Acque di balneazione: alla ricerca dei parametri perduti


 

A cura di Alessandra Caputi


Quante volte, in vacanza al mare, ci siamo chiesti se l’acqua in cui stavamo per immergerci fosse pulita o meno? Come si valuta la qualità delle acque di balneazione? Se per la legge il mare è balneabile, significa che è davvero pulito? Per rispondere a queste domande, proviamo a orientarci tra le normative in materia. Ma diciamolo subito: un’acqua balneabile non è necessariamente un’acqua pulita. L’espressione “acque di balneazione” si riferisce tanto all’acqua di mare quanto alle acque dolci (correnti o stagnanti) in cui le autorità competenti non abbiano vietato la balneazione. La legge fissa dei parametri e dei valori-limite per ciascuno di essi. Al fine di valutare la qualità dei nostri mari, laghi e fiumi, ogni anno l’Arpa (Agenzia regionale per la protezione ambientale) effettua una serie di campionamenti. In base ai risultati delle analisi, le acque di balneazione vengono definite “scarse”, “sufficienti”, “buone” o “eccellenti”. Il superamento dei valori-limite, relativo anche a un singolo campione, comporta il divieto di balneazione nel tratto di costa interessato dalla presenza di inquinamento. Nel 2006 il legislatore europeo ha introdotto due importanti modifiche in merito alla classificazione delle acque di balneazione. La prima modifica è di tipo quantitativo: il numero di parametri da analizzare si è ridotto drasticamente. La seconda è anche di tipo qualitativo: in passato, la legge imponeva alle autorità competenti di ricercare la presenza di inquinamento fisico, chimico e microbiologico; oggi, invece, basta analizzare soltanto parametri relativi all’inquinamento microbiologico (batteri fecali). È utile fare un passo indietro allora. Ripercorriamo, dal 1976 a oggi, l’evoluzione del quadro normativo in materia. Al 1976 risale la direttiva del Consiglio 76/160/CEE concernente la qualità delle acque di balneazione. Questa direttiva aveva individuato 19 parametri da analizzare – chimici, fisici e microbiologici – per stabilire la qualità delle acque. Vale la pena di elencarli: Coliformi totali, Coliformi fecali, Streptococchi fecali, Salmonelle, Enterovirus, Ph, Azoto Kjeldahl, Colorazione, Trasparenza, Oli minerali, Sostanze tensioattive che reagiscono al blu di metilene, Fenoli, Ossigeno disciolto, Residui bituminosi e materiale galleggiante (plastica, vetro, gomma ecc.), Ammoniaca, Antiparassitari (paration, HCH, diedrina), Metalli pesanti (arsenico, cadmio, cromo VI, piombo, mercurio), Cianuri, Nitrati e fosfati. A ciascun parametro corrispondevano dei valori-soglia di riferimento. Gli Stati membri potevano stabilire anche valori diversi, purché non fossero meno rigorosi di quelli contenuti nella direttiva. L’Italia recepisce e attua la direttiva del 1976 sei anni dopo, con il D.P.R. 8 giugno 1982 n. 470. Tuttavia, nell’Allegato I del D.P.R., i parametri da analizzare si riducono da 19 a 11. Gli 8 parametri “scomparsi” sono i seguenti: Azoto Kjeldahl, Residui bituminosi e materiale galleggiante, Ammoniaca, Antiparassitari, Metalli pesanti, Cianuri, Nitrati e fosfati. Non proprio sostanze innocue! Le ragioni che indussero il legislatore italiano a non recepire questi 8 parametri non sono note. La direttiva del 1976 viene poi abrogata dalla direttiva del Parlamento Europeo e del Consiglio 2006/7/CE. Questa nuova direttiva entra in vigore il 31 dicembre 2014. I 19 parametri fissati dalla precedente direttiva europea si eclissano: ne restano solo 2, di tipo microbiologico, che non corrispondono a nessuno dei vecchi parametri. Gli Enterococchi intestinali, infatti, sono un sottogruppo del più ampio gruppo degli Streptococchi fecali (presenti nella direttiva del 1976); gli Escherichia coli sono invece un sottogruppo del più ampio gruppo dei Coliformi fecali (anch’essi presenti nella direttiva del 1976). Si tratta, in entrambi i casi, di batteri la cui presenza indica un inquinamento fecale. Se presenti in acqua oltre determinati valori-soglia , essi possono compromettere nell’immediato la salute dei bagnanti provocando episodi di gastroenterite. In alcuni casi, qualora vi sia un rischio di proliferazione cianobatterica, il monitoraggio viene effettuato per ricercare anche la presenza di cianobatteri. L’ultima direttiva europea impone quindi di ricercare soltanto due indicatori microbiologici di contaminazione fecale per valutare la balneabilità di un sito. Nel nostro Paese la direttiva del 2006 viene recepita nel 2008, con il Decreto Legislativo del 30 maggio 2008 n. 116, attuato con il Decreto del Ministero della Salute del 30 marzo 2010. I parametri recepiti in Italia sono gli stessi della direttiva europea: Enterococchi intestinali ed Escherichia coli. Un’acqua di balneazione classificata come “eccellente”, perciò, potrebbe essere inquinata sotto il profilo fisico o chimico. Ad esempio, a seguito di un’indagine condotta nel Mar Tirreno sull’inquinamento da microplastiche (fisico e chimico), è stato rilevato che nel mare di Ischia sono presenti oltre 500 microplastiche per 1000 metri cubi di acqua: un dato peggiore di quello riscontrato alla foce del Po . Ciononostante, l’isola è una delle principali mete turistiche della Campania.
Inoltre, nel 2020, la Giunta della Regione Campania, dopo aver approvato l’elenco della classificazione delle acque di balneazione, ha affermato che il mare del litorale domizio – di fronte al quale si trova Ischia – «è eccellente» . Allo stato attuale, tuttavia, è difficile che in quel tratto di costa, tristemente noto alle cronache per l’inquinamento ambientale, il mare possa essere “eccellente”. A meno che, con quell’aggettivo, non ci si riferisca a una parte per il tutto. La classificazione vigente, quindi, non attesta il reale livello di salubrità (o di avvelenamento) delle nostre acque. Né la segnaletica prevista dalle normative aiuta i bagnanti a orientarsi correttamente su questo tema. Ma perché in Europa abbiamo smesso di ricercare fonti inquinanti come i metalli pesanti, i pesticidi e gli oli minerali ai fini della balneazione? Perché queste sostanze nocive per l’ambiente e per la salute umana, i cui effetti non sono facilmente riscontrabili nel breve periodo, sono state cancellate dall’elenco dei parametri da analizzare? Per il chimico Massimo Colonna, «valutare la qualità delle acque di balneazione effettuando le determinazioni analitiche dei soli due parametri attualmente previsti è molto riduttivo, poiché da queste analisi si possono ricavare solo informazioni su eventuali contaminazioni microbiologiche, ma nessuna informazione sulla possibile presenza di inquinanti chimici. I parametri previsti possono fornire esclusivamente indicazioni su eventuali mal funzionamenti dei depuratori dei reflui civili, tra l’altro parziali. Ai depuratori biologici, deputati al trattamento degli scarichi civili, infatti, arrivano le acque delle pubbliche fognature con il loro carico di scarti di detersivi, saponi e shampoo. Per verificare, quindi, che gli scarichi provenienti da questi impianti non contaminino le acque del mare – prosegue il dott. Colonna – andrebbero determinati, come si faceva una volta, anche tutti i tensioattivi, sostanze chimiche di sintesi presenti nei prodotti utilizzati per l’igiene della persona, nelle lavatrici e nelle lavastoviglie. Il protocollo analitico previsto dall’attuale normativa ignora completamente eventuali inquinamenti di natura chimica e la cosa appare francamente incomprensibile». In Abruzzo, ad esempio, nel 2020 non sono scattati divieti di balneazione lungo i 9 km della costa pescarese, sebbene il fiume Pescara sia notoriamente contaminato da mercurio e altre sostanze inquinanti a causa della discarica di Bussi – una delle discariche più grandi d’Europa – che ne lambisce il corso . «Oggi siamo qui a esprimere la nostra soddisfazione per un mare che è tutto balneabile», ha dichiarato recentemente il sindaco di Pescara Carlo Masci . «Non resta che l’imbarazzo della scelta su dove tuffarsi in acqua», si legge in un articolo, che annuncia con entusiasmo la rimozione dei precedenti divieti di balneazione . Un evento che «lascia ben sperare sulla ripresa del turismo» . Sorge il dubbio che la scomparsa dei precedenti parametri sia dovuta a ragioni economiche legate soprattutto al turismo, che per l’economia nazionale rappresenta un settore trainante, pari a circa il 13% del Pil . Se, infatti, venisse accertata la presenza di sostanze pericolose in acqua, la stagione balneare rischierebbe di non aprirsi nemmeno. Le ricadute in termini mediatici e le conseguenze economiche di un’eventuale interdizione della balneazione sarebbero devastanti per quei territori che hanno investito nel settore turistico. Tutti quei lidi, complessi turistici e stabilimenti che hanno investito nell’acquisizione di concessioni demaniali, vedrebbero le loro attività gravemente compromesse. Eppure, le ricadute ambientali e sanitarie dovrebbero essere valutate, prevenute e limitate, senza anteporvi ragioni economiche. Nel nostro territorio, osserva ancora il chimico Colonna, «è frequente la presenza di scarichi sia autorizzati sia abusivi che immettono in mare acque (a volte opportunamente trattate, a volte no) che provengono da attività industriali e quindi potenzialmente contaminate da sostanze chimiche. Il protocollo analitico per la valutazione della qualità delle acque di balneazione, pertanto, dovrebbe prevedere il monitoraggio frequente e sistematico di tale tipo di contaminazione. Sul territorio nazionale, infine, non sono rari i casi di commistioni tra reflui civili e reflui industriali. Spesso le acque provenienti dagli scarichi industriali confluiscono nei depuratori biologici dei reflui civili e questo rende molto probabile che in mare possano finire acque contaminate da inquinanti chimici provenienti da attività antropiche molto impattanti anche attraverso i loro scarichi». In un Paese dove i pesticidi, gli scarichi industriali, i rifiuti speciali e le fognature confluiscono in mare, nei fiumi e nei laghi, spesso in assenza di adeguati controlli da parte delle istituzioni, sarebbe difficile non rinvenire tracce di sostanze inquinanti chimiche e fisiche nelle acque di balneazione.

Cosa c’è di più semplice allora che smettere tout court di ricercarle?

 
 
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