Cominciate col fare

 

di Natalia Esposito

“Cominciate col fare ciò che è necessario poi ciò che è possibile. E all’improvviso vi sorprenderete a fare l’impossibile”. San Francesco D’Assisi

Questa frase l’abbiamo affissa alle pareti il primo giorno in cui un gruppo di adulti diversamente abili ha intrapreso un percorso di autonomia e vita indipendente. E’ stato bellissimo vedere come la potenza di questo monito li abbia motivati e rassicurati allo stesso tempo. Sì, perché quando di fronte a noi abbiamo una montagna da scalare, è importante procedere un passo alla volta. Il “qui ed ora” ci salva; ci salva dall’ansia, ci aiuta a compiere il primo passo, quello che ci toglie da dove siamo, dall’immobilismo e dalla paura. Fin qui tutto bene.

Dal punto di vista pedagogico e psicologico questa strategia di sostegno (e auto sostegno) funziona, è credibile, faticosa ma credibile. Il problema nasce quando non siamo solo noi come singoli individui con le nostre singole paure e insicurezze a dover compiere quel fatidico primo passo, il problema nasce quando l’umanità intera è immobilizzata dalla paura, sospesa in un tempo senza un poi, in attesa e in lotta con qualcosa di invisibile e mortale. Questa condizione collettiva ci legittima e ci autorizza ad una sorta di nichilismo esistenziale e progettuale. Tutto deve essere sospeso. Ma il tempo continua a scorrere, la vita continua a pulsare nelle vene anche se non ne sentiamo più l’energia.

Per fortuna ci sono i bambini, i giovani, e quelli che chiamiamo diversi, folli, che hanno urgenza di vivere e ce lo fanno sentire con tutta l’irruenza che la forza vitale possiede. Questa irruenza mi è arrivata addosso perché i miei ragazzi, ovvero le persone diversamente abili con cui lavoro, non potevano aspettare. Era l’inizio di questo settembre, con A ruota libera (la onlus per cui lavoro), e un gruppo di genitori, avevamo presentato il progetto Imparo a vivere da solo un anno prima e il progetto era stato approvato. Il nostro era uno dei progetti che entrano sotto il cappello del “Durante e Dopo di Noi”. Percorsi che si pongono come obiettivo quello di facilitare l’emancipazione della persona diversamente abile dal nucleo familiare, a favore di una autonomia che si sviluppa in una condizione familiare anche se fuori dal proprio nucleo di origine, e soprattutto evitando l’istituzionalizzazione.

Il nostro, nello specifico, è una sperimentazione di cohousing, in base alla legge 112 del 2016 volta a “favorire il benessere, la piena inclusione e l’autonomia delle persone con disabilità”. A turno gruppi di ragazze e ragazzi, coadiuvati da tutor, trascorrono un fine settimana lungo in un appartamento che chiamano “la Casona”, che è la sede messa a disposizione da A Ruota libera Onlus, organizzando tutte le attività della vita in comune, dal fare la spesa al cucinare al ripartire i lavori di casa, ai momenti di svago e socialità. Era tutto pronto, avevamo formato i tutor che dovevano essere più che semplici educatori, lavorare per sottrazione e mai sostituirsi, se non necessario, ai ragazzi.

Ma la socialità? Come gestirla? I ragazzi erano, come è ovvio, provenienti da nuclei familiari diversi e dovevano condividere uno spazio che è diventato inaccessibile agli estranei: la casa. La questione era innanzitutto di sicurezza. Non siamo degli sprovveduti e siamo tutti molto consapevoli del pericolo che viviamo. Questa questione, però, aveva una soluzione, costosa e difficile (per alcuni) ma c’era. I ragazzi e le loro famiglie hanno accettato l’idea del tampone che oltre ad essere costoso è stato traumatico per alcuni (persone con tratti autistici o con disturbi ossessivi…). A questo punto il problema era il concetto di condivisione, di comunità, di mutuo aiuto: come conciliare tutto questo con i messaggi di prudenza e a tratti di terrore che noi stessi mandavamo durante le attività diurne? Come costruire un percorso senza una prospettiva temporale certa, senza una strada, seppur in salita, davanti?

Le risposte ce le hanno date loro. Come sempre. Abbiamo scelto di condividere con loro i nostri dubbi, giocando a carte scoperte, senza mai illuderli come facciamo sempre anche quando affrontiamo il tema dei limiti e delle possibilità. Davanti alla nostra concretezza e razionalità loro ci hanno mostrato l’utopia: quell’ideale che, seppur irrealizzabile, ha una funzione motrice e, se messa nelle mani giuste, ti fa compiere il primo passo.

Abbiamo sentito forte la responsabilità di garantire che le nostre mani fossero quelle giuste, che riuscivamo a tenere insieme il sogno e la ragione; questo in fondo è il nostro lavoro e il nostro dovere morale. Oggi, dopo cinque mesi, vissuti con tante difficoltà, il progetto continua, i ragazzi vivono, cucinano, lavano, si prendono cura di sé e del loro nuovo nucleo, consapevoli che tutto questo da un momento all’altro potrebbe interrompersi o addirittura finire, ma con la determinazione di chi sa che a volte per costruire un palazzo vieni dotato di mattoncini piccoli piccoli e che devi avere fiducia e fantasia per immaginare e poi costruire il tuo palazzo.
 
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