Più veloce!
...in che direzione?

 

di Alessandra Caputi


“The 5G FAST Plan” è il piano per lo sviluppo veloce del 5G approvato nel 2018 dalla Federal Communications Commission (FCC) sotto la presidenza di Ajit Pai. Nel 2016 il suo predecessore Tom Wheeler era intervenuto su questo tema durante un incontro al National Press Club spiegando l’importanza di questa nuova tecnologia ed escludendo la necessità di condurre degli studi per valutarne il rischio: «We won’t wait for the standards to be the first developpers». Essere più veloci degli altri paesi, questa era la priorità per la FCC. Secondo Wheeler, gli studi scientifici sul 5G condotti in altri paesi comportavano un rallentamento inutile, se non una vera e propria perdita di tempo: «Unlike some contries, we do not believe that we should spend the next couple of years studying what 5G should be (…). The future has a way of inventing itself». Dagli Stati Uniti all’Europa, passando per l’Italia, i discorsi e i documenti sul 5G infarciti di retorica sul progresso si sprecano. Le parole chiave, come vedremo, sono sempre le stesse: “velocità”, “accelerare”, “celerità”.
Nel 2016 la Commissione Europea ha presentato una Comunicazione, “5G for Europe: an Action Plan”, con il duplice obiettivo di stabilire una tempistica comune per il lancio delle reti 5G negli Stati membri e di ottenere una copertura 5G ininterrotta entro il 2025. In Italia, nel 2017 il Ministero per lo Sviluppo Economico (MISE) e l’Autorità per le Garanzie nelle Comunicazioni (AGCOM) hanno delineato una strategia per attuare questo Piano europeo e hanno avviato una sperimentazione del 5G a Bari, Matera, L’Aquila, Prato e nell’area metropolitana di Milano. Il 10 aprile 2020 il Presidente del Consiglio dei Ministri Giuseppe Conte ha istituito un “Comitato di esperti in materia economica e sociale” presieduto dal dirigente d’azienda Vittorio Colao. Questo Comitato ha rivolto al governo, attraverso il cosiddetto Rapporto Colao, una serie di «raccomandazioni specifiche» su alcuni aspetti «di cui tenere conto nel processo decisionale», al fine di «lanciare con celerità azioni concrete che aumentino la velocità e la portata della ripresa economica». Nel documento sono stati indicati tre obiettivi in merito alla digitalizzazione: «accelerare” lo sviluppo delle reti 5G; «adeguare” i livelli di emissione elettromagnetica ai valori europei; «escludere l’opponibilità locale» se i protocolli nazionali (opportunamente rivisti) sono rispettati. Nel luglio 2020, anche l’Autorità Garante della Concorrenza e del Mercato (AGCM) ha chiesto al governo di rimuovere «gli ostacoli ingiustificati all’installazione di impianti di telecomunicazione mobile e broadband wireless», ad esempio, quelli posti dalle Soprintendenze competenti al rilascio delle autorizzazioni, e di modificare «le restrizioni alle emissioni elettromagnetiche».

Detto fatto: l’articolo 38, comma 6 del Decreto Semplificazioni, approvato il 16 luglio 2020, vieta ai comuni di «introdurre limitazioni alla localizzazione in aree generalizzate del territorio di stazioni radio base per reti di comunicazioni elettroniche di qualsiasi tipologia e, in ogni caso, di incidere, anche in via indiretta o mediante provvedimenti contingibili e urgenti, sui limiti di esposizione a campi elettromagnetici». Se i piani di sviluppo del sistema 5G verranno realizzati, secondo la dottoressa Fiorella Belpoggi, direttrice dell’Area Ricerca presso l’Istituto Ramazzini di Bologna, «nessuna persona, nessun animale e nessuna pianta sulla Terra sarà in grado di evitare l’esposizione, 24 ore al giorno, 365 giorni all’anno, a livelli di radiazione da radiofrequenze (RFR) maggiori di quelli esistenti oggi». Saremo quindi «sempre più esposti, involontariamente», a onde elettromagnetiche ancora poco studiate, i cui effetti di lungo periodo non sono noti, perfino, alla stessa comunità scientifica.
Cerchiamo di capire allora come funziona il 5G e cosa non convince – anzi preoccupa – molti scienziati. Per ‘5G’ si intende la tecnologia di quinta generazione della telefonia mobile, che rappresenta l’evoluzione e il superamento delle tecnologie 2G, 3G e 4G. Questa tecnologia si serve di radiofrequenze, in particolare della banda compresa tra 700 MHz e 3,7 GHz e di un’ulteriore banda centrata alla frequenza di 27 GHz. In una fase iniziale il 5G si servirà di frequenze già utilizzate dalla tecnologia 4G, pari a circa 3,7 GHz, e coabiterà con le generazioni precedenti di telefonia mobile. Successivamente – e questa è la novità – non avrà più bisogno di appoggiarsi alla infrastruttura del 4G, ma utilizzerà le onde millimetriche, frequenze superiori a 26 GHz che fino a poco tempo fa venivano usate soltanto in campo militare e che non erano mai state usate per la telefonia mobile. La tecnologia 5G è caratterizzata da un’ampiezza di banda maggiore, che aumenterà di circa 10-20 volte la velocità di download, e da una latenza – ovvero il tempo di risposta del sistema – dell’ordine di 1 millesimo di secondo (circa 10 volte minore rispetto al sistema 4G). Per soddisfare questi requisiti tecnici, nel nostro Paese è stata prevista la triplicazione del numero di antenne rispetto a quelle presenti nel 2019. Se venisse innalzato il limite di emissione delle radiazioni da radiofrequenze (RFR) – come richiesto dall’AGCOM, dall’AGCM e dal Comitato presieduto da Colao – ciascuna antenna potrebbe emettere un segnale più potente, aumentando l’esposizione della popolazione ai campi elettromagnetici.

Ma quali sono questi limiti di emissione e chi li ha stabiliti? Nel 1998 la International Commission on Non-Ionizing Radiation Protection (ICNIRP) – un’organizzazione non governativa di natura scientifica, privata, alle cui valutazioni si attengono l’OMS, l’Unione Europea e altri paesi – ha pubblicato le “Linee guida per la limitazione dell’esposizione a campi elettrici e magnetici variabili nel tempo”, che prevedono un valore-limite pari a 61 Volt/metro. Questo limite è stato poi riconfermato nel 2020. Sebbene l’Unione Europea abbia aderito alle linee guida dell’ICNIRP, la Risoluzione del 27 maggio 2011 n. 1815 dell’Assemblea Parlamentare del Consiglio d’Europa ha raccomandato di riconsiderare «le basi scientifiche per gli standard di esposizione fissati dall’ICNIRP, che hanno serie limitazioni», e di tenere conto non soltanto degli effetti termici delle radiofrequenze, ma anche di quelli a-termici o biologici. Inoltre, essa raccomanda di fissare, in accordo con il Principio di Precauzione, «soglie preventive per l’esposizione a lungo termine» relativamente agli spazi chiusi «che non superino gli 0,6 V/m». Anche per la International Society of Doctors for Environment (ISDE) i limiti stabiliti dall’ICNIRP sono inadeguati perché contemplano soltanto gli effetti termici acuti, senza prendere in considerazione gli effetti non-termici delle radiofrequenze (patologie oncologiche, danni al DNA ecc.) evidenziati da diversi studi scientifici. Inoltre, alcune inchieste giornalistiche – tra cui la puntata di Report “Onda su onda” del 26 novembre 2018 – hanno rivelato il conflitto di interessi di alcuni membri dell’ICNIRP, dall’ex presidente Michael Repacholi alla vicepresidente Maria Feychting. Nonostante ciò molti paesi, tra cui la Francia, la Germania, la Spagna, il Regno Unito, il Canada e la Corea del Sud, si attengono al limite di 61 V/m. Altri paesi, invece, hanno approvato normative più restrittive: in Belgio il limite varia da 3 V/m a 20 V/m (a seconda che si tratti di spazi abitati o aperti); in Liechtenstein da 4 V/m a 61 V/m; in Svizzera da 4 V/m a 6 V/m; in Italia da 6 V/m a 20 Volt/metro (secondo la Legge del 22 febbraio 2001, n. 36). Secondo una parte del mondo scientifico, gli attuali limiti di legge non dovrebbero essere innalzati perché le onde elettromagnetiche a cui siamo esposti comportano già degli impatti negativi sulla salute.

Nel 2011 l’Agenzia Internazionale per la Ricerca sul Cancro (IARC) ha classificato le radiazioni da radiofrequenze da 30 kHz a 300 GHz come “possibili cancerogeni” per l’uomo (Gruppo 2B) relativamente a due tipi di cancro cerebrale. Successivamente, gli studi scientifici di Yuri Feldman hanno provato che le onde millimetriche, penetrando nella pelle, comportano effetti sulle terminazioni fini del sistema nervoso periferico dell’epidermide e sui dotti delle ghiandole sebacee (queste ultime, nel nostro organismo, sono circa 2 milioni). Per Fiorenzo Marinelli, biologo del CNR di Bologna, «le agenzie di salute pubblica dovrebbero accertare se la continua sollecitazione delle fibre del sistema nervoso periferico possa, sul lungo periodo, causare delle alterazioni organiche del sistema nervoso centrale o anche dei disturbi comportamentali». Il secondo problema sollevato da alcuni scienziati, tra cui lo stesso Marinelli, riguarda proprio l’assenza di studi scientifici condotti su un lungo periodo che possano escludere la pericolosità del 5G per la salute. Di recente, infatti, l’OMS ha ammesso che finora «soltanto alcuni studi sono stati condotti sulle frequenze usate dal 5G». In un documento pubblicato sul sito del governo francese nel 2020 si legge che l’introduzione del 5G «peut contribuer à une augmentation du nombre de points atypiques, ce qui devra faire l’objet d’une vigilance particulière» (per “points atypiques” si intendono i punti in cui si verifica un innalzamento significativo dei valori-limite). Nel documento è specificato anche che gli eventuali effetti di lungo periodo sulla salute sono «difficiles à mettre en évidence». Proprio in quanto «possibles, mais controversés», essi «justifient la poursuite des recherches et de la surveillance». Nel libro Wireless. L’inchiostro nell’acquario, Francesca Romana Orlando e Fiorenzo Marinelli hanno denunciato che l’immissione sul mercato della tecnologia 5G sta avvenendo «senza averne determinato i reali effetti biologici”. Tradotto: a fare da cavia sarà la popolazione. Ciò che una parte del mondo scientifico sostiene con forza, dunque, è che la pericolosità del 5G si dovrebbe valutare prima di avviarne la diffusione, non a posteriori. Per Fiorella Belpoggi la sperimentazione in corso «richiama la responsabilità dei governi che agevolano la messa in atto di questa nuova generazione di telecomunicazioni senza alcun approccio critico, sia sanitario che sociale, riducendo il problema ad una questione di aggiudicazione delle frequenze da parte delle compagnie». Basti pensare che in Italia l’asta multibanda effettuata dal MISE per l’assegnazione dei diritti d’uso dello spettro a livello nazionale si è conclusa con un incasso totale di 6,55 miliardi di euro (ad aggiudicarsi le frequenze sono state Tim, Vodafone, Iliad, Wind Tre, Fastweb).

C’è infine un aspetto meno noto, ma fondamentale, che riguarda il carattere energivoro della tecnologia 5G e delle comunicazioni senza fili. Il consumo prodotto dalle comunicazioni wireless è di 10 volte maggiore rispetto a quello delle connessioni via cavo e gli stessi operatori del settore delle telecomunicazioni sono allertati dalla crescita dei costi energetici, che stimano aumentare del 150%-170% in meno di dieci anni, entro il 2026. Di fronte al cambiamento climatico, questa tecnologia è dunque insostenibile da un punto di vista ambientale.

La vicenda del 5G richiama alla mente ciò che è accaduto in passato con alcune sostanze nocive per la salute – tra cui l’amianto, il benzene, il fumo da tabacco, l’acido perfluoroottanoico – della cui pericolosità i governi si sono accorti tardi, spesso dolosamente, per tutelare i profitti di alcune grandi imprese. Rob Nixon ha coniato l’espressione “Slow Violence” per descrivere processi lenti, tanto ‘invisibili’ quanto distruttivi per l’ambiente, le cui vittime si disperdono nel tempo e nello spazio. Questi processi, che difficilmente sono riconducibili a un responsabile diretto, spesso riguardano l’insorgenza di patologie dovute all’inquinamento. E allora, in attesa di saperne di più sugli effetti delle onde millimetriche, non varrebbe la pena di applicare il principio di precauzione, piuttosto che correre euforicamente verso un possibile baratro? «La velocità non giova a nulla – recita un proverbio degli indiani nativi d’America – se si corre nella direzione sbagliata».
 
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