Bianca


 

di Gianluca Pirozzi

Il suo nome, Bianca, è un ossimoro. Bianca non sa cosa vuol dire questa parola ma certamente ne condividerebbe il significato e l’attribuzione alla propria identità e, forse, questo nome le appare del tutto naturale in quanto sa che nella sua lingua con esso si fa riferimento alla purezza dello spirito e alla forza d’animo. Lei che ha ventisette anni, che è bella e armoniosa come una statua d’ossidiana, lei che serba intatte nel corpo e sul volto le sembianze di adolescente, che parla adesso una lingua diversa da quella insegnatele dai suoi nonni, lei che ha imparato a muoversi e orientarsi a Roma con la stessa agilità di una di quelle gazzelle che da bambina avvistava al mattino presto oltre le siepi, lei che è tutto questo, è anche nera.

Bianca è una nera vera: una Samburu, una delle tribù dell’Africa nera e, proprio come uno dei tanti neri, Bianca ha lasciato la sua terra per l’Italia, per quella Roma dove un tempo c’erano solo i bianchi e dove adesso i neri, sebbene siano ormai sempre più numerosi, restano neri. Neri, anche se si chiamano Bianca. In che modo Bianca sia riuscita a raggiungere l’Italia e quali segni nasconda ancora sotto la sua pelle è una storia lunga. Una storia che lei, ogni volta che gliela domandano, modifica nell’incipit o in altri elementi della narrazione, quasi fosse un’avventura di Salgari adattata a ogni nuovo interlocutore.

Ma il succo della trama resta sempre lo stesso: il villaggio di pastori, un tempo nomadi, insediatosi all’epoca della sua nascita a due ore di cammino da Nairobi, proprio lungo gli antichi sentieri che portano al parco Samburu; la scuola nella missione cattolica che ha frequentato fino ai tredici anni, cioè fino a quando le suore e le volontarie italiane hanno resistito in quel luogo inospitale; le prime preghiere imparate in lingua italiana, divenutale col tempo sempre più familiare; il primo lavoro, a quindici anni, pagato bene – un dollaro a settimana – per fare la cameriera all’Hotel Norfolk di Nairobi, grazie al quale Bianca ha scoperto che si può dormire tra lenzuola immacolate, le stesse che ora lei spiega e sistema con la sapienza e la grazia di una governante anglosassone.

Bianca racconta pure dei tre anni di convivenza a Nairobi con quella che credeva sua sorella maggiore, che per prima aveva trovato lavoro al Norfolk Hotel, e che più tardi le ha confessato di esser invece sua madre, una madre-sorella. E, ancora, il percorso che Bianca, malgrado quel segreto svelato, ha continuato a fare una volta al mese, dalla città al villaggio e di nuovo fino a Nairobi, per vedere i suoi nonni e i suoi due fratelli più piccoli. Un percorso fatto in solitudine, per molte ore di cammino o, nei giorni più fortunati, a bordo di una delle jeep delle guide che accompagnavano i turisti a vedere gli elefanti di Marsabit. E poi della prima volta in cui ha visto il lago Turkana, così grande e spaventoso da sembrare il mare anche se, allora, mare era una parola a lei quasi sconosciuta. Ma il pezzo forte dei racconti di Bianca è la preparazione al grande viaggio, quello fino all’Italia, che pareva impossibile da farsi così in fretta rispetto all’attesa che lei aveva immaginato necessaria a metter da parte quei duemila dollari da pagare all’Inglese che avrebbe trasportato lei e la sua madre-sorella, prima in Etiopia e dopo da lì fino alla costa dove avrebbero iniziato la traversata in mare. Poi l’improvviso e magico ritrovamento del beauty-case dimenticato da una turista in un bagno dell’albergo che, sotto i cosmetici, aveva rivelato un tesoro di quattro banconote da cinquecento euro.

E ancora gli ultimi mesi prima del viaggio, trascorsi ad osservare con attenzione i turisti nella piscina dell’albergo e, segretamente, a provare e riprovare i movimenti del nuoto distesa sul pavimento di una delle tante camere da rassettare, immaginando di risparmiare il fiato, muovendo gambe e braccia nei modi appena osservati, tenendo sollevata la testa in mezzo a delle onde viste solo con la mente. E poi tentando di persuadere inutilmente la madre-sorella a fare lo stesso. Le volte eccezionali in cui, a notte fonda in modo da evitare il guardiano e badando che tutti i turisti avessero lasciato finalmente i tavoli del patio, Bianca si era immersa nell’acqua della piscina. Lì, dal lato dove di giorno aveva visto bagnarsi i bambini e dove anche lei avrebbe toccato senz’altro il fondo con i piedi, Bianca aveva provato a muovere le mani e le gambe per restare a galla.

Anche a distanza di tanti anni da quando è arrivata a Roma – ora che può considerarsi fortunata perché vive da tantissimo tempo sempre presso la stessa famiglia (persone ricche che la trattano bene), adesso che addirittura dispone di tempo libero per sbrigare qualche faccenda per la signora Giovanna (la donna anziana che vive nello stesso stabile), o che ha del tempo per concedersi delle uscite in compagnia di Stella, la ragazza a cui ha fatto da tata e a cui vuole bene come se si trattasse di una figlia – Bianca ammette di non saper dire che cosa le abbia dato il coraggio di fare, tanti anni prima, quel viaggio così spaventoso nonostante tutto quello che già all’epoca le avevano raccontato sul mare in tempesta e per le tragedie di cui adesso legge sui giornali italiani o vede in televisione.

Della notte terribile su quella barca, Bianca dice di non ricordare più nulla a parte tutte le grida in quel buio assoluto e spaventoso. Forse, lei aveva sbattuto la testa e solo dopo essersi ripresa, ricorda d’aver realizzato che la sua madre-sorella non le era più accanto e delle quaranta persone che erano salite con lei a bordo ed erano state fatte sistemare giù nella stiva, Bianca ne aveva contato solo dodici. Una volta a terra, poi, mentre i medici le domandavano il nome e le misuravano la pressione, uno degli uomini che le erano seduti accanto sulla barca s’era avvicinato e le aveva detto che, quando gli scafisti erano scesi nella stiva perché s’era riempita d’acqua, aveva trovato Bianca svenuta, forse aveva sbattuto la testa, ed allora l’uomo l’aveva tenuta stretta a sé dicendo che era sua figlia, ma quell’uomo della madre-sorella di Bianca non sapeva nulla. Probabilmente lei era risalita in superficie prima che la barca si capovolgesse e la maggior parte delle persone finisse in mare.

Quando racconta la sua storia, come ha fatto più volte con Stella, Bianca dice di esser sicura che la sua madre-sorella non ce l’ha fatta non per colpa del mare, ma proprio per colpa sua, perché non ha mai voluto imparare a nuotare. Ogni volta che ripete il suo racconto - lo ha fatto anche stamani, con la signora Giovanna – Bianca conclude sempre con la medesima frase: «Se sei nero, anzi» aggiunge dopo una breve pausa, sempre identica, «proprio perché sei nero, devi saper nuotare». «È vero… quanto è vero!» ha ripetuto due volte Giovanna: «Proprio perché sei nero, devi saper nuotare». Ma Bianca adesso pare non farvi caso.
 
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