BIS!

 

di Alberto Maria Garofalo

Quando un artista si presenta alla comunità (ἐκκλεσία) del suo pubblico inizia una liturgia in un gioco di crescenti rimandi (le luci che si spengono in sala, l’arrivo sul palcoscenico, a volte una breve presentazione, gli archi che si accordano, piccoli colpi di tosse tra un movimento e l’altro della sonata, gli applausi, che non possono mai partire prima della conclusione della sonata). Ogni artista ha il suo modo di sedurre. Si va dai vestiti sgargianti di Yuja Wang, alle giacche coloratissime di Federico Colli, agli impeccabili frac di Maurizio Pollini e Andras Schiff. Persino l’apparente gelo con cui si esibiva Arturo Benedetti Michelangeli era una forma di seduzione, il suo modo di offrire la via alla perfezione sulla terra.

Ci sono quelli a cui piace raccontare la storia della musica che eseguono (come Roberto Prosseda e Mario Brunello), e quelli che tacciono su tutto, compreso il titolo del bis (e noi del pubblico all’uscita tutti a dirci “bello il secondo bis! Ma che era?”). L’errore o l’imprevisto offrono all’artista l’estro di dimostrare la sua bravura.

Una volta, Rahmin Bahrami, che per motivi misteriosi quella sera insisteva a voler girare da solo le pagine dello spartito, ne girò due insieme, costringendosi ad un’acrobazia vertiginosa per riprendere il filo. Anche a teatro l’imprevisto è il pretesto per un esercizio di bravura. Mia figlia, a quattro anni, rispose “sì!” ad una domanda che l’attrice poneva durante un monologo, ottenendo pure una risposta. Fu un momento di teatro straordinario. Il pubblico si sciolse in risolini ed applausi sia per l’attrice che per la bambina.

Sono soprattutto i mostri sacri ad amare l’imprevisto: Dario Fo che arresta il monologo per dire ad una spettatrice in ritardo “eravamo tutti in pensiero per te”; Carmelo Bene che risponde ad una signora che gli chiedeva di abbassare la voce che forse era il suo orecchio a non essere all’altezza; Vittorio Gassman che finge di aver dimenticato il verso di un epigramma per concludere il bis.

A volte l’imprevisto è una finzione che fa parte del gioco delle parti della seduzione tra l’artista e il pubblico, come un amante che finge di volersi negare per farsi inseguire. L’imprevisto fa parte della rappresentazione e la rende più preziosa perché unica. Ma le rappresentazioni sono tutte sempre uniche! Spesso, prima di andare ad un concerto, amo ascoltarlo nel pomeriggio per cogliere le piccole differenze che ci saranno nella esecuzione in diretta (le mie figlie ovviamente scherzano su questa mia mania, chiedendomi perché mai andassi ad ascoltare di nuovo la stessa cosa, ma ovviamente non è mai la stessa cosa).

Ci sono poi quartetti e trii collaudati, il cui sodalizio dura da decenni, quelli a carattere familiare (come quello di Misha Maisky) e quelli che si rompono per gelosie e storie d’amore interrotte (né più né meno di quanto succede nei gruppi rock). Così, percorrendo emozioni, suoni, rumori di fondo, odore della polvere del palcoscenico, il gioco quasi erotico tra artista e pubblico porta alla fine dello spettacolo e, quindi, alla richiesta del bis. Il pubblico applaude sempre più forte, a volte in maniera ritmata. L’artista si presenta una prima volta sul palco, soltanto per ringraziare, poi un’altra volta, poi finalmente concede il bis (anche due o tre volte se quella sera si sente particolarmente generoso).

È paradigmatico di un secolo come il novecento che il teatro abbia tentato in più modi persino di infrangere il confine tra palco e sala, mescolando pubblico e attori. Memorabile, da questo punto di vista, è l’Orlando Furioso di Luca Ronconi, presentato al festival di Spoleto nel 1969 nella chiesa di San Nicolò, in cui addirittura si rappresentavano simultaneamente quattro scene ed il pubblico poteva scegliere quale seguire.

In questi giorni difficili la tecnologia ci ha insegnato che possiamo fare da casa tante cose che credevamo di poter fare soltanto spostandoci: riunioni di lavoro, assemblee, lezioni di scuola, ginnastica, persino alcune udienze (non tutte). Il teatro no! Nel caso del teatro e della musica siamo di fronte a qualcosa di profondamente diverso. Non è possibile farlo sopravvivere rinchiudendo l’intrattenimento più antico del mondo in una scatola via streaming. Non soltanto fa parte della nostra evoluzione antropologica, perché è da migliaia di anni che si ripete così, non soltanto fa parte della nostra evoluzione personale (chi da bambino non ha mai giocato “al teatro” con i genitori?), ma perché è anche una metafora del nostro stesso modo di essere, come ci ha insegnato Kantor, che col suo teatro della memoria trascinava tutti noi nelle nostre memorie di bambini. Tutti noi, infatti, quando ci rivolgiamo quotidianamente alla comunità delle persone che ci circonda, proiettiamo su di loro il nostro mondo interiore. Quando andiamo a teatro troviamo anche questo. Troviamo noi stessi. Del resto, sono abbastanza convinto che un teatro sanificato, adottando le dovute precauzioni, con posti alternati (riducendo ad un terzo la sua capienza, saltando due poltrone tra uno spettatore ed un altro), sia un posto ben più sicuro di un centro commerciale. Il nutrimento dell’anima è forse meno importante di quello del corpo?
 
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