Come ho spiegato ad una bambina (mia nonna malata di Alzheimer) che stava per morire


 

di Luca Orlando

«Ma dei segreti del fiume, per quest'oggi non vedeva che una cosa sola, tale però da afferrare interamente l'anima sua. Ecco quel che vedeva: quest'acqua correva correva, sempre correva, eppure era sempre lì, era sempre e in ogni tempo la stessa, eppure in ogni istante un'altra!» Hermann Hesse

Durante gli anni trascorsi alla facoltà di giurisprudenza, ho avuto modo di constatare come la concezione del tempo abbia sempre assunto grande rilievo nel mondo del diritto: esistono diritti che nascono con il tempo, mentre altri diritti sono destinati ad avere una durata limitata nel tempo. Si potrebbe pensare, forse, che la giustizia degli uomini sia cosa troppo elevata per l'uomo stesso. Le figure umane, infatti, vivono un tempo che non è mai, come quello di un orologio, circolare e coerente. Esse vivono un tempo simile ad un fiume in piena (cfr. V. THANKA, Ancient Greek Philosophy: Thales to Gorgias, Delhi, 2006, p. 65), solo a tratti lineare, vuoto e, secondo la filosofia della Scuola di Epicuro, essenzialmente senza meta (cfr. N. ABBAGNANO, Dizionario di filosofia, Torino, 1960, p. 308).

“Tic tac… Tic tac… Tic tac…” Quello del fiume è un movimento delle cose un po’ complesso: si tratta di devastare il vecchio per far spazio al nuovo. Eppure ieri sera, addentando un toast, qualcosa è andato storto. Il terreno ai piedi di una ragazza ha ceduto e per poco nel fiume non ci finiva dentro. «Sono troppo giovane!» – frase di rito che non mancò di esclamare. Ma poi, sollevandola da terra, ho compreso cosa intendesse dire il primo uomo ad averla pronunciata: certi giorni hai ventiquattro anni, a volte settantacinque, qualche altra volta quaranta.

“Tic tac… Tic tac… Tic tac…” Mia nonna viveva la tragedia di aver dimenticato il tempo. Quel giorno credeva fossi suo marito. Mi scrutava con occhi stanchi, occhi gonfi di lacrime e d’amore, occhi che un tempo avrebbero faticato a nascondere malizia e bellezza. Come sempre accade, le ragioni del suo amore andavano ricercate più in lei che in suo marito. Sapeva di aver incontrato uomini più belli e persone più intelligenti, ma queste stesse persone portavano con loro l’imperdonabile difetto di non essere lui. Chiuse gli occhi. Si svegliò dopo qualche ora, stavolta convinta di poter festeggiare il suo settimo compleanno. Immediatamente sentì di aver esaurito le forze. Ebbe paura.

«Ci vediamo in un altro posto, papà?» - mi sussurrò con voce sottile. «Non c’è un altro posto. È tutto qui». - risposi io. «Vorrei avere più tempo». «Ma non c’è più tempo». «Allora ferma il tempo. Ti prego, papà, ferma il tempo». L’abbracciai. Lei abbracciò me. Tutta la casa si strinse attorno a noi.

Morì pochi minuti più tardi. All’inizio, però, non smisi di pensare a lei. Col tempo successe anche questo. “Tic tac… Tic tac… Tic tac…” Si tratta di un principio inequivocabile: come ogni mattina siamo obbligati a deporre il nostro obbligo di firma sulle pareti in ceramica di una strana libertà condizionata, un’altra mattina bisognerà andare tutti a morire... eroi e codardi, uomini e formiche, padri e figli impazienti di sussurrare: «oggi, in un mondo in cui ogni individuo pensa di essere l’universo a sé stante, ho deciso di essere buono»; «mia figlia si è sbucciata il ginocchio a scuola»; «non mi piace più la Nutella».

È in frasi dalla simile banalità, dalla lacerante vanità, in frasi come queste che si eleva tutto lo scorrere del tempo. È profondamente ingiusto dover morire a sette anni. È profondamente ingiusto dover morire a novantacinque anni. “Tic tac… Tic tic… Tic ta…”
 
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