Banalmente crudeli


 

di Elvira Fratto

CI ho pensato un attimo, quando mi è stato chiesto di scrivere dello sguardo critico. Ci ho pensato perché, prima di parlare di qualcosa che oggi manca quasi totalmente, era giusto che facessi anch’io un breve esame di coscienza per potermi avvicinare alla tastiera del computer e scriverne.

Lo sguardo critico è l’accessorio che pensiamo di aver indossato ogni volta che usciamo di casa ma che, spesso, dimentichiamo nello svuotatasche all’ingresso: è molto più facile portarsi dietro arroganza e presunzione, perché con quelli ci siamo nati. Chiamiamoli pure variante tiepida dell’istinto, chiamiamoli strumenti di sopravvivenza, chiamiamoli come vogliamo, sta di fatto che è soltanto crescendo che addomestichiamo la prepotenza tipica dell’infante che vuole il giocattolo tutto per sé, senza discussioni, che non lo divide generosamente col compagno.

Ecco, paradossalmente è da adulti che impariamo a scambiarci i giocattoli. Come? Sviluppando quel pensiero critico che ci fa affinare l’udito al suono delle diverse “campane”, che ci fa fare spazio per centouno fonti da consultare prima di pronunciarci su una questione sottesa alla discussione e che, poi, ci fa condividere quelle “fonti-giocattolo” con tutti gli altri. Lo sguardo critico è qualcosa a cui dobbiamo far posto nella nostra vita – se scegliamo di farlo – e di cui siamo chiamati a ricordarci quando usciamo di casa. A pensare criticamente si impara tutti i giorni, quindi includerlo nella normalità delle cose è, tutto sommato, una nostra responsabilità.

Perciò ho pensato che forse la cosa migliore sarebbe stata fare un percorso a ritroso su questo argomento, e che sarebbe stato meglio arrivare a descrivere lo sguardo critico scrivendo di cosa accade in sua assenza, parlando di chi si diventa senza esercitarlo. Quando ci si appresta a leggere “La banalità del male” di Hannah Arendt ci si aspetta, in genere, di trovarsi di fronte a una cronaca spietata del periodo nazista. Ci si aspetta di leggere delle atrocità a cui i documentari storici ci hanno ormai anestetizzati, ma non v’è nulla di tutto questo: la Arendt analizza chirurgicamente il processo a Adolf Eichmann, celebratosi in Israele circa quindici anni dopo quello di Norimberga. Quello che la Arendt voleva capire era come potesse una persona, un uomo, aver preso parte a uno scempio umano come quello dell'Olocausto. Chi ha letto il saggio sa che il profilo psicologico di Eichmann era così pallido e sbiadito da risultare quasi patetico. A tratti, nella lettura, ci s’innervosisce: ma come? Sarebbe questo uno dei disumani aguzzini nazisti che ha contribuito allo sterminio di sei milioni di persone? Come si uccidono sei milioni di persone con quell’atteggiamento così anonimo? Chi è abituato all’archetipo del “cattivo con carisma” si trova spiazzato di fronte alla tepidità di Eichmann.

Ecco cosa intendevo quando dicevo che il modo più efficace per parlare del pensiero critico sarebbe stato scrivere di cosa accade e di chi si diventa, quando se ne è privi: dei meri esecutori, come Eichmann. Nient’altro che degli automi degni dei “Tempi Moderni” di Charlie Chaplin, un macchinario viscoso di anonimato che "inghiotte" l’uomo in un altro senso, quello introspettivo. Non c'era, in Eichmann, neppure l’ombra di un pensiero autonomo, tanto che rifiutò sdegnosamente l’etichetta di “colpevole”, poiché non aveva mai materialmente ucciso alcuno; e da quando – diremmo noi – colpire materialmente a morte qualcuno è il solo modo che si ha per ucciderlo? Così come durante quello stesso nazismo abbiamo scoperto in quanti modi potesse essere salvata una persona, allo stesso modo sappiamo che ce n’erano altrettanti per ucciderne una o più d'una.

L’assenza di sguardo critico è stato uno di quei modi: Eichmann sarà per sempre un colpevole passivo come gli ignavi Danteschi, coloro che "mai non fur vivi" e che rincorrono per l'eternità un vessillo candido, simbolo della posizione mai presa, dell’irritante normalità con la quale avevano vissuto le loro vite. Normalità: non è che sia sempre un concetto così negativo. Semplicemente, non possiamo permettercelo a lungo termine. Lo sguardo critico, l’opinione personale sopraggiunta dopo mille e più confronti, ci strappa all’ignavia, al diventare degli Eichmann qualunque. E chissà se, senza il supporto di un pensiero critico solido, sia peggio diventare banalmente crudeli o crudelmente banali.
 
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