Breve catalogo

delle bellezze mondane

 

di Luigi Sebastiani

La bellezza, realizzo, è molto spesso una questione di postura. Alla prima interrogazione un po' ingessata: Luigi, cos'è per te la bellezza?, il mio pensiero stranito si è subito rivolto a quelle punte apicali che definiscono la scala, stabilendo vertici, piedi e gradi mediani – come le Passioni di Bach o gli ultimi, terminali Quartetti di Beethoven; le pelli vivide e consunte dei santi di Ribera o certi marmi palipitanti di Bernini che hanno il dono del movimento nella stasi, come se un Dio di carne e di sangue avesse insufflato loro la vita; le ottave di Tasso o certi distici luminosissimi di Sandro Penna, limpidi come il cristallo e al contempo semplici come acqua di fonte. Quella bellezza insomma che irretisce, sì, ma senza lasciarsi toccare o comprendere. Quella bellezza che io, un po' scimunito ma greggio, subisco quasi passivamente in uno stato di shock o, se vogliamo, di casta preghiera. E dalla quale mi riscuoto ogni volta senza una chiara coscienza delle sue ragioni che non siano quelle squisitamente formali, e anzi con un senso accresciuto del suo stesso mistero.

Ma vi è un'altra bellezza, che chi è solito abbeverarsi alla prima guarda con sospetto se non addirittura con autentica riprovazione. Si tratta forse di un sottobosco della bellezza, o di una bellezza seconda che invece di levarsi al di là del mondo tresca e commercia con lui, ci fa a cazzotti o ci va pazziando a braccetto in mezzo alle sue strade.

Se l'anno appena trascorso mi ha lasciato qualcosa oltre al dolore, questo è senz'altro la rettifica di un'auto-immagine adolescenziale che ancora – pur con infiniti stratagemmi e inganni – continuavo a trascinarmi appresso e a volermi vedere addosso, come una maschera troppo larga o troppo stretta per aderire al mio volto. Non sono il monaco o, meglio ancora, lo stilita (!) dei miei quattordici anni, ma un farfallone amoroso invaghito della sua stessa frivolezza – molto più lontano da San Juan de la Cruz di quanto non vorrei, e più prossimo invece di quanto vorrei a quella sventurata senza (più) testa di Marie Antoinette. Se dovessi abitare una pittura, non avrei certo cittadinanza nelle tele di Ribera ma al massimo potrei aggirarmi tra i ritratti svagati del conterraneo Boldini. Esiste una bellezza che per caratura spirituale o per i conclamati limiti del mio pensiero mi è più prossima, più accessibile. Una bellezza alla mia portata. E mai come quest'anno, nella non percorribile distanza che ci separava, ne ho fatto esperienza: conservandone, anzi coltivandone, la spina della nostalgia.

Come il gigantesco fiore di Sumatra destinato ad appassire sbocciando, vive dell'attimo che la porta. Non sono forse belle le mattine al Luxembourg? O le sere in laguna, quando Venezia si affanna distratta e l'ultimo sole del giorno incendia San Marco morendoci sopra? Non è bella la ragazza straniera che allatta il suo bambino di pochi mesi davanti ai Frari perpetuando la tradizione quattrocentesca delle madonne venete che da Giovanni Bellini discende fino a noi? E la suora ottantenne in cui decenni di rigore non hanno zittito il richiamo sottile della vanità non è forse bella? Non sono belle le camere d'albergo e le gaudenti promesse che dischiudono al viaggiatore solitario? E le passeggiate su Calle Gran Vía o lungo l'Unter den Linden, a intercettare i sorrisi complici di sconosciuti ragazzi stranieri? Entrare una mattina di ottobre al Père-Lachaise con in mano soltanto un mazzo di rose (una in ringraziamento per ognuno dei tuoi padri-fratelli) non è forse bello? E una volta uscito di là andarli a cercare tutti tra i tavolini del Café de la Paix, proprio lì dove sedevano al tempo della loro vita mortale.

E le sere a teatro in cui il tuo amato è di scena e ti lamenti con lui e con gli amici di dovere assistere per la noia degli incontri e delle strette di mano, quando invece a sipario calato ti posizioni in mezzo al foyer vestito come un semaforo a dispensare saluti e sorrisi, spartendo su una tua griglia mentale gli apprezzamenti sinceri da quelli in sospetto di cortesia, quelle sere che finiscono tutte in bettole di terza classe (le uniche aperte a quell'ora) a bere vino scadente e a mangiare pietanze che ad altre ore del giorno e con lo stomaco pieno mai penseresti di potere anche solo avvicinare al tuo naso non sono forse belle? Non sono belli i librai sulla Senna, i sarti in via Chiaia, i vetrai a Murano? Lo stravagante popolo delle vernici, una prima di stagione alla Scala, il Florian e il Gambrinus, l'eleganza delle facciate torinesi inizio novecento sotto il limpido sole d'autunno, i rarefatti paesaggi dell'Haute-Normandie, il timbro delle campane di Roma, l'accento isterilito e reduce delle nostre parlate. Non sono forse belli?
Di fronte a me, mentre scrivo, sta ora una vecchia fotografia di Luisa Tetrazzini: la diva più eccentrica del secolo scorso. Grande dissipatrice di patrimoni e di talenti, visse per tutta la vita in sella a un demone folle. Nel 1926 a carriera conclusa prese marito per la terza volta, sposandosi tra i mormorii della nuova Italia fascista con un ragazzo di trent'anni più giovane. Un filmato dell'epoca ce la mostra nel giorno del suo matrimonio. La vediamo uscire da Palazzo Vecchio, a Firenze, accerchiata da giornalisti e invitati: goffa e appesantita dall'età, avvolta in una veste che non ne agevola la figura si muove spavalda e incurante del ridicolo al fianco dello sposino novello, di cui sembra piuttosto l'anziana madre, riservandogli in favore di cinepresa sguardi da consumata maliarda. Fu un matrimonio breve e infelice, che si concluse con la fuga dell'eromenos (oggi si direbbe toy-boy) e la perdita delle ultime fortune rimaste. Per quanto la storia di quest'unione e le sue immagini possano oggi far sorridere i più, io fatico a immaginare qualcosa di più autenticamente bello. In quell'insolita figura, il tragico e il farsesco in abiti di gala sfidano a duello il tempo e il disinganno. La bellezza, per una volta smascherata, irride la bellezza. E il cerchio è chiuso. Perché se tutto in questo mondo è votato dal principio al proprio fallimento, pochissimi conoscono in pace come in guerra la grazia dello stile.
 
Aprile 5, 2021

La bellezza di Fiamma Pintacuda

Marzo 31, 2021

Bellezza

Marzo 31, 2021

La bellezza nell’ortodossia e nella cultura della Russia

Marzo 31, 2021

La bellezza di tutti

Marzo 31, 2021

Cielo profondo

Marzo 31, 2021

La bellezza nell’amicizia di Paolo Isotta

Marzo 31, 2021

La bellezza è il postulato

Marzo 31, 2021

La Bellezza e il tempo

Marzo 31, 2021

Pulire lo specchio

Marzo 31, 2021

Nuove visioni di Bellezza

Marzo 31, 2021

L’insostenibile bellezza delle donne

Marzo 31, 2021

Breve catalogo delle bellezze mondane

Marzo 31, 2021

L’esperienza del bello

Marzo 31, 2021

Il senso imperfetto e meraviglioso della bellezza

Marzo 31, 2021

Il busto che resta

Febbraio 28, 2021

L’idea e l’immagine del giudice-Febbraio 2021

Febbraio 28, 2021

La bilancia divina e umana

Febbraio 28, 2021

Il giudice e la carriera. Un ossimoro.

Febbraio 28, 2021

La mia idea di magistrato. Lettera da un cittadino.

Febbraio 28, 2021

Il pezzo di carta e il ruolo del giudice

Febbraio 27, 2021

L’assenza di pregiudizi

Febbraio 27, 2021

La giurisdizione diffusa dei giudici “senza qualità”

Febbraio 27, 2021

Essere magistrati

Febbraio 27, 2021

Il tempo e la comunità

Febbraio 27, 2021

Il senso innato della giustizia

Febbraio 27, 2021

Il pulcino e il magistrato

Febbraio 27, 2021

Volevo fare l’archeologo (forse)

Febbraio 27, 2021

Le regole, la persona, la Nuda Veritas

Febbraio 27, 2021

Solo la credibilità genera fiducia

Gennaio 31, 2021

Cominciate col fare…

Gennaio 31, 2021

La nostalgia è presenza!

Gennaio 31, 2021

Mezzanotte a metà

Gennaio 31, 2021

BIS!

Dicembre 30, 2020

La solitudine di Palazzo Penne

Dicembre 30, 2020

Riflessioni di un “solitante”

Dicembre 30, 2020

Feti adulti nella logica “del mondo” e nell’universo sublime