Chi ha paura
della salute mentale?

 

di Anna Fava (AFASP – Associazione familiari e amici dei sofferenti psichici)


La salute come dogma sociale è un paradigma opposto a quello della cultura della salute: perché vi sia salute, occorre partire dal riconoscimento della fragilità dell’essere umano come condizione comune a tutti, non come eccezione. Una società che tiene davanti a sé il pensiero della fragilità può immaginare e produrre azioni collettive e individuali affinché la salute delle persone sia tutelata, affinché ciascun individuo possa raggiungere il maggior grado di benessere fisico e mentale. Al contrario, il mito imperante nella nostra società è quello dell’individuo performante, efficiente, invincibile nel corpo e nello spirito; chi devia da questa immagine di perfezione meccanica scivola inevitabilmente ai margini. Quanto più grande è la devianza, tanto maggiore è il sentimento di paura e ripulsa che genera nei “sani”, che evitano il più possibile il contatto con un corpo imperfetto in cui è impossibile riconoscersi. Ma la paura e l’impossibilità di riconoscersi, e dunque di provare empatia, sono in realtà il prodotto di un silenzioso riconoscimento: in circostanze diverse, quel corpo fragile sarebbe potuto essere il nostro. Ogni persona ammalata o disabile ci spaventa perché infrange l’idea di perfezione a cui siamo tenacemente aggrappati e ci ricorda la nostra caducità. La visione della fragilità ci ricorda che tutti potremmo trovarci, prima o poi, in una condizione di sofferenza fisica o mentale. Ancora peggio, ci rammenta che tutti, prima o poi, ci troveremo a fare i conti con esse.
Se dal punto di vista materiale questo atteggiamento di rimozione si traduce, tra le altre cose, nella mancanza di attenzione verso la salubrità dell’ambiente, che continuiamo a inquinare e devastare come se fosse una cosa diversa dal nostro stesso corpo, dal punto di vista psicologico facciamo, se possibile, ancor meno attenzione alla salubrità dell’ambiente umano e sociale che ci produce come persone. L’individualismo, la competitività sfrenata, l’assenza di solidarietà, l’aggressività attiva e passiva che dominano nelle nostre interazioni sociali, il calcolare quasi esclusivamente in termini economici il valore degli esseri umani rendono la nostra società un terreno di coltura particolarmente tossico per chi possiede una personalità più fragile. Si genera così uno strano paradosso: è proprio una società che rifiuta la fragilità a produrla.

Secondo l’OMS circa 300milioni di persone in tutto il mondo soffrono di depressione, con un’incidenza maggiore nelle donne; il disturbo affettivo bipolare colpisce 60 milioni di persone e la schizofrenia 23 milioni di persone. Secondo dati del 2019, in Italia ci sono 851mila persone in cura per un problema di salute mentale, con un incremento di 40mila persone rispetto all’anno precedente. Se portassimo avanti il nostro parallelo con l’ambiente, dovrebbe tornarci il concetto di prevenzione primaria caro a Lorenzo Tomatis: secondo il direttore della IARC, oltre alle campagne di screening, la cosa più importante per vincere la guerra contro il cancro è rimuovere dall’ambiente le sostanze tossiche che inducono lo sviluppo di un tumore. Per quanto riguarda la salute mentale quali sono le politiche di prevenzione primaria nelle scuole, nei luoghi di lavoro, nei nostri quartieri? Quanto conosciamo la sofferenza mentale? Si pensi che psicosi come schizofrenia e disturbo bipolare colpiscono in media l’1% della popolazione: questo significa che in una città come Napoli, circa 10mila persone soffrono di un problema mentale grave, in alcuni casi finanche invalidante. Tutto questo come viene affrontato?
Secondo la Siep, la Società italiana di epidemiologia psichiatrica, la capacità del pubblico di assistere e curare chi soffre riesce a rispondere a poco più della metà del fabbisogno nazionale. Alcune Regioni, come la Campania, destinano alla salute mentale meno del 3% del bilancio sanitario, a fronte di una percentuale regionale del 3,5% ma, soprattutto, di una percentuale del 5% sottoscritta all’unanimità da tutti i presidenti delle Regioni nel 2001. Un impegno sottoscritto, ma non onorato.

Il meccanismo di rimozione della sofferenza mentale non porta solo a un mancato investimento economico, ma all’orientamento stesso delle politiche messe in campo dal pubblico: le politiche della Regione Campania che riguardano la salute mentale, ad esempio, non sono improntate al recupero della persona ma al suo contenimento, che può comportare anche la reclusione, per periodi di tempo più o meno lunghi, in moderni manicomi privati, puliti, democratici, ma in ogni caso separati dalla trama urbana e sociale. Un emblema è la moderna struttura di riabilitazione pubblica recentemente inaugurata ad Arzano dalla ASL Napoli 2, ubicata a circa un chilometro dal centro abitato, in una zona industriale, su una strada a scorrimento veloce. Quale visione sottende la creazione di una struttura di riabilitazione in un posto del genere? La follia, scriveva Franco Basaglia nelle Conferenze brasiliane, «è una condizione umana. In noi la follia esiste ed è presente come lo è la ragione». Ma, aggiunge subito dopo, «il problema è che la società, per dirsi civile, dovrebbe accettare tanto la ragione quanto la follia». Accettare la follia significa averne cura, aver cura della fragilità delle persone e sorreggerle affinché realizzino le proprie aspirazioni e riescano a godere di diritti che dovrebbero essere propri di ciascuno: il diritto a una vita dignitosa, cioè a una casa, a un reddito, a un lavoro se possibile. In alcune oasi questo esiste: chi soffre di un problema mentale invalidante è inserito in comunità terapeutiche e progetti per l’abitare indipendente, collocati nel proprio quartiere di provenienza e dotati del supporto costante degli operatori del Centro di salute mentale. Nel proprio quartiere, non su una strada a scorrimento veloce (su cui non andrebbe abbandonato neanche un cane).

Oggi, purtroppo, la cultura dell’accoglienza e della cura per la sofferenza mentale manca quasi dappertutto. In Campania l’assistenza per chi soffre di un problema mentale invalidante ricade quasi completamente sulle capacità economiche, fisiche e psicologiche delle famiglie; lo psichiatra prescrive il farmaco, ma la vita quotidiana di un sofferente dipende totalmente dalla sua famiglia. Se il manicomio ha prodotto l’istituzionalizzazione dei sofferenti, l’abbandono all’interno delle famiglie d’origine conduce alla loro infantilizzazione e, di conseguenza, a un’altra forma di cronicizzazione della sofferenza stessa. Quando il soffrente diventa incontenibile all’interno del manicomio domestico, scatta l’internamento in strutture ubicate lontano dagli occhi e dal cuore del tessuto urbano. In questa modalità di intervento non c’è una visione politica improntata alla dignità della persona umana e alla solidarietà sociale, ma unicamente al contenimento della devianza. Bisognerebbe educare la società al rispetto della fragilità umana, bisognerebbe immaginare un’organizzazione della salute mentale territoriale finalizzata a garantire a ogni persona il grado più alto di autonomia, libertà, dignità, a prescindere dal sesso, dalla razza, dalla classe sociale. Bisognerebbe, in altri termini, diffondere nella nostra società una cultura della salute mentale orientata a superare ogni forma di esclusione sociale, orientata a riconoscere nella fragilità dell’altro la nostra stessa fragilità, una fragilità da accogliere e di cui aver cura. La battaglia per l’attuazione della legge Basaglia è ancora lunga.

 
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