Breve esperimento
di solitudine

 

di Davide Portolano

Ogni volta che ascolto la parola “solitudine” mi torna in mente, a mo’ di ritornello, un’iscrizione letta, ormai più di 30 anni fa, su una malridotta stele di marmo affissa sul cancelletto di ingresso del piccolo conventino francescano di Santa Maria degli Angeli a Piedimonte Matese, remota dimora dei frati dell’attiguo e più grande convento di Santa Maria Occorrevole che sceglievano di ritirarsi in eremitaggio in quella che, ancora oggi, è chiamata “La Solitudine”. Sulla stele c’è scritto: “O beata solitudo! O sola beatitudo! Qui parla il Verbo al cor: entri chi tace, perché il solo silenzio è qui loquace”.

Forse è grazie a questo verso impresso nella mia mente che ho da sempre associato la solitudine ad un’esperienza benefica di vera conoscenza di sé stessi, oltre che di contatto con il Divino e di profonda pace interiore. E ho sempre ricercato nella vita giusti spazi di solitudine, di fuga dal rumore, dalle persone e dalle cose. Ma riconosco che è forse anche grazie a questo rumore che da sempre accompagna la mia esistenza che non ho mai sperimentato quella solitudine “forzata” che spaventa tutti, quella che nei discorsi viene sempre connotata come un mostro che, inesorabilmente, sta lì che aspetta il momento giusto per divorarci.

Eppure, c’è qualcosa in questa visione mostruosa e depressiva condivisa dai più che non mi ha mai convinto. Non so se è più la consapevole speranza che non resterò mai solo o se la convinzione che, se pure solo dovessi rimanere, non avrei nulla da temere dalla sola compagnia di me stesso. E poi c’è un fatto tangibile, reale, di cui ho ripetutamente fatto esperienza: solo nel silenzio e nella solitudine è possibile sentire il Verbo che parla al cuore. E come dice Giovanni nello straordinario prologo, questo Verbo è generatore di nuove cose e di quella luce che è Vita.

Senza questa luce guaritrice siamo inesorabilmente destinati alla morte interiore, al decesso spirituale, mai rigenerati e sempre protesi a ricercare nuove cose per riempire l’abisso senza Vita. E allora sì che la solitudine fa paura perché, quando arriva inaspettata (e prima o poi arriva per tutti), come un lampo ci rivela quello che siamo e quello (o meglio quelli) che veramente abbiamo.

Può sembrare una visione un po' retorica e, forse, poco credibile soprattutto per chi da questa solitudine tende a fuggire. E se si prova a trasmetterla, il più delle volte si è immediatamente respinti (e chissà perché, il primo esempio che viene solitamente riportato per sconfessare questa visione benefica della solitudine, è quella degli anziani soli, ma a mio modo di vedere si tratta in questo caso di abbandono e non di solitudine).

Per non parlare poi dell’idea, apparentemente paradossale ma di cui pure sono convinto, che solo nella solitudine è possibile trovare il contatto e la vera relazione con gli altri. Prova ne è il fatto che il silenzio mette in imbarazzo perché smaschera e rende il contatto più intimo.

Tante volte vorrei essere più persuasivo, tanto da convincere gli amici più cari, quelli che vedo sempre in affanno, di lasciarsi andare a qualche breve esperimento di solitudine, seppure all’inizio è complicato, ma è l’unico modo per scoprire veramente se stessi e per volersi bene e per stringere un legame vero.

È alla portata di tutti, ha un effetto benefico garantito, è una soluzione dietro l’angolo.
 
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