Brevi variazioni napoletane semi-serie sullo sguardo critico


 

di Carla Musella

“L’uocchie sicche so’ peggio d’e scuppettate”- Gli occhi secchi possono più delle schioppettate. Proverbio napoletano frutto di pura superstizione o profonda riflessione filosofica sullo sguardo critico? Anche Aristotele nella Retorica ammoniva: “Le cose non sembrano le stesse a chi ama e a chi odia, a chi è adirato e a chi si trova in uno stato di calma, bensì appaiono del tutto diverse o in gran parte diverse” (la citazione l’ho tratta da un brano del libro di Silvano Petrosino Piccola Metafisica della luce. Una teoria dello sguardo riportato dal quotidiano Domani del 18.10.2021). L’importanza delle passioni umane nello sguardo, vale a dire nella percezione della realtà, era, quindi, molto chiara già nell’antichità.

La differenza tra Aristotele ed il proverbio napoletano sta nel grado del potere riconosciuto allo sguardo. Il filosofo greco esamina in generale l’influenza di tutte le passioni umane nella percezione della realtà da parte del soggetto; percezione che secondo il suo pensiero, non è mai oggettiva ma è fortemente influenzata dal soggetto stesso che percepisce la realtà attraverso lo sguardo.

Il proverbio napoletano si fonda sempre sulla importanza delle passioni nello sguardo. Il detto partenopeo, però, va ben oltre la tesi del filosofo greco sulla influenza delle passioni nella percezione della realtà, affermando che lo sguardo malevolo determina la realtà, non si limita a percepirla ma produce eventi nefasti per il destinatario dello sguardo malevolo. Inoltre il detto napoletano concentra l’attenzione sulla potenza dello sguardo “secco”, quello in cui domina la passione negativa dell’odio o invidia.

La potenza dello sguardo, dell’occhio secco nel produrre eventi nefasti riguarda solo lo sguardo carico di invidia, mentre le passioni positive restano in disparte perché solo lo sguardo malevolo, solo "l’uocchie sicche" possono influenzare la realtà stessa, secondo il proverbio. Gli occhi pieni di amore non possono nuocere.

A prescindere dalla credenza popolare napoletana sul malocchio collegato all’invidia, è certo che lo sguardo critico può essere malevolo e che, in questo caso, si traduce in uno sterile esercizio mentale che non serve a rimediare agli aspetti “critici” della società, non serve a costruire ma solo a demolire. Lo sguardo permanentemente critico e malevolo non produrrà eventi nefasti, come credono i napoletani, ma certo non contribuisce al benessere individuale e collettivo.

Allargando il discorso ad altre passioni umane negative diverse dall’invidia, la superbia pure influenza notevolmente e non certo in modo positivo lo sguardo critico. Anche qui possiamo richiamare un vecchio proverbio napoletano che deride colui che si mette “ncoppo ‘o cerasiello” e, credendo di stare su un albero di ciliegie e non su un piccolo arbusto di peperoncini, sputa sentenze, puntando l’indice critico verso gli altri. Se quindi il potere del malocchio è una superstizione, comunque lo sguardo critico può essere insopportabile anche se dettato da superbia o supponenza. Sul tema del cerasiello e degli sputa sentenze chi, come me è un giudice a riposo, sa che il rischio di stare sopra ad un “cerasiello” per i giudici è molto alto. Ma il rimedio c’è. Passando dai maestri filosofi ai maestri di vita quotidiana, ricordo l’insegnamento di un mio maestro, collega e amico carissimo, scomparso più di venti anni fa, Cesare Diani, persona straordinaria, che aveva pienamente interiorizzato il motto “Homo sum, humani nihil a me alienum puto”. L’esercizio costante di autocritica che praticava giovava molto all’ufficio e alla comunità di persone che quotidianamente lavoravano intorno a lui sia come giudici che come cancellieri o avvocati. Era uomo di intelligenza e capacità critiche rare sia riguardo al diritto che alle cose della vita, ma questo sguardo sempre attento alle cose e alle persone, non era mai malevolo nei confronti delle persone. Pur essendo un maestro di diritto non era mai superbo con noi, giudici giovani ed un po’ saccenti, e magari anche inesperti e ci consigliava di non giudicare puntando l’indice verso gli altri senza averlo fatto prima verso se stessi. Questi insegnamenti risalgono a molti anni fa, più di venti. Nel frattempo il mondo, non solo quello della giustizia, è cambiato moltissimo dominato come è dalla competizione, dall’aspirazione al successo, dall’idolatria dell’ego che alimentano enormemente anche l’invidia e la superbia nelle persone. Lo sguardo critico verso se stessi sembra messo in un cantuccio, come esercizio di umiltà sconsigliato e comunque obsoleto. Sarà pure in conflitto con l’immagine di successo che ciascuno deve costruire per competere con gli altri, partendo dall’auto esaltazione delle proprie qualità, ma un quotidiano esercizio di autocritica è, invece, un buon punto di partenza per la conoscenza di sé, per governare le stesse passioni che ci affliggono in quanto esseri umani più o meno imperfetti. L’autocritica consapevole ed equilibrata poi evita una eccessiva circolazione di invidia e di superbia. Il risultato è meno “uocchie sicche” per chi ci crede, comunque più benessere sociale per i più razionali, e anche meno persone cariche di superbia che si mettono “ncoppo ‘o cerasiello”
 
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