Apeiron - mare e libertà


 

di Ferruccio Mazzanti

La scuola di Mileto è celebre per essere stata la culla della filosofia. Tra i pochi pensatori che ci sono stati tramandati c'è Anassimandro, considerato il primo autore di testi scritti a tema filosofico. Tali testi sono così antichi – stiamo parlando di un periodo a cavallo tra il 600 e il 500 a.C., ovvero circa 2600 anni fa – che gli storici e i filologi si sono interrogati per molti anni sul significato delle parole che Anassimandro usava, senza mai ottenere nessuna sicurezza definitiva, anche se si è imposta l'idea che il concetto principe delle sue teorie, l'apeiron, significasse letteralmente infinito, derivando da ἄπειρος o ἀπείρων, composto da ἀ- privativa e da πεῖραρ, limite o fine. Dunque, ovviamente, l'origine di ogni cosa va ricercata nel senza fine.

Partendo dal presupposto che questa è indubbiamente l'interpretazione più vicina all'intento filosofico di Anassimandro, nel novecento sono state avanzate altre teorie alternative, una delle quali è sicuramente sbagliata, ma a cui io sono attaccato affettivamente per la relazione strana che determina tra mare e libertà, ovvero l'idea proposta da Giovanni Semerano per cui apeiron deriverebbe da eperu, che vuol dire polvere, terra.

Mileto era una ricca città greca posizionata vicino alla costa (oggi) turca sul Mar Egeo. Era quindi una città caratterizzata da imprese mercantili e dunque da navigatori esperti. La navigazione che veniva compiuta era principalmente a vista, trattandosi di un mare, l'Egeo, caratterizzato da un'alta densità di terre e isole in uno spazio relativamente piccolo (e d'altro canto ovviamente non avevano ancora sviluppato tecniche di navigazione basate sulla matematica, ça va sans dire), ma col crescere degli scambi commerciali era altrettanto importante realizzare delle carte nautiche che permettessero ai marinai di muoversi con più sicurezza su distanze sempre più importanti. I mercanti verosimilmente iniziarono a disegnarle, costeggiando pazientemente la terra.

Quando si è in mare e si osserva da una certa distanza la lingua di terra che si vuole studiare per renderla nota, si scoprirà con una certa facilità che quella terra di fronte a noi è ben chiara, ma se spostiamo il nostro sguardo ai suoi lati, essa tenderà a sfumarsi e piano piano a scomparire nella lontananza a causa dei limiti percettivi dei nostri occhi e di alcune leggi fisiche al tempo ampiamente sconosciute. Tuttavia, proseguendo la navigazione parallela alla costa, la parte precedentemente sfumata tenderà a diventare nitida, mentre l'invisibile che stava oltre il limite delle nostre possibilità si farà sfumato. Questo processo, se stiamo navigando a vista della terra ferma (e non di qualche piccola isola), può determinare in noi uomini del 2600 a.C. la convinzione che quella terra sia illimitata. Dunque l'apeiron come l'illimitata terra da cui proveniamo e a cui dovremmo tornare.

La filosofia di Anassimandro è caratterizzata da un movimento di separazione tra l'apeiron e i singoli enti – qualsiasi cosa che abbia una determinazione individuale – tra i quali ci siamo noi. Tale separazione fa sì che in quanto individui sia possibile vivere questa esistenza che viviamo, ma dato che abbiamo spezzato l'unità della nostra origine, dobbiamo pagarne le conseguenze con la morte, che ci permetterà di riunirci a quell'uno da cui proveniamo. La concezione dell'esistenza di Anassimandro è legata a leggi da cui non possiamo scappare, quasi come se esistesse una giurisprudenza celata nel cosmo, ma dal momento in cui noi iniziamo ad esistere, nel periodo in cui esistiamo, abbiamo momentaneamente sospeso questa giurisprudenza ontologica e siamo divenuti liberi di essere in quanto individui. Se apeiron volesse dire terra, allora il fio da pagare consisterebbe nel ritornare alla terra, ma il mare, il viaggiare per mare, rappresenterebbe quel momento in cui possiamo finalmente esistere. Poi scompariremo riunendoci alla nostra origine, ma per quel breve momento che ci è concesso potremo essere noi stessi, che navighiamo felici e liberi in mare. Peccato che tutto questo sia solo una suggestione basata su un etimo sbagliato.
 
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