Lo stesso dicasi per le terapie intensive: all’inizio della crisi Berlino poteva contare su 28mila respiratori (34 ogni 100mila persone). L'Italia solo 12 ogni 100mila”.
4. Sul Corriere della sera del 15 aprile, il duo Gabanelli/Ravizza pone sei domande al perché sia così elevato il numero dei morti in Lombardia. Il passaggio interessante è: “A ridosso del 21 febbraio, con i posti letto delle Terapie intensive sottodimensionati (8,5 su 100 mila abitanti contro i 10 dell’Emilia e del Veneto) e il 30% in gestione alla Sanità privata convenzionata, la Regione deve contrattare la loro attivazione con gli ospedali privati in un momento in cui il fattore tempo è determinante”.
5. Su Dataroom, Affinito pubblica una serie di dati importanti: a) al 2012, l’Italia ha 12,5 posti di terapia intensiva (oggi 8,58) a fronte dei 29,2 della Germania; b) al 2012, l’Italia spende 1844 euro ad abitante, la Francia 3201, la Germania 3605, la Gran Bretagna 2857; c) nel 2019, l’OCSE accerta che l’Italia è sotto la media per spesa sanitaria totale e pubblica; d) in dieci anni, la spesa sanitaria viene tagliata per un importo pari allo 0,4% di PIL, cui aggiungere 37 miliardi di fondi promessi e poi non erogati.

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Abbiamo bisogno di comprendere come sono andate le cose e come sarebbero potute andare...
 

Mettiamo insieme i 5 punti illustrati (cui se ne potrebbero aggiungere molti altri, tra testimonianze di medici e pazienti…): ne viene fuori un primo quadro indiziario, che non vuol dire che l’ipotesi di lavoro (tagli alla Sanità perpetrati in almeno dieci anni hanno aumentato considerevolmente i morti in Italia tra marzo e aprile di quest’anno) è confermata ma, semplicemente, che può essere un valido punto di partenza per un’inchiesta. Non giudiziaria; quelle, se ci saranno, riguarderanno sempre il singolo caso, il singolo territorio. No, qui abbiamo bisogno, come comunità ferita profondamente, di comprendere come sono andate le cose e come sarebbero potute andare.


 

Per ricominciare, dobbiamo elaborare la memoria del lutto e essere messi di fronte a un quadro di ricostruzione degli accadimenti e delle cause completo, approfondito, non emotivo.


E per ottenere questo risultato, non bastano sporadici articoli di giornale, inchieste giudiziarie (è del 10 giugno 2020 l’esposto del Codacons Lombardia alla Procura di Milano per le morti causate dai tagli alla sanità), e appelli generalisti. Ci aspettiamo, dobbiamo pretendere un’analisi generale e strutturale che riguarda la gestione politica delle risorse pubbliche. Questo servirà anche ad affrontare meglio le emorragie interne della Fase 2 e a sollecitare i necessari cambi di rotta nell’organizzazione della sanità pubblica per il futuro, secondo linee indicate dalla Corte dei Conti nel suo Rapporto 2020 sul coordinamento della finanza pubblica, reso noto dalla fine del mese di maggio (link). Lo strumento esiste: la commissione d’inchiesta parlamentare prevista dall’art. 82 della Costituzione. Poiché qui non si vuole strumentalizzare la morte degli italiani, ma si vuole dare risposte alle domande legittime dei cittadini italiani, ben venga una commissione bicamerale, dotata, come si sa, dei poteri di indagine dell’autorità giudiziaria, istituita proprio su impulso della maggioranza. Dopo la fine dell’apartheid, il Sud Africa scelse la strada delle commissioni di conciliazione e non dei tribunali (come accadde nelle situazioni post conflitto in ex-Jugoslavia o in Rwanda). La strada della giustizia può essere praticata per mezzo della constatazione dei fatti per guardare al futuro in modo consapevole. La politica oggi, col Parlamento, deve riappropriarsi di questa strada e praticarla fino in fondo. Questo potrebbe forse essere uno dei modi per prevenire un altro rimedio strutturale di indagine, ma stavolta giudiziario e internazionale: il ricorso alla Corte di Strasburgo contro l’Italia da parte dei parenti dei morti di questi mesi, per violazione del diritto alla vita.

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